Il decorso della malattia è progressivo: terapie ce ne sono, farmacologiche o chirurgiche, ma nulla che nel tempo riesca a far scomparire il Parkinson. Così, nel tentativo di far fronte alla degenerazione neuronale, s'è scoperto che anche l'attività fisica può giocare un ruolo importante. L'ultima conferma a riguardo è giunta da una metanalisi pubblicata a marzo sulla rivista Nature Reviews Neurology, che ha evidenziato come, a fronte di una pratica di intensità modesta ma costante, i benefici possono persistere fino a un anno dopo la fine del trattamento. Detto ciò, il programma di allenamento deve essere personalizzato e validato sul piano scientifico. Il primo a riuscire in questa opera è stato Giuseppe Frazzitta, direttore del dipartimento di riabilitazione dell’Ospedale Moriggia Pelascini di Gravedona, in provincia di Como.
«MIRT»: DI COSA SI TRATTA?
Il protocollo, oltre al classico approccio frontale con i fisioterapisti, prevede l’utilizzo di device come il tapis roulant, della realtà virtuale (si fanno passeggiare i malati circondati da viali alberati, spiagge, sentieri di montagna) e degli stimoli esterni (visivi e uditivi). Dall'inglese, l'acronimo è «Mirt». Ovvero: trattamento di riabilitazione multidisciplinare intensivo. «Si tratta di un protocollo personalizzato che prevede trenta giorni di ricovero, durante il quale ci si sottopone a sedute di movimento aerobico dalle tre alle cinque ore al giorno, dal lunedì al sabato - afferma l'esperto -. Senza compiere fatica, si lavora per migliorare l’autonomia nella vita quotidiana ed educare il paziente alla malattia». Spiega lo specialista, che col suo gruppo ha finora preso in carico poco più di 1.500 pazienti: «Assistiamo a un miglioramento clinico dei pazienti, che diventano più autonomi: hanno sintomi meno intensi e quindi una qualità di vita migliore. Questo ci fa ipotizzare che il metodo abbia un effetto neuroprotettivo che rallenta la progressione delle problematiche motorie». Al termine del ricovero, il paziente torna a casa, con un programma individualizzato per eseguire, da solo, gli esercizi. I pazienti vengono poi rivisti ogni sei mesi e sottoposti a test di valutazione, per analizzare gli effetti della riabilitazione. Un eventuale secondo ricovero viene valutato a partire da un anno e mezzo dopo la prima dimissione.







