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Oncologia

Nuove strategie contro i tumori aggressivi dell’ovaio e del seno

La ricerca di Lucia Falbo studia come trasformare lo stress della replicazione del DNA in un nuovo bersaglio terapeutico per i farmaci PARP inibitori

I tumori più aggressivi sfruttano meccanismi particolarmente efficienti per replicare il proprio DNA e continuare a proliferare. Ma proprio questa caratteristica potrebbe trasformarsi in un tallone d’Achille. È alla ricerca di questa possibile vulnerabilità che si concentra il lavoro di Lucia Falbo, assegnista presso il Dipartimento di Oncologia ed Emato-Oncologia dell'Università degli Studi di Milano e ricercatrice nel laboratorio di Metabolismo del DNA guidato da Vincenzo Costanzo all'IFOM di Milano.

Il progetto, sostenuto da Fondazione Veronesi, punta a capire se l’iperattività replicativa delle cellule tumorali possa renderle più dipendenti dai meccanismi di riparazione del DNA e, di conseguenza, più sensibili agli inibitori di PARP, farmaci che interferiscono proprio con i processi di riparazione del DNA.

«Molte cellule tumorali aggressive mostrano una forte attivazione dei programmi di replicazione del DNA. In particolare, alcuni studi hanno evidenziato il ruolo di fattori come SSRP1, una proteina coinvolta nella regolazione della replicazione. Vogliamo capire se sia possibile sfruttare lo stress replicativo provocato dall’iperattività di SSRP1 come possibile punto debole della cellula tumorale. L’obiettivo, in prospettiva, è ampliare il numero di pazienti che potrebbero beneficiare degli inibitori di PARP», spiega Falbo.

Gli inibitori di PARP hanno cambiato in questi anni il trattamento di alcune forme di tumore, dimostrandosi particolarmente efficaci, in specifici contesti, nei tumori della mammella e nei tumori dell’ovaio associati a mutazioni dei geni BRCA. Ma, osserva Lucia Falbo: «I tumori aggressivi sono spesso difficili da trattare e possono sviluppare resistenza alle terapie. Inoltre, non tutte le pazienti presentano mutazioni nei geni BRCA. Per questo ci siamo orientati verso una strategia alternativa».

Sono ancora molte le domande a cui dare una risposta. Nel corso del progetto saranno studiati modelli cellulari tumorali caratterizzati da diversi livelli di SSRP1, per valutarne gli effetti sulla proliferazione e sul danno al DNA. Sarà quindi testata la sensibilità agli inibitori di PARP, analizzando i dati per verificare l’eventuale correlazione tra l’espressione di SSRP1 e la risposta al trattamento. «Una delle prospettive più interessanti riguarda la possibilità di ampliare l’utilizzo degli inibitori di PARP, oggi particolarmente efficaci in specifici sottogruppi di pazienti. In futuro si potrebbero sviluppare terapie combinate più mirate. Potremmo inoltre identificare nuovi biomarcatori predittivi che non si basino esclusivamente sulle mutazioni genetiche, ma anche sullo stato funzionale della cellula tumorale. Sono prospettive ancora lontane dall’applicazione clinica, ma potrebbero aprire nuove strade per tumori difficili da trattare o resistenti alle terapie standard».

IL PERCORSO DELLA RICERCA

Il progetto scientifico guarda al futuro, ma il percorso di Lucia Falbo parte da lontano. Da una passione per la biologia nata sui banchi dell’università, dagli incontri con alcuni maestri della ricerca e da un’esperienza all’estero che ha contribuito a definire il suo modo di lavorare.

Ha già svolto esperienze di ricerca all’estero. Che cosa l’ha portata a Londra?

Durante il dottorato, grazie a una borsa co-finanziata dall’Università degli Studi Magna Graecia di Catanzaro, dalla Regione Calabria e dal Fondo Sociale Europeo, ho avuto l’opportunità di trascorrere un periodo presso il Cancer Research UK London Research Institute, Clare Hall Laboratories, uno dei centri internazionali di riferimento per lo studio della stabilità del genoma.

Sotto la guida del professor Vincenzo Costanzo ho lavorato all’identificazione e alla caratterizzazione di nuovi fattori coinvolti nella replicazione del DNA.

Che cosa le ha lasciato quell’esperienza?

È stata fondamentale per la mia formazione e ha contribuito a orientare alcune delle mie scelte professionali.

Mi ha permesso di migliorare sensibilmente l’inglese, ma soprattutto di acquisire un metodo di lavoro basato sulla precisione e sul senso critico. In un ambiente internazionale è necessario imparare rapidamente, lavorare in autonomia e confrontarsi con persone e culture diverse.

Ho potuto mettere a frutto le conoscenze e le competenze acquisite negli anni di studio, ma anche imparare molto da un modo diverso di fare ricerca.

Perché ha scelto di diventare ricercatrice?

