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Oncologia

Tumore della prostata, oltre il silenzio

Le storie dei pazienti raccontano l'importanza della diagnosi precoce, della sorveglianza attiva e della qualità di vita dopo la malattia

La settimana internazionale per la salute maschile (15-21 giugno) è l’occasione per promuovere l’importanza della prevenzione urologica, e per parlare di una malattia, il cancro della prostata, che rappresenta il 20% dei tumori maschili e che ogni anno in Italia fa registrare 40.200 nuovi casi (dati 2024, Istituto Superiore Sanità).

Ci sembra anche l’occasione per riproporre alcune riflessioni importanti, emerse lo scorso dicembre in occasione dell’evento conclusivo di Oltre il silenzio, un’iniziativa di sensibilizzazione sul tumore della prostata e sugli effetti che questo comporta sulla qualità della vita di pazienti e caregiver, promossa da F.A.V.O. (Federazione italiana delle Associazioni di Volontariato in Oncologia) e Europa Uomo (Associazione per i diritti alla prevenzione e alla cura del tumore della prostata). A partire da un tema troppo poco frequentato al maschile: la necessità dei pazienti di raccontarsi.

GLI UOMINI SI RACCONTANO 

La narrazione del tumore alla prostata è importante quanto difficoltosa perché coinvolge il corpo, la mente, compresa l’intimità e gli uomini fanno, spesso, fatica a raccontarsi.

I dialoghi raccolti da F.A.V.O. e Europa Uomo sono preziosi perché riescono a far emergere con delicatezza e profondità il desiderio di condividere la propria esperienza, esortare alla prevenzione e mettere in luce gli aspetti che coinvolgono la sfera intima e la vita di tutti i giorni.

«A 54 anni la mia vita precedente è stata spazzata via di colpo. Sei mesi fa sono stato sottoposto a una prostatectomia radicale. Così ho dovuto riscrivere una nuova pagina bianca della mia esistenza. La diagnosi di cancro ha creato una frattura emotiva profonda. Ho dovuto accettare la mia vulnerabilità, l’intimità sospesa… Insieme a me, inoltre, si è ammalata l’intera famiglia perché il tumore coinvolge te e i tuoi cari. In tutto questo non ho mai dimenticato la mia gratitudine nei confronti della scienza. La prevenzione mi ha permesso una diagnosi tempestiva, evitando nel mio caso, radioterapia e chemioterapia. La mia era una predisposizione familiare. Mio papà è morto di tumore alla prostata. Ora proseguono la mia vita, mentre convivo con le mie cicatrici…»

Enrico ha 68 anni. «Quindici anni fa, effettuando il controllo del PSA (antigene prostatico specifico), il valore risultò leggermente alterato. Seguirono altri controlli e la decisione di procedere con un’attesa vigile. Gli esami del sangue, a distanza di parecchio tempo, misero poi in allerta il medico. Venne eseguita, quindi, una biopsia prostatica attraverso 36 prelievi, normalmente se ne fanno meno (da 12 a 24). Solo due, fortunatamente, risultarono positivi.  Il mio carcinoma era di piccolissime dimensioni. Fui sottoposto all’intervento e ora la mia vita è pressoché la stessa, anche grazie alla comprensione della mia partner». 

La terza testimonianza è il racconto di una vita sessuale che va reinventata dopo la diagnosi e il conseguente intervento chirurgico. Sono la fatica, l’imbarazzo e insieme un nuovo modo di mettersi in relazione con la propria compagna… Un mondo che cambia, ma che consente la scoperta di nuove modalità di comunicazione. 

Queste sono solo alcune delle numerose narrazioni che raccontano un mondo articolato fatto di paure, speranze, sentimenti contrapposti e fiducia nella medicina, a cominciare dall’importanza della prevenzione.

LO SCRENING IN ITALIA

Prevenzione significa stile di vita adeguato perché sedentarietà, sovrappeso e fumo costituiscono fattori di rischio. A questi si aggiungono altri due aspetti rilevanti e non modificabili: l’età e la familiarità. Lo screening gioca dunque un ruolo fondamentale per permettere la diagnosi precoce. Attualmente, però in Italia, non esiste uno screening nazionale organizzato e gratuito per il tumore alla prostata, come accade invece per la prevenzione del tumore al seno, del cancro del colon-retto e di quello della cervice uterina

«L’accesso allo screening per il tumore alla prostata è infatti su base spontanea e avviene tramite l’esecuzione del dosaggio del PSA (attraverso una semplice analisi del sangue) e l’eventuale indicazione successiva per una biopsia prostatica», ha spiegato Giuseppe Gorini, epidemiologo e responsabile Struttura Semplice “Valutazione Screening e Osservatorio Nazionale Screening (ONS)”, Istituto per lo studio, la prevenzione e la rete oncologica (ISPRO). Si tratta, infatti al momento, di un screening frutto del dialogo e del rapporto personale e di fiducia con il proprio medico di medicina generale e non di uno screening attivo, con due eccezioni: la Lombardia e la Basilicata.  

In Lombardia, dal 24 novembre 2025, esiste la possibilità di aderire a uno screening regionale rivolto agli uomini di età compresa tra 50 e 55 anni. Il test offerto è la misurazione del PSA (Antigene Prostatico Specifico). Per sottoporsi allo screening bisogna compilare un questionario disponibile sul Fascicolo Sanitario Elettronico (FSE) e, per ulteriori informazioni, fare riferimento a: Screening del tumore alla prostata

In Basilicata lo screening per il tumore alla prostata, che si basa sempre sulla misurazione del PSA, è accessibile dal giugