Il tumore al seno triplo negativo è una delle forme di carcinoma mammario più difficili da trattare, anche per la disponibilità ancora limitata di bersagli terapeutici specifici. Per questo la ricerca continua a studiare nuove molecole e nuove vie da colpire. Tra queste c’è GPR81, un recettore del lattato coinvolto nella biologia di diversi tumori. A studiarne il ruolo e la possibilità di bloccarne l’attività attraverso innovativi composti a base di oro è Ester Giorgi, ricercatrice dell’Università di Pisa sostenuta da Fondazione Veronesi che ci spiega come il suo progetto potrebbe aprire una via per lo sviluppo di nuove strategie terapeutiche.
Come nasce l'idea del vostro lavoro?
L’idea alla base del progetto di ricerca che sto svolgendo nasce dalla recente scoperta di un nuovo target molecolare, il recettore del lattato GPR81. Quest’ultimo si è rivelato di cruciale importanza in diversi tipi di cancro come anche nel tumore al seno triplo negativo, una forma particolarmente aggressiva di tumore al seno per la quale esistono ancora oggi opzioni terapeutiche limitate. Lo studio approfondito di GPR81 ha aperto la possibilità di bloccarne l’attività attraverso complessi a base di oro progettati ad hoc. Questo approccio innovativo potrebbe rappresentare una nuova strategia terapeutica, aprendo la strada allo sviluppo di potenziali farmaci anticancro mirati contro il tumore al seno triplo negativo.
Perché avete scelto di orientarvi su questa linea di ricerca?
Abbiamo deciso di dedicarci a questo ambito perché abbiamo la convinzione che i complessi a base di oro abbiano una grande potenzialità per il futuro della ricerca contro il cancro. Questi composti possiedono caratteristiche chimiche uniche che possono tradursi in meccanismi d’azione originali e altamente selettivi dal punto di vista biologico.
Investigare nuove molecole e nuovi bersagli terapeutici è fondamentale per superare i limiti delle terapie attualmente disponibili e per offrire nuove opportunità di cura, soprattutto nei tumori più difficili da trattare.
Quali sono gli aspetti poco noti da approfondire?
Il recettore del lattato rappresenta un target ancora poco noto e poco caratterizzato, ma con un elevato potenziale terapeutico. La nostra domanda di ricerca riguarda il capire se il blocco della sua attività possa avere un impatto significativo sulla biologia e sulla progressione del cancro e se, di conseguenza, lo sviluppo di suoi inibitori possa portare all’identificazione di nuovi farmaci anticancro capaci di agire attraverso una via innovativa e potenzialmente efficace in diversi tipi di tumore.
Come intendete portare avanti il vostro progetto durante quest’anno?
Grazie al finanziamento ricevuto lo scorso anno dalla Fondazione Veronesi, abbiamo già dimostrato la potenzialità dei complessi a base di oro nell’inibire il recettore target nel cancro al seno triplo negativo. Il progetto per l’anno in corso mira allo sviluppo di un farmaco a base di oro progettato ad hoc, selettivo e potente contro questo recettore. Questo rappresenta un passo fondamentale verso la possibile traduzione dei risultati della ricerca di base in applicazioni terapeutiche future.
Quali prospettive apre, anche a lungo termine, per la conoscenza biomedica e le eventuali possibili applicazioni alla salute umana?
Il progetto mira a contribuire all’apertura di nuove strade terapeutiche nella ricerca oncologica, contribuendo allo sviluppo di strategie terapeutiche alternative e innovative. Il cancro rappresenta ancora oggi una delle principali sfide mediche anche a causa della comparsa di resistenze ai trattamenti e dell’elevata variabilità biologica tra diversi tipi di tumore. L’esplorazione di vie alternative e innovative rappresenta quindi un passaggio cruciale per lo sviluppo di strategie terapeutiche nuove e più efficaci.
Sei mai stato all’estero a fare un’esperienza di ricerca?
Sì, ho svolto tre esperienze di ricerca all’estero durante la mia carriera accademica. Durante la laurea in Chimica e Tecnologie Farmaceutiche ho svolto una parte della tesi sperimentale a Madrid, presso l’Universidad Complutense. Durante il dottorato ho svolto un periodo all’estero presso l’EPFL (École Polytechnique Fédérale de Lausanne) presso Losanna, in Svizzera. In questa occasione ho potuto imparare nuove metodologie e strategie per la sintesi di farmaci antitumorali a base di rutenio. Durante il postdoc sono stata in visita dieci giorni presso la Cergy Paris Université in Francia, dove ho potuto stringere nuove collaborazioni con altri ricercatori e ho avuto la possibilità di insegnare agli studenti del corso magistrale in Biotecnologie Industriali una lezione sulla bellissima storia della scoperta di un famoso antitumorale.