La mia scelta è nata dalla passione per la biologia e da alcune caratteristiche personali: la curiosità, l’entusiasmo, l’attenzione ai dettagli e la voglia di mettermi sempre in gioco.

Sono sempre stata spinta dal desiderio di capire il perché delle cose. Quando è arrivato il momento di scegliere come proseguire gli studi, Biotecnologie è stata la mia prima e unica scelta. Ancora oggi penso sia stata la scelta migliore.

Fare ricerca significa prestare attenzione ai dettagli, progettare gli esperimenti con cura e registrare rigorosamente i risultati. Ma significa anche entusiasmarsi davanti a una nuova ipotesi e avere il coraggio di metterla alla prova, anche quando questo significa arrivare a confutare le proprie idee iniziali.

GLI INCONTRI CHE FANNO LA DIFFERENZA

C’è un momento della sua vita professionale che vorrebbe “incorniciare”?

La vita è fatta anche di incontri fortunati, di momenti in cui ci si trova nel posto giusto al momento giusto. E la fortuna, spesso, è favorita dalla determinazione.

Già dal secondo anno di università ero determinata a fare ricerca e iniziai a frequentare il laboratorio di oncologia molecolare del professor Francesco Saverio Costanzo. È lì che ho incontrato docenti e colleghi che per me sono stati importanti e che mi hanno dato un esempio di impegno e costanza nel raggiungere i risultati.

Successivamente, l’incontro con il professor Vincenzo Costanzo mi ha permesso di conoscere una realtà particolarmente stimolante e costruttiva. Si è sempre dimostrato disponibile al confronto, incoraggiante nelle sue osservazioni e nei suoi suggerimenti. Credo che i piccoli momenti di soddisfazione vadano sempre portati nel cuore, mentre i giorni di sconforto bisogna lasciarli andare.

Che cosa le piace di più della ricerca?

La ricerca comporta stress, delusioni e anche felicità improvvise, ma è soprattutto una grande opportunità per contribuire allo sviluppo della conoscenza, al progresso e alla crescita culturale della collettività. È un’attività che obbliga a un continuo aggiornamento e permette di lavorare in un contesto internazionale, formativo e costantemente sottoposto alla valutazione della comunità scientifica.

Ogni piccola scoperta è un contributo che si offre agli altri, un tassello in più per comprendere il mondo della medicina. Per fare ricerca servono carattere e determinazione, ma anche intuito, pazienza e tenacia. È una sfida con sé stessi, con le proprie capacità e con i propri limiti. Se ripenso al percorso fatto finora, alle motivazioni che mi hanno spinta a continuare nonostante gli ostacoli, alle soddisfazioni raggiunte e ai sogni che inseguo da una vita, tutti i dubbi si diradano davanti a una certezza: questa è la carriera che voglio fare.

E che cosa eviterebbe volentieri?

La precarietà. Vivere continuamente con la paura che i progetti non vengano finanziati o che i contratti non possano essere rinnovati crea incertezza sul futuro e, allo stesso tempo, un senso di impotenza.

IL VALORE DELLA SCIENZA

In che cosa potrebbe migliorare la comunità scientifica?

Credo che oggi non basti più soltanto divulgare la scienza: dobbiamo anche arginare la disinformazione. È importante riuscire a comunicare meglio ciò che facciamo e rendere la scienza più accessibile, senza rinunciare al rigore. La comunità scientifica deve mantenere il rapporto con la società e far capire che dietro ogni risultato ci sono domande, dubbi, tentativi e anche molti fallimenti.

Credo che la scienza sia considerata autorevole, perché associata alla competenza, alla dedizione e all’utilità sociale, ma non sempre viene percepita come qualcosa con cui sia possibile dialogare. Per questo credo che la comunicazione scientifica abbia un ruolo fondamentale.

OLTRE IL LABORATORIO

Se non avesse fatto la ricercatrice, che cosa avrebbe fatto?

Mi sarebbe piaciuto fare l’urbanista di giardini. Mi affascina l’idea di progettare spazi nei quali ogni elemento trovi il proprio equilibrio, creando armonia tra natura, persone e città. In fondo, vedo molte somiglianze tra questo lavoro e la ricerca scientifica: in entrambi i casi bisogna osservare, studiare e mettere insieme tanti piccoli dettagli. Un giardino ben progettato nasce dall’ordine e dall’equilibrio tra le sue parti, proprio come una ricerca nasce collegando dati, idee e scoperte fino a costruire un quadro completo.

Quali sono le sue passioni?

Suono il clarinetto da quando avevo 13 anni nella banda del mio paese. È un’esperienza che mi ha insegnato a prestare attenzione a ogni singolo suono e a ogni dettaglio. Per fare musica insieme, come nella ricerca, bisogna studiare e provare continuamente, collaborare e condividere con gli altri, ma anche mettersi in discussione e imparare a riconoscere i propri limiti e quelli degli altri.

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