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Oncologia

Melanoma mucosale: come il microambiente influenza le terapie

Tumore raro e particolarmente aggressivo, il melanoma mucosale del tratto sinonasale risponde ancora poco alle terapie disponibili. La ricerca di Matilde Monti punta a chiarire il ruolo del microambiente tumorale e del sistema immunitario per individuare nuove strategie terapeutiche

Il trattamento del melanoma mucosale del tratto sinonasale, un tumore raro e molto aggressivo che nasce dai melanociti che si trovano dentro il naso e i seni paranasali, rappresenta ancora oggi una sfida per la ricerca oncologica. I ricercatori, tra cui la dottoressa Matilde Monti, hanno creato una delle più ampie raccolte di modelli preclinici di questa neoplasia, con l'obiettivo di studiare i meccanismi biologici che la rendono resistente alle terapie e comprendere perché l'immunoterapia, efficace in altri tipi di melanoma, non produca gli stessi risultati in questi pazienti.

Come nasce l'idea del vostro lavoro? 

La collaborazione con l’Unità di Otorinolaringoiatria e Chirurgia Testa-Collo del ASST Spedali Civili di Brescia e Sette Laghi di Varese, che rappresentano centri di riferimento per il melanoma mucosale del tratto sinonasale, ha permesso di reclutare un’ampia coorte di pazienti per una neoplasia rara. Partendo dalla disponibilità di biopsie tumorali dei pazienti, abbiamo generato cinque linee cellulari di melanoma mucosale che rappresentano modelli pre-clinici ideali per lo studio di questi tumori.

Perché avete scelto di orientarvi su questa linea di ricerca?

I melanomi mucosali sono tumori rari e clinicamente aggressivi, spesso diagnosticati tardivamente e con una scarsa prognosi poiché non esistono interventi risolutivi e terapie efficaci. Il nostro obiettivo è di identificare i meccanismi molecolari che rendono questi tumori resistenti alle terapie e, agendo su questi, migliorare l’aspettativa di vita dei pazienti.

Nello specifico vogliamo approfondire lo studio del microambiente tumorale, in particolare studiare le interazioni tra le cellule del sistema immunitario e le cellule tumorali e le loro funzioni. Il sistema immunitario può svolgere un ruolo protettivo anti-tumorale oppure promuovere lo sviluppo del tumore. Comprendere questi meccanismi ci avvicina a capire perché questi pazienti non rispondono all’immunoterapia che funziona per altri tumori, come il melanoma cutaneo.

Come intendete portare avanti il vostro progetto durante quest’anno?

Utilizzando campioni tissutali, analizzeremo la presenza di cellule immunitarie nei melanomi mucosali e le loro caratteristiche funzionali. Utilizzando modelli cellulari, studieremo i meccanismi di immuno-evasione, ad esempio valuteremo la suscettibilità dei melanomi mucosali all’interferone gamma, una molecola prodotta dai linfociti con azione anti-tumorale. 

Espandere le conoscenze del microambiente tumorale dei melanomi mucosali permetterà di identificare i meccanismi di resistenza alle immunoterapie ed identificare strategie terapeutiche più efficaci per migliorare la sopravvivenza di questi pazienti.

Il progetto ha portato a risultati scientifici recentemente pubblicati in uno studio originale sulla rivista Journal for ImmunoTherapy of Cancer (2026). In questo lavoro abbiamo analizzato in profondità le caratteristiche immunologiche del melanoma mucosale ottenendo tre risultati principali. Abbiamo dimostrato che i melanomi mucosali presentano un microambiente “immuno-deserto”, povero di linfociti ma ricco di macrofagi immunosoppressivi, una condizione associata a prognosi sfavorevole. Utilizzando le linee cellulari, abbiamo dimostrato che la maggior parte dei tumori mantiene una risposta intatta all’interferone gamma, una molecola chiave dell’immunità antitumorale, e abbiamo identificato un ricco repertorio di neoantigeni tumorali aprendo la strada a immunoterapie personalizzate.

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

Ho sempre avuto passione e curiosità per le scienze, e questo mi ha portata a voler trovare risposte per i quesiti ancora irrisolti, soprattutto in ambito oncologico. Ho visto da vicino gli esiti negativi del cancro, a causa di persone a me care che lo hanno affrontato. Queste esperienze associate alla mia curiosità e determinazione mi hanno portata ad intraprendere la strada della ricerca per sviluppare terapie efficaci contro i tumori che ad oggi sono incurabili.

Un momento della tua vita professionale che vorresti incorniciare e uno invece da dimenticare?

Non ricordo un momento in particolare. Vorrei incorniciare tutti i risultati positivi, il conseguimento del dottorato di ricerca, le fellowship che ho vinto, le pubblicazioni a cui ho contribuito in modo importante. Anche i momenti di difficoltà sono molti, credo come per tutte le persone che fanno questo lavoro, ma non vorrei dimenticarli perché sono un insegnamento.

Come ti vedi fra 10 anni?

La realtà attuale offre poche certezze per i biologi che come me lavorano nel mondo della ricerca.  Io mi auguro di mantenere viva la passione per il mio lavoro e vorrei continuare a fare qualcosa che sia utile per gli altri. Con un po' di fortuna, vorrei avere l’opportunità di dirigere un mio laboratorio di ricerca.

