Un impianto cerebrale per permettere a persone con tetraplegia di controllare un guanto robotico e recuperare movimenti della mano. La novità arriva dalla Cina, dove è stato autorizzato per la prima volta l’uso clinico di una interfaccia cervello-computer. Ma i dati sui pazienti restano ancora limitati e non pubblicati su riviste scientifiche.
COSA SONO LE INTERFACCE CERVELLO-COMPUTER
Le interfacce cervello-computer (BCI, da brain-computer interface) sono dei sistemi tecnologici che creano una connessione tra i segnali emessi dal cervello e un computer. Sono state progettate per le persone che, a causa di condizioni patologiche, non possono usare nervi e muscoli e quindi non riescono a interagire con l’ambiente esterno.
«Le prime interfacce sono nate alla fine degli anni 70, per permettere a chi soffre di particolari patologie di comunicare», spiega Donatella Mattia, neurofisiologa direttrice del Laboratorio di Immagini Neuroelettriche e BCI della Fondazione Santa Lucia, IRCCS. L’esperta fa l’esempio della sindrome del chiavistello, uno degli ultimi stadi della sclerosi laterale amiotrofica (SLA) in cui il paziente è lucido e cosciente ma completamente paralizzato.
«L’interfaccia registra i segnali del cervello e li trasforma in comandi su tutto ciò che è elettronico. In un mondo digitalizzato come quello di oggi le applicazioni sono moltissime: dal comunicare tramite App di messaggistica o mail, fare acquisti online, controllare tutto ciò che rigrarda la domotica (aprire la porta di casa, accendere la luce, attivare lo stereo o la televisione)».
L’attività del cervello può essere misurata attraverso elettrodi posti sulla testa (quindi esterni, non invasivi) oppure con dispositivi impiantati nel cervello.
COME FUNZIONA NEO
NEO, questo è il nome del dispositivo messo a punto dalla Neuracle Medical Technology di Shanghai, appartiene a questa seconda categoria. Grande quanto una moneta, è costituito da otto elettrodi e viene posizionato sulla dura madre, una membrana robusta che si trova sotto il cranio e protegge il cervello.
I segnali registrati dagli elettrodi vengono inviati a un computer per essere decodificati e usati per controllare una sorta di guanto robotico. Indossando il guanto robotico la persona è in grado di raccogliere e muovere oggetti. «In questo caso la BCI permette di ripristinare il collegamento tra il cervello e la periferia del corpo, la mano, per controllare il movimento. Consente così al paziente di recuperare un certo grado di indipendenza».
UN’APPROVAZIONE CHE PRECEDE I RISULTATI CLINICI
Contrariamente a quanto accade per esempio in Stati Uniti ed Europa, il dispositivo è stato approvato prima della pubblicazione dei risultati delle sperimentazioni cliniche necessarie a testare sicurezza ed efficacia. L’anno scorso è stato pubblicato un articolo scientifico in preprint (quindi non sottoposto alla revisione di altri scienziati esterni allo studio, la cosiddetta peer review che rappresenta una sorta di filtro di qualità necessario nella scienza moderna) in cui venivano presentati i dati di un singolo paziente che aveva usato il dispositivo per 9 mesi.
Gli autori riferiscono che la persona, affetta da tetraplegia dovuta a una lesione completa del midollo spinale, è riuscita, grazie all’interfaccia, a riacquistare autonomia in molte attività quotidiane che richiedevano l’uso delle mani, tra cui bere e mangiare.
Rilevano anche che l'uso della BCI ha indotto un certo grado di recupero neurologico naturale: il paziente ha riacquistato la capacità di tenere oggetti anche senza l'ausilio del dispositivo dopo 9 mesi di allenamento.
Un articolo che riporta la notizia dell’approvazione su Nature cita Chen Liang, neurochirurgo che ha partecipato allo sviluppo del dispositivo. Il medico afferma che finora NEO è stato impiantato in 32 persone e che tutte riescono ad afferrare oggetti grazie al guanto robotico. Ma, come dicevamo, i risultati non sono stati ancora pubblicati.
LONTANI DALL’USO IN EUROPA
NEO è approvato solo in Cina e non può essere venduto al di fuori del Paese.
Attualmente non ci sono interfacce cervello-computer approvate in Europa o negli Stati Uniti. «Sono in corso numerosi studi clinici. In alcuni gli elettrodi vengono posizionati nella corteccia cerebrale, sull’area che controlla il linguaggio, per ripristinare l’abilità a comunicare. In altri, come nel caso del dispositivo cinese, si usano neuroprotesi per il movimento. Ma siamo ancora in ambito di ricerca», osserva Mattia.
Per quanto gli studi accelerino e siano promettenti, secondo l’esperta ci vorranno ancora 5-10 anni prima che queste tecnologie siano disponibili anche da noi.


