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Neuroscienze

Quando serve la chirurgia contro l'epilessia

L'epilessia richiede il ricorso al bisturi in tre casi su dieci, dopo aver verificato la mancata efficacia di due farmaci. L'intervento non è possibile se l'area epilettogena è troppo estesa: ecco l'ampio ventaglio di opportunità palliative

A chi non ha dimestichezza col problema, sembra ancora un qualcosa ai confini della realtà. Il ricorso alla chirurgia per curare l'epilessia, un problema che riguarda poco più di cinquecentomila italiani, è invece un'opportunità consolidata, anche se limitata a una casistica ridotta dei pazienti (tre su dieci). In quali casi il bisturi può essere la soluzione definitiva al disturbo neurologico, che ha come comune denominatore l'insorgenza di episodi con perdita dello stato di coscienza, alterazioni motorie o sensoriali, cadute o stato di assenza? Innanzitutto quando il ricorso ai farmaci non risulta sufficiente a placare le crisi.

QUANDO SI RICORRE AL BISTURI?

In queste situazioni, come dimostrato in uno stadio pubblicato sul New England Journal of Medicine, l'intervento chirurgico rappresenta l'opportunità per ridurre il problema alla radice. «La chirurgia dell’epilessia è indicata quando l’area epilettogena, che è quella zona del cervello responsabile delle crisi, è circoscritta e la sua asportazione non causa deficit neurologici - afferma Nicola Specchio, responsabile dell'unità di neurochirurgia dell’epilessia all'ospedale pediatrico Bambino Gesù di Roma -. Quanto più l’intervento è precoce, tanto più alta è la possibilità che la malattia scompaia del tutto. «Accertata l’idoneità all’approccio chirurgico, è necessario intervenire il prima possibile: in questo modo si riduce il rischio che il bambino riporti danni cerebrali poi trattabili con maggiori difficoltà». Il ricorso al bisturi viene considerato dopo aver verificato la mancata risposta a due diversi farmaci. 

COME RICONOSCERE UNA CRISI EPILETTICA?

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