Per anni il tumore del colon-retto è stato considerato una malattia tipica dell’età adulta avanzata, tanto che i programmi di screening organizzati, in linea con le linee guida europee, si rivolgono principalmente alla fascia tra i 50 e i 74 anni, anche in Italia. Oggi, però, qualcosa sta cambiando.
Negli ultimi anni, infatti, numerosi studi internazionali hanno evidenziato un aumento dei casi anche tra i giovani adulti. Inizialmente osservato negli Stati Uniti, è un trend che sta emergendo con sempre maggiore chiarezza anche in Europa e in Italia.
Di fronte a questo scenario, ci chiediamo se abbia senso proporre lo screening per il tumore del colon retto anche sotto i 50 anni.
UN TUMORE IN CRESCITA TRA I GIOVANI
Secondo i più recenti dati AIOM, nel 2024 sono state stimate circa 48.706 nuove diagnosi di tumore del colon-retto, 27.473 uomini e 21.233 donne.
«Da qualche anno – spiega il professor Roberto Faggiani, Direttore della UOC di Gastroenterologia ed Endoscopia Digestiva e Direttore del Dipartimento di Oncologia e Medicine Specialistiche dell'Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini di Roma – osserviamo un incremento delle neoplasie del colon-retto nella popolazione più giovane. Non conosciamo ancora con precisione tutte le cause, ma diversi fattori potrebbero contribuire».
«Tra questi – prosegue – il cambiamento delle abitudini alimentari gioca un ruolo importante. Il consumo crescente di cibi ultra-processati, insieme a uno stile di vita più sedentario, può influenzare in modo significativo il microbiota intestinale, ovvero l’insieme dei microrganismi che popolano il nostro intestino e che hanno un ruolo chiave nella salute generale. A questo si aggiungono altri possibili fattori, come l’uso diffuso di farmaci e l’esposizione a contaminanti ambientali, specialmente le microplastiche. Si tratta di ambiti ancora oggetto di ricerca, ma sempre più al centro dell’attenzione scientifica».
LO SCREENING È EFFICACE MA POCO UTILIZZATO
Lo screening per il tumore del colon-retto è uno strumento fondamentale di prevenzione perché permette di individuare lesioni precancerose o tumori in fase iniziale, quando le possibilità di cura sono molto più alte.
Eppure, rispetto ad altri programmi di screening, come quelli per il tumore della mammella o della cervice uterina, l’adesione resta più bassa.
Le ragioni sono diverse:
- la natura degli esami, percepiti come più invasivi
- la necessità di più passaggi (test del sangue occulto, eventuale colonscopia e chirurgia)
- una minore consapevolezza del rischio nella popolazione
«Il problema principale – sottolinea Faggiani – è che lo screening è rivolto a persone sane, senza sintomi. Convincerle a sottoporsi a controlli non è semplice, soprattutto quando l’esame è percepito come impegnativo».
ANTICIPARE LO SCREENING: PER CHI E PERCHÈ
«Alla luce dell’aumento dei casi tra i giovani - continua Faggiani - in diversi Paesi si sta iniziando a discutere sull’opportunità di abbassare l’età di inizio dello screening, almeno a 45 anni. Ma non si tratta necessariamente di estendere lo screening a tutta la popolazione più giovane. L’idea, piuttosto, è quella di individuare gruppi a maggior rischio, su cui concentrare gli sforzi».
Tra i fattori da considerare:
- familiarità per tumore del colon-retto
- presenza di sintomi sospetti (come sanguinamento o alterazioni dell’alvo)
- stili di vita e fattori ambientali
In questo contesto, strumenti di selezione preliminare possono fare la differenza.
IL PROGETTO DEL SAN CAMILLO-FORLANINI
È proprio con questo obiettivo che nasce il progetto “Diagnosi precoce del tumore del colon-retto nei giovani adulti”, promosso dall’Azienda Ospedaliera San Camillo Forlanini.
L’iniziativa è rivolta alla fascia di età tra i 35 e i 49 anni, esclusa dai programmi di screening previsti dai Livelli Essenziali di Assistenza (LEA), e punta a intercettare precocemente eventuali situazioni a rischio.
Il percorso è strutturato in più fasi:
- Questionario di autovalutazione disponibile online
- Valutazione da parte di specialisti
- Eventuale accesso prioritario ad approfondimenti diagnostici, come la colonscopia
«Il questionario – spiega Faggiani – ci permette di fare una prima selezione dei soggetti a rischio che vengono invitati a sottoporsi ai controlli specialistici. Nei casi dubbi, invitiamo i pazienti a un colloquio specialistico a seguito del quale, se emergono segnali più evidenti, si procede con gli accertamenti».
UN DOPPIO OBIETTIVO: DIAGNOSI PRECOCE E CULTURA DELLA PREVENZIONE
Oltre all’identificazione precoce dei tumori, l’iniziativa ha un secondo obiettivo, altrettanto importante: diffondere la cultura della prevenzione tra i più giovani.
«Abituare le persone a questi temi già prima dei 50 anni – sottolinea Faggiani – può avere un impatto positivo anche in futuro, aumentando l’adesione ai programmi di screening quando entreranno nella fascia prevista».
In altre parole, non si tratta solo di anticipare la diagnosi, ma di costruire una maggiore consapevolezza sanitaria nella popolazione.
Il progetto è ancora nelle fasi iniziali, ma potrebbe rappresentare un modello interessante anche per altre realtà. Essendo basato su strumenti relativamente semplici – un questionario, una rete di medici e percorsi diagnostici dedicati – potrebbe essere adattato e replicato in diversi contesti territoriali. I primi dati, attesi nei prossimi mesi, saranno fondamentali per valutarne l’efficacia.


