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Neuroscienze

Sospendere gli antidepressivi: meglio farlo lentamente (e con supporto psicologico)

Una metanalisi pubblicata su The Lancet Psychiatry chiarisce come ridurre il rischio di ricadute: stop graduale e psicoterapia sono le strategie più efficaci

Sospendere una terapia con antidepressivi è possibile, ma farlo nel modo sbagliato può aumentare il rischio di ricadute. Una metanalisi condotta dall’Università di Verona e pubblicata su The Lancet Psychiatry, che ha analizzato 76 studi su circa 17mila adulti, indica chiaramente quale sia la strategia più sicura: ridurre gradualmente il dosaggio, meglio se con il supporto di una psicoterapia.

LA CURA PER 6-9 MESI DOPO LA FINE DEI SINTOMI

Il professor Giovanni Ostuzzi, che ha guidato l’indagine, ha chiarito: «La depressione, in mancanza di una terapia, ritorna in tre persone su quattro. Le linee-guida cliniche raccomandano per questo disturbo e per i disturbi d’ansia di continuare a prendere antidepressivi per un certo periodo dopo la remissione: dai 6 ai 9 mesi alla fine di un primo episodio o per due anni se il paziente ha avuto più ricadute oppure ha specifici fattori di rischio per una recidiva».

Negli studi rivisitati i farmaci impiegati erano per lo più gli SSRI o gli SNRI, assunti per un periodo medio di 10-11 mesi. I metodi considerati per interrompere la terapia erano cinque: stop improvviso (con sostituzione con placebo), riduzione rapida del dosaggio (in 4 settimane o meno), riduzione lenta (oltre 4 settimane), restrizione della dose (50% o meno della dose minima efficace) e prosecuzione della terapia.

PER L’ANSIA RISULTATI MENO CERTI

Tra tutti questi approcci, il più efficace si è dimostrato la riduzione lenta della terapia associata a un supporto psicologico, capace di prevenire una ricaduta ogni cinque persone. Ugualmente efficace, prevedibilmente, la decisione di continuare la terapia dopo la scomparsa dei sintomi.

Al contrario, i metodi meno efficaci sono risultati lo stop improvviso e la riduzione rapida del dosaggio, associati a un rischio più elevato di ricaduta.

Rispetto ai disturbi d’ansia, gli autori osservano che i risultati sono meno chiari e che servono ulteriori studi per definire strategie ottimali.

La co-autrice della ricerca, dottoressa Debora Zaccoletti dell’Università di Verona, ha osservato: «I nostri risultati suggeriscono che quando gli antidepressivi riescono a prevenire una ricaduta, non devono necessariamente essere presi a lungo da tutti i pazienti. Un’alternativa valida come il supporto psicologico, incluse la terapia cognitivo-comportamentale e la mindfulness, appare uno strumento promettente – anche sul breve periodo».

GRADUALITÀ NON PER TUTTI GLI PSICOFARMACI

Con il dottor Giovanni Migliarese, primario di Psichiatra all’Ospedale di Vigevano (Pavia), commentiamo la difficoltà, che sembra emergere dalla ricerca veronese, nell’uscire da una terapia con antidepressivi. Il sistema più efficace resta scalare gradualmente i dosaggi, preferibilmente con il sostegno di una psicoterapia. La riduzione lenta serve non solo a evitare una recidiva, ma anche a prevenire i sintomi da sospensione del farmaco.

Questo approccio, però, non vale per tutti i casi: «No, non tutti. Molte malattie psichiche gravi hanno un andamento continuativo e vanno trattate in modo continuativo -risponde Migliarese-. Per altri casi no. Per gli attacchi di panico, per esempio, si cura l’episodio, così per un primo periodo depressivo senza familiarità oppure per episodi con sintomi ansiosi legati a eventi specifici. Resta l’indicazione di un abbassamento graduale dei dosaggi per evitare sintomi sgradevoli anche sul piano fisico».

IL PREGIUDIZIO “PER TUTTA LA VITA”

Riportiamo un caso non infrequente di chi rifiuta di andare da uno psichiatra perché “se cominci con quelle medicine lì, poi devi prenderle per tutta la vita”.

Il dottor Migliarese sorride: «In effetti se la risposta alla cura è buona, non è consigliabile interromperla. Ma non succede così anche per altre malattie? Se si ha la pressione alta il cardiologo non sospende la terapia, così non lo fa chi si occupa di diabete. In caso di una polmonite sì, come il paziente sta bene via tutti i farmaci».

Sulla gradualità nell’interrompere una cura, dipende dai farmaci. «Per esempio, con la fluoxetina, anche con una sospensione rapida non si hanno problemi mentre per altri antidepressivi come la venlafaxina e la paroxetina ci possono essere effetti da sospensione. Non si può generalizzare», conclude il dottor Giovanni Migliarese.

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