In tutte e tre le occasioni sono stata spinta dal desiderio di creare connessioni con altri gruppi di ricerca e imparare da loro il più possibile. Credo fermamente che la collaborazione tra gruppi diversi e discipline diverse sia un tassello imprescindibile della ricerca di qualità.
Cosa ti ha lasciato questa esperienza? Ti è mancata l’Italia?
È difficile esprimere a parole cosa tutto ciò che mi ha trasmesso e insegnato il fare ricerca all’estero. A livello professionale sono cresciuta nelle mie competenze, nelle conoscenze e nel padroneggiare alcuni tipi di tecniche. Il modo in cui ci approcciamo a risolvere i problemi in laboratorio a livello scientifico è diverso in ogni gruppo di ricerca e anche in ogni paese, perché dipende fortemente da ciò che ci influenza, dalla nostra mentalità, dal modo in cui ci sono state insegnate le competenze, dal modo di fare nel nostro paese. Lavorare in diversi paesi e in diversi laboratori mi ha insegnato a guardare alle difficoltà da punti di vista originale e ad avere prospettive sempre nuove nell’approccio a trovare soluzioni innovative, ad avere una mente con un pensiero laterale e trasversale.
A livello personale e umano, vivere all’estero è stata un’esperienza incredibile che mi ha fatta crescere nell’empatia, nella curiosità e nella voglia di fare nuove esperienze. Ho stretto amicizie che mi hanno sfidata nelle mie convinzioni e hanno rivoluzionato il mio modo di guardare al mondo e al mio lavoro.
Cosa ti piace di più della ricerca?
L’aspetto che amo di più del fare ricerca è il trovarmi costantemente di fronte a nuove sfide da affrontare con creatività e pensiero trasversale. Amo i rebus, gli indovinelli e i cruciverba e, talvolta, quando faccio ricerca, ho la sensazione di trovarmi davanti a un grande rebus da risolvere. Inoltre, sono profondamente motivata dalla consapevolezza che il mio lavoro possa avere un impatto concreto nella vita di molte persone e contribuire a un miglioramento significativo della società.
E cosa invece eviteresti volentieri?
La precarietà di questo tipo di lavoro, sarebbe molto più semplice e rassicurante poter lavorare con un contratto stabile e avere sicurezza per il futuro.
Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?
Curiosità.
Una figura che ti ha ispirato nella tua vita personale e/o professionale?
Nella mia vita professionale mi ha ispirata moltissimo la professoressa Ursula Grohmann, titolare del corso di Farmacologia e Farmacoterapia durante il mio percorso di studi all’Università di Perugia. La passione, la dedizione, il senso dell’etica che mi ha trasmesso hanno plasmato fortemente il mio modo di concepire il lavoro di ricercatrice.
Perché è importante donare a sostegno della ricerca scientifica?
La ricerca scientifica ha un impatto diretto e concreto sulla nostra vita quotidiana. Se oggi possiamo avere farmaci e cure è grazie alla curiosità, all’impegno e alla determinazione di chi ha fatto ricerca in passato. A volte la ricerca scientifica viene percepita come un qualcosa di lontano e distante, ma in realtà riguarda la realtà che ci circonda e la nostra vita quotidiana. Malattie che in passato sembravano incurabili e incomprensibili sono diventate risolvibili e curabili grazie alla ricerca e ai ricercatori. Fare ricerca riguarda la nostra salute e quella dei nostri cari, il benessere della società in cui viviamo, il sostegno che possiamo dare alle persone più fragili.
Donare a sostegno della ricerca significa contribuire in modo attivo al progresso scientifico, alla cura delle malattie e al miglioramento della qualità della vita, soprattutto per le persone più fragili.
Cosa vorresti dire alle persone che scelgono di donare a sostegno della ricerca scientifica?
Grazie di cuore, perché la vostra generosità rappresenta molto più di un semplice sostegno economico: è un atto di fiducia nella ricerca e nelle persone che ogni giorno lavorano per migliorare il futuro della salute di tutti. Grazie alle donazioni, i ricercatori possono trasformare idee e intuizioni in progetti concreti, portando avanti studi che altrimenti non sarebbero possibili. Il vostro contributo ha un impatto reale, tangibile e duraturo, e ci permette di continuare a credere che il progresso scientifico possa fare davvero la differenza.

