Riuscire a colpire il tumore risparmiando il più possibile i tessuti sani è una delle grandi sfide dell'oncologia. Lo è ancora di più quando il tumore si sviluppa nel cervello, come nel caso del glioblastoma, la forma più frequente e aggressiva di tumore cerebrale dell'adulto. Nonostante i progressi della chirurgia, della radioterapia e della chemioterapia, questa neoplasia continua infatti ad avere un'elevata probabilità di recidiva e sviluppa spesso resistenza ai trattamenti.
È da questa esigenza clinica che nasce il progetto di ricerca di Alessandra Vitaliti, ricercatrice post-doc all'Università degli Studi di Roma Tor Vergata, sostenuta da Fondazione Umberto Veronesi.
L'obiettivo è sviluppare una piattaforma capace di trasportare i farmaci direttamente verso il tumore. Per farlo, il gruppo di ricerca utilizza microbolle con guscio polimerico, strutture già studiate come strumenti diagnostici e che potrebbero diventare in futuro anche veicoli per il rilascio mirato di molecole terapeutiche.
«Le terapie oggi disponibili non riescono a eliminare definitivamente il glioblastoma, che spesso ricompare in una forma ancora più aggressiva e resistente», spiega la ricercatrice. «Per questo abbiamo pensato di sviluppare una piattaforma che renda il trattamento più selettivo.»
La strategia si basa su un bersaglio molto preciso: il PSMA, una proteina nota per il suo ruolo nel tumore della prostata ma che studi più recenti hanno identificato anche nei vasi sanguigni che alimentano il glioblastoma. Riconoscendo questa molecola, le microbolle potrebbero trasportare il farmaco proprio dove serve, limitando l'esposizione dei tessuti sani.
Nel corso del primo anno del progetto, il lavoro sarà dedicato alla realizzazione della piattaforma e alla sua funzionalizzazione affinché riconosca il PSMA e trasporti contemporaneamente un agente chemioterapico. Successivamente il sistema verrà valutato in modelli cellulari. «L'obiettivo finale è proporre una terapia sempre più mirata e meno invasiva, che possa contribuire a migliorare la qualità e le aspettative di vita delle persone con glioblastoma».
LA CURIOSITÀ CHE DIVENTA RICERCA
Nata a Taranto nel 1993, Alessandra si è laureata e ha conseguito il dottorato in Biologia Cellulare e Molecolare all'Università degli Studi di Roma Tor Vergata. Oggi lavora nel laboratorio di Physical Chemistry of Macromolecules, diretto dal professor Fabio Domenici.
La ricerca, racconta, non è stata una vocazione improvvisa. «È una passione che è cresciuta con me. Ho sempre amato le materie scientifiche e ricordo quanto mi affascinasse, già da bambina, studiare il corpo umano e il suo funzionamento». Non a caso, «Viaggio al centro della Terra di Jules Verne è stato il primo libro che ho letto in assoluto, a 11 anni. Porto questo libro nel cuore perché mi ha fatto capire quanto è bello leggere ed essere catapultati nelle storie narrate».
Quella stessa curiosità continua ancora oggi ad accompagnarla in laboratorio. «Ogni volta che penso di aver compreso un fenomeno biologico, mi accorgo che non è così. C'è sempre qualcosa di nuovo da scoprire». È questo, per lei, il senso più profondo della ricerca: lasciarsi sorprendere dalla complessità della natura e continuare a farsi domande. «La ricerca è continua scoperta e alcune volte ci si sente come dei bambini che restano affascinati davanti a qualcosa di nuovo. È un sentimento primordiale che è costantemente stimolato. In questo lavoro bisogna avere tanta dedizione e tenacia ma che alcune volte le idee più assurde sono le più brillanti».
INVESTIRE NELLA RICERCA SIGNIFICA INVESTIRE NEL FUTURO
Gli anni del dottorato sono coincisi con la pandemia di COVID-19 e non le hanno permesso di svolgere un periodo di formazione all'estero, un'esperienza che spera di realizzare in futuro per imparare nuove tecniche da portare poi nei laboratori italiani. Se invece potesse cambiare qualcosa del sistema della ricerca, eliminerebbe il precariato che ancora accompagna molti giovani ricercatori: «I ricercatori meritano dei contratti di lavoro dignitosi al pari degli altri mestieri».
Alessandra ama leggere e fare lunghe passeggiate. La musica accompagna le sue giornate e la rilassa molto. Odia le ingiustizie, adora le barzellette e una volta nella vita vorrebbe vedere l’aurora boreale. Vive con il compagno e la loro bambina, e tra dieci anni si immagina all'università, alla guida di un proprio gruppo di ricerca. Un obiettivo che richiede tempo, competenze e, soprattutto, continuità.
Per questo considera fondamentale il sostegno di chi sceglie di finanziare la ricerca scientifica. «È grazie ai donatori che ricercatori come me possono trasformare un'idea in un progetto concreto. La ricerca non è qualcosa di astratto: significa lavorare ogni giorno per trovare nuove soluzioni per le persone malate». E aggiunge un messaggio semplice ma sentito: «A chi sostiene la ricerca vorrei dire grazie. Il loro è un gesto di fiducia nella scienza e un atto di generosità che guarda al futuro di tutti, soprattutto delle nuove generazioni.»


