L’Italia è il Paese dell’Unione Europea con la più alta percentuale di persone che vivono con una demenza rispetto alla popolazione totale: il 2,4%. Una quota destinata ad aumentare nei prossimi decenni fino a raggiungere il 4,2% nel 2050.
È quanto emerge dal nuovo rapporto The Prevalence of Dementia in Europe 2025, diffuso da Alzheimer Europe – rete che riunisce 41 associazioni nazionali di 36 Paesi – e presentato dalla Federazione Alzheimer Italia. Il rapporto aggiorna le stime di prevalenza della demenza pubblicate nel 2019, tenendo conto dei cambiamenti demografici, dell’impatto della pandemia di Covid-19 e dei progressi nella ricerca medica.
Il documento raccoglie i dati sulla prevalenza della demenza in Europa e nei singoli Paesi considerati nello studio: i 27 Stati dell’Unione Europea più altri 11 Paesi extra UE in cui è presente un’organizzazione legata ad Alzheimer Europe – Armenia, Bosnia-Erzegovina, Islanda, Israele, Macedonia del Nord, Norvegia, Serbia, Svizzera, Turchia, Ucraina e Regno Unito.
Le stime sono state elaborate attraverso una revisione sistematica degli studi epidemiologici più recenti disponibili nella letteratura scientifica internazionale.
UNA MALATTIA IN RAPIDA CRESCITA IN EUROPA
Il rapporto stima che le persone con demenza passeranno da quasi 9,1 milioni nel 2025 a oltre 14,3 milioni nel 2050 nell’Unione Europea, con un aumento del 58%. Se si considerano anche i Paesi non UE inclusi nello studio, l’incremento complessivo sarà del 64%.
Queste cifre si scontrano con una realtà che vede ancora molti Paesi carenti di strategie nazionali attive per affrontare la demenza. Una criticità globale: il piano dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (Oms) per contrastare la demenza, inizialmente previsto per il periodo 2017-2025, nel maggio 2025 è stato esteso fino al 2031, perché la maggior parte dei paesi non è riuscita a raggiungere gli obiettivi fissati originariamente.
L’obiettivo iniziale prevedeva che il 75% dei Paesi fosse dotato di un Piano Nazionale Demenze entro il 2025. Ad oggi solo il 23-26% dei Paesi membri dispone di un piano attivo.
ITALIA AL PRIMO POSTO PER PREVALENZA
L’Italia detiene il primato per la più alta percentuale di persone che vivono con la demenza rispetto alla popolazione totale. Parliamo in numeri assoluti di oltre 1.430.000 persone con demenza oggi, destinate a diventare 2.200.000 entro il 2050.
«Il rapporto mostra cifre allarmanti, ma non sorprendenti», nota Mario Possenti, segretario generale della Federazione Alzheimer Italia. «Sappiamo qual è la prevalenza della demenza in Italia oggi così come conosciamo la curva demografica del nostro Paese. E la situazione attuale è dovuta all’invecchiamento della popolazione. L’obiettivo del documento è proprio quello di avvertirci che andiamo verso una direzione potenzialmente esplosiva rispetto alla quale bisogna agire».
E l’Italia è a dir poco in ritardo. «Il Piano demenze è in corso di aggiornamento, ma per molti anni non è stato finanziato e non dispone degli strumenti necessari per affrontare un problema che riguarda più di 1.400.000 persone», commenta Possenti.
«Esiste un Fondo demenze che finanzia progetti specifici nelle Regioni, utile e interessante, ma spesso invece di essere usato per sperimentare best practice viene impiegato per coprire buchi nella sanità pubblica».
IL NODO DELLE POLITICHE SANITARIE
Il rapporto afferma esplicitamente che i dati aggiornati sulla prevalenza della malattia rappresentano una vera e propria chiamata all’azione per i governi, affinché si assicurino che la società sia pronta a supportare i malati e le loro famiglie.
La Federazione Alzheimer Italia chiede proprio che il Piano demenze nel nostro Paese diventi governativo. «Attualmente è legato al Ministero della Salute, ma coinvolge tantissimi aspetti della nostra società».
Secondo Possenti, dovrebbero inoltre essere implementate strategie regionali che si affianchino a una visione politica nazionale, così da affrontare il problema in modo uniforme sul territorio.
IL PESO SUI CAREGIVER
«In Italia, la sfida della non autosufficienza si scontra con riforme claudicanti e sperimentazioni che non hanno prodotto gli esiti sperati, come nel caso della nuova prestazione universale destinata agli anziani gravissimi», continua Possenti.
Nonostante l’intento di affiancare un sostegno economico aggiuntivo all’indennità di accompagnamento, l’imposizione di paletti estremamente rigidi, legati sia all’età che a requisiti reddituali molto bassi, ha di fatto limitato l’erogazione dei fondi a una percentuale minima di persone.
Parallelamente, il percorso legislativo dedicato ai caregiver familiari sconta un ritardo critico, con un disegno di legge che sembra aver recepito solo in parte le istanze avanzate dalle associazioni di settore durante i tavoli tecnici.
PREVENZIONE: QUANTO SI PUÒ RIDURRE IL RISCHIO
Per concludere Possenti sottolinea l’importanza di condurre campagne di informazione sulla demenza. Far capire alle persone cosa vuol dire vivere con questa condizione e soprattutto far conoscere la possibilità di ridurre o ritardare il rischio intervenendo sui fattori di rischio modificabili.
Un noto rapporto della Commissione Lancet del 2024 ha infatti riportato che il 45% dei casi di demenza potrebbe essere prevenuto o ritardato intervenendo su 14 fattori di rischio modificabili.
Si parte dall’infanzia, con un basso livello di istruzione, mentre nell’età adulta diventano determinanti ipertensione, obesità, ipoacusia, traumi cranici e abuso di alcol, insieme al colesterolo LDL elevato.
E poi fumo, diabete, depressione, inattività fisica e isolamento sociale, a cui si aggiungono l’esposizione all’inquinamento atmosferico e la perdita della vista non trattata.