Cosa ti piace di più della ricerca? 

Mi piace il fatto che non sia un lavoro monotono e permetta di sviluppare le proprie idee e seguire le proprie intuizioni. Eviterei volentieri la burocrazia, è noiosa e sottrae tempo all’attività di ricerca in cui ci dobbiamo impegnare al massimo.

Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente? 

Curiosità, scoperte, innovazione e progresso.

Come rispondi quando ti chiedono che lavoro fai?

Ricercatrice, biologa, e poi aggiungo spiegazioni quando vedo lo sguardo disorientato dell’interlocutore.

Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e/o professionale?

Non riesco a ridurre solo ad una figura. Direi Rita Levi Montalcini, Steve Jobs e Stephen Hawking.

Qual è l’insegnamento più importante che ti hanno lasciato? 

In modi diversi tutti e tre mi hanno ispirato a seguire la mia strada, a scegliere il mio lavoro, e a farlo con dedizione, passione, e tenacia, nonostante e soprattutto nei momenti difficili.

Cosa avresti fatto se non avessi fatto il ricercatore?

Avrei comunque scelto di fare la biologa, magari in ambito ospedaliero.

Qual è per te il senso profondo che ti spinge a fare ricerca?

Il pensiero di scoprire e comprendere qualcosa di nuovo che un domani potrà migliorare la vita delle persone.

In cosa, secondo te, può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

Ci vorrebbe più collaborazione che competizione. Per poter ricevere finanziamenti per la ricerca e proseguire nella propria carriera lavorativa, c’è molta pressione a pubblicare. A volte, questo va a discapito della qualità dei dati che si producono. La notizia di pubblicazioni scientifiche “false” che sono state ritrattate, a mio parere, fa perdere fiducia da parte delle persone nei confronti degli scienziati. La comunità scientifica dovrebbe impegnarsi maggiormente nella divulgazione, abbassare le barriere, per trasmettere che la scienza è a beneficio di tutti e di interesse per tutti.

Servirebbe un maggior sostegno da parte del Governo, delle Aziende e degli Istituti stessi nei quali si fa ricerca nonchè da parte della società.

Pensi che ci sia un sentimento antiscientifico in Italia?

Non credo che ci sia un sentimento antiscientifico di base, ma piuttosto una scarsa conoscenza. Credo che chi ha avuto modo di conoscere il lavoro dei ricercatori abbia compreso l’importanza della ricerca e la sostiene. Io ho potuto percepire che la figura del ricercatore riscuote stima e ammirazione nelle persone.

Cosa fai nel tempo libero?

Amo viaggiare, vicino o lontano, ogni volta che posso: scoprire il mondo soddisfa la mia curiosità e voglia di vivere nuove esperienze e imparare cose nuove. Faccio sport abitualmente, principalmente sollevamento pesi in palestra, running, trekking, e yoga. Mi piace molto cucinare. Mi diverto con i giochi di società, e sono molto competitiva! 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commosso?

Per la perdita di mia nonna. È stata una figura fondamentale nella mia vita, mi ha sempre sostenuta ed ammirata anche per il lavoro che svolgo. 

Una cosa che vorresti assolutamente fare almeno una volta nella vita?

Vorrei salire su un ghiacciaio per vedere da vicino un ecosistema così fragile e al tempo stesso vitale per il nostro pianeta. 

La cosa di cui hai più paura?

Della perdita improvvisa di una persona cara, perché è l’unica cosa a cui non vi è rimedio.

Sei soddisfatto della tua vita?

Non rimpiango niente di ciò che ho fatto e rifarei tutto allo stesso modo, ma oggi vorrei un lavoro non precario e maggiori opportunità di carriera.

La cosa che più ti fa arrabbiare?

La maleducazione e la mancanza di rispetto per gli altri.

La cosa che ti fa ridere a crepapelle?

I miei gatti.

Un ricordo a te caro di quando eri bambino?

Le vacanze estive insieme ai nonni.

Il libro o film che più ti piace o ti rappresenta?

Interstellar mi rappresenta perché racconta la scienza come un atto d’amore verso chi verrà dopo di noi e di fiducia nel futuro: un viaggio nell’ignoto guidato da un profondo senso di responsabilità, curiosità, rigore e un pizzico di follia.

La teoria del tutto perché mostra quanto la vita e la ricerca siano fatte di intuizioni, ostacoli e resilienza.

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa ti piacerebbe chiedergli?

Andrei a cena con Jane Goodall e le chiederei come si coltiva una vita intera di dedizione senza perdere la gentilezza.

Perché è importante donare a sostegno della ricerca scientifica?

Perché la ricerca scientifica in Italia è sostenuta in gran parte da Associazioni e Fondazioni che raccolgono fondi tramite le donazioni dei cittadini privati o di aziende, e senza i quali il lavoro di molti ricercatori e le loro scoperte scientifiche non sarebbero possibili. 

Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?

Un grazie enorme per il loro sostegno e soprattutto per la fiducia che hanno riposto nella ricerca scientifica. Ci accomuna il desiderio di fare qualcosa che sia utile per il prossimo.

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