Dona ora
Oncologia

Tumore del polmone nei non fumatori: è tempo di screening?

Lo screening con TC a bassa dose riduce del 55% la mortalità per tumore al polmone anche nei non fumatori ma il beneficio vale soprattutto per le persone di origine asiatica. I risultati presentati al congresso ELCC

Il fumo, non è di certo una novità, rappresenta il principale fattore di rischio per lo sviluppo di un tumore del polmone. È per questa ragione che negli ultimi anni sono iniziati vari progetti pilota di screening destinati ai forti fumatori ed ex-fumatori per provare ad intercettare sul nascere la malattia. Ma delle oltre 44 mila nuove diagnosi all'anno in Italia, una quota compresa tra il 10 e il 25% delle diagnosi riguarda persone che non hanno mai fumato. Per questi individui fare diagnosi precoce diventa estremamente difficile. Un recente studio cinese, presentato in occasione dell'European Lung Cancer Congress (ELCC) 2026, ha però dimostrato che sottoporre anche i non fumatori ad uno screening basato su una singola TC a bassa dose è in grado di ridurre la mortalità del 55%. Un risultato notevole che va però letto con estrema cautela: i benefici osservati riguardano la popolazione asiatica, per la quale l'origine etnica sembra essere già di per sé un criterio di rischio autonomo. Trasferire dunque queste conclusioni ad altri contesti, compreso quello italiano, sarebbe prematuro.

IL TALLONE D'ACHILLE: LA DIAGNOSI TARDIVA

Il vero tallone d'Achille del tumore al polmone in chi non ha mai fumato è la diagnosi tardiva. In assenza di una storia tabagica che metta in allerta il medico, i sintomi vengono spesso attribuiti ad altre cause e quando si arriva alla diagnosi, la malattia è già in stadio avanzato. Ovviamente lo screening non è previsto per chi non fuma: il rischio medio è troppo basso per giustificare controlli sistematici su tutta la popolazione e uno screening di massa non sarebbe sostenibile né clinicamente né economicamente. Tuttavia, sempre più analisi lo stanno confermando, esistono dei sottogruppi in cui il rischio è tutt'altro che basso.

LO STUDIO: IL CHINESE LUNGCARE PROJECT

Ed è questo il caso della popolazione con origine asiatica. A confermarlo lo studio Chinese LungCare Projectpresentato all'European Lung Cancer Congress. L'analisi ha seguito, tra il 2017 e il 2021, quasi 12mila adulti di età compresa tra i 40 e i 74 anni nella città di Guangzhou. Tutti sono stati sottoposti a una singola sessione di TC a bassa dose, una tecnica diagnostica che permette di fotografare il polmone con una dose di radiazioni contenuta. I risultati sono stati poi confrontati con quelli di un gruppo di controllo simile per caratteristiche geografiche e demografiche.

Dopo sette anni di osservazione, la riduzione della mortalità specifica per tumore al polmone nel gruppo sottoposto a screening è stata del 55%. Nelle donne il beneficio è stato ancora più marcato: una riduzione del 72%, contro il 45%negli uomini. Quanto alla stadiazione -ovvero allo stadio di avanzamento della malattia al momento della diagnosi -nell'81,5% dei casi individuati con lo screening il tumore era in stadio I, cioè localizzato e potenzialmente operabile. Nel gruppo non sottoposto a screening, circa il 70% delle diagnosi riguardava invece malattia in stadio avanzato.

L'ORIGINE ETNICA COME FATTORE DI RISCHIO

«Oggi quasi tutti i programmi di screening per il tumore al polmone sono costruiti intorno alla storia tabagica: accedono i forti fumatori, attuali o ex, al di sopra di una certa soglia di sigarette accumulate nel tempo. Il fumo è sicuramente un fattore importantissimo ma stanno emergendo altre caratteristiche che non possiamo più ignorare» spiega la professoressa Marina Garassino, oncologa della University of Chicago. Una di queste è l'origine etnica. In molti Paesi asiatici, una quota rilevante dei nuovi casi di tumore al polmone colpisce persone che non hanno mai fumato, in particolare donne. E i dati suggeriscono che questo rischio non dipende soltanto dall'ambiente in cui si vive.

«Studi condotti in Alaska, in Giappone e in Perù -paesi con contesti climatici, culturali e ambientali molto diversi tra loro- hanno confermato un rischio elevato nelle persone di discendenza asiatica in tutti questi contesti. Gli studi epidemiologici non hanno ancora confermato un nesso causale definitivo con l'inquinamento da polveri sottili. Il rischio c'è anche in assenza di un'esposizione così marcata. Il denominatore comune, dunque, non sembra essere l'ambiente ma l'origine. Questo studio ci dice che l'ascendenza asiatica è un fattore di rischio indipendente, in particolare per le donne. E che lo screening è oggi sottoutilizzato proprio in questa fascia di popolazione» sottolinea l'esperta.

LA PISTA GENETICA

La componente genetica parrebbe essere la candidata più probabile a spiegare questa vulnerabilità. Ciononostante non sono state trovate ancora mutazioni specifiche ma la ricerca sta lavorando per individuarle. Se e quando queste mutazioni venissero identificate, diventerebbe possibile selezionare con ancora maggiore precisione chi inviare allo screening a prescindere da dove si vive e dall'origine.

PRUDENZA, MA CON URGENZA

Di fronte a dati così solidi la prudenza resta comunque d'obbligo. «Dobbiamo resistere alla tentazione di generalizzare. Il tumore al polmone in Asia segue un copione epidemiologico diverso: non fumatori, donne, esposizioni ambientali. Le linee guida costruite sui dati occidentali non servono queste popolazioni. Ma nemmeno i Paesi occidentali possono limitarsi a copiare e applicare questi risultati. Quello che questo studio chiede, con urgenza, è un aggiornamento dei criteri di eleggibilità allo screening, che riconosca l'ascendenza asiatica come fattore di rischio indipendente» conclude la Garassino.

Fai una donazione regolare

Sostieni la ricerca, sostieni la vita

Frequenza di donazione
Importo della donazione