Per molto tempo il microcitoma polmonare è stato uno dei tumori per i quali gli oncologi aveva meno armi a disposizione. La chemioterapia funzionava ma nella maggior parte dei casi il beneficio era temporaneo e la malattia tornava rapidamente a progredire. Negli ultimi anni, però, qualcosa è cambianto. All'introduzione dell'immunoterapia si stanno aggiungendo nuovi farmaci e combinazioni capaci di controllare più a lungo il tumore e migliorare la sopravvivenza.
L'ultima conferma arriva dal congresso della European Society for Medical Oncology (ESMO) di Madrid. Qui sono stati presentati i risultati dello studio DeLLphi-305: l'analisi ha dimostrato che aggiungere l'anticorpo bispecifico tarlatamab all'immunoterapico durvalumab migliora significativamente la sopravvivenza rispetto al solo durvalumab, aprendo nuove prospettive per il trattamento della malattia in stadio esteso.
PERCHÉ IL MICROCITOMA È COSÌ DIFFICILE DA TRATTARE?
Il microcitoma è una forma di tumore del polmone meno frequente rispetto al carcinoma non a piccole cellule. Si tratta di una patologia particolarmente aggressiva: cresce rapidamente e tende a diffondersi precocemente ad altri organi.
Una delle sue caratteristiche è la sensibilità iniziale alla chemioterapia. Molti pazienti rispondono al trattamento ma con il tempo le cellule tumorali possono sviluppare resistenza e la malattia torna a progredire. Per decenni questa situazione ha rappresentato uno dei maggiori ostacoli al miglioramento della sopravvivenza.
COME SI CURA OGGI IL MICROCITOMA?
Il primo cambiamento importante è arrivato con l'immunoterapia. Fino a pochi anni fa nei pazienti con malattia in stadio esteso il trattamento si basava essenzialmente sulla chemioterapia. Oggi lo standard prevede generalmente l'associazione di farmaci chemioterapici e immunoterapici.
Questi ultimi aiutano il sistema immunitario a riconoscere e contrastare le cellule tumorali. Terminata la fase iniziale della cura, nei pazienti in cui la malattia non è progredita, l'immunoterapia viene proseguita come terapia di mantenimento con l'obiettivo di conservare il beneficio ottenuto e ritardare il più possibile una nuova progressione.
È proprio su questa fase della malattia che si sta concentrando una parte importante della ricerca. L'obiettivo non è soltanto ottenere una risposta iniziale ma fare in modo che duri il più a lungo possibile.
I RISULTATI DEL NUOVO STUDIO
Lo studio internazionale di fase III DeLLphi-305 ha coinvolto 563 pazienti con microcitoma polmonare in stadio esteso che avevano già ricevuto chemioterapia e durvalumab, senza una progressione della malattia. I partecipanti sono stati divisi in due gruppi: uno ha proseguito il mantenimento con il solo durvalumab, mentre l'altro ha ricevuto durvalumab insieme a tarlatamab.
I risultati hanno mostrato un beneficio importante. La sopravvivenza globale mediana è stata di 21,1 mesi con la nuova combinazione, rispetto a 12,7 mesi con il solo durvalumab. Una differenza di oltre otto mesi, particolarmente significativa per una malattia nella quale, per molto tempo, i progressi terapeutici sono stati limitati.
Per comprendere il risultato, occorre chiarire che cosa si intende per sopravvivenza mediana: è il tempo entro il quale la metà dei pazienti coinvolti nello studio è deceduta, mentre l'altra metà è ancora in vita. Non significa, quindi, che ogni paziente vivrà 21 mesi: alcuni vivranno meno, altri molto più a lungo.
Un altro dato permette di comprendere la portata del beneficio: a un anno dall'inizio del mantenimento era ancora in vita il 79,4% dei pazienti trattati con la nuova combinazione, contro il 53,3% di quelli che avevano ricevuto soltanto durvalumab. In altre parole, circa otto pazienti su dieci rispetto a poco più di cinque su dieci.
C'è inoltre una precisazione importante: nello studio la sopravvivenza è stata calcolata a partire dall'inizio della terapia di mantenimento, non dalla diagnosi. I risultati riguardano quindi pazienti che avevano già ricevuto la chemio-immunoterapia iniziale senza una progressione della malattia. Anche il tempo trascorso senza un peggioramento del tumore è risultato maggiore con la nuova combinazione.
COME FUNZIONA LA NUOVA TERAPIA?
Tarlatamab appartiene alla categoria degli anticorpi bispecifici, farmaci progettati per riconoscere contemporaneamente due bersagli differenti. In questo caso il farmaco si lega sia a una proteina presente frequentemente sulle cellule del microcitoma, chiamata DLL3, sia ai linfociti T, cellule del sistema immunitario capaci di distruggere le cellule tumorali.
In sostanza tarlatamab mette in contatto diretto le difese immunitarie con il tumore, favorendone l'attacco. Il durvalumab agisce invece rimuovendo uno dei freni che ostacolano la risposta immunitaria. La combinazione sfrutta quindi due meccanismi differenti per potenziare l'azione del sistema immunitario contro la malattia.
NON È L'UNICA NOVITÀ PER IL MICROCITOMA
Ma il risultato di DeLLphi-305 si inserisce in un periodo di importanti progressi per questa malattia. Nel 2025 lo studio DeLLphi-304, pubblicato sul New England Journal of Medicine, aveva già dimostrato che tarlatamab era in grado di migliorare la sopravvivenza rispetto alla chemioterapia nei pazienti in cui il microcitoma era progredito dopo un precedente trattamento. Il nuovo studio compie un passo ulteriore: valuta il farmaco in una fase più precoce, quando la malattia è ancora sotto controllo.
Sempre nel 2025, un'altra ricerca di fase III (il trial IMforte), aveva mostrato risultati positivi con una strategia differente: l'associazione di lurbinectedina e atezolizumab come terapia di mantenimento. Anche in questo caso la combinazione aveva permesso di migliorare la sopravvivenza rispetto alla sola immunoterapia, portando nel maggio 2026 all'autorizzazione europea del trattamento.
Ovviamente non è possibile stabilire quale delle due strategie sia più efficace confrontando semplicemente i risultati dei rispettivi studi. Il dato importante, però, è che per una malattia rimasta a lungo con pochissime alternative stanno emergendo trattamenti diversi, capaci di prolungare la sopravvivenza attraverso meccanismi d'azione differenti.
LE PROSPETTIVE FUTURE
Nonostante i risultati incoraggianti, il microcitoma rimane una malattia complessa e le nuove terapie non rappresentano una cura definitiva.
Lo studio DeLLphi-305 ha mostrato un beneficio significativo ma serviranno ulteriori dati per valutarne la durata nel tempo. Occorrerà inoltre considerare attentamente gli effetti collaterali. La combinazione con tarlatamab può infatti provocare una sindrome da rilascio di citochine, una reazione infiammatoria legata all'attivazione del sistema immunitario, risultata prevalentemente di lieve entità nello studio ma che richiede un monitoraggio specifico.
Un'altra questione sarà capire come utilizzare al meglio i diversi farmaci disponibili o in fase di sviluppo. Ciò che si stanno chiedendo gli oncologi -un dilemma comune sempre di più per altre patologie- è la tempistica con cui somministrare questi farmaci: è preferibile introdurli precocemente, durante il manteniment oppure riservarne alcuni alle fasi successive della malattia?
Domande aperte che non devono però fare dimenticare che dopo decenni in cui la chemioterapia ha rappresentato pressoché l'unica possibilità di trattamento, il microcitoma sta entrando in una fase nuova.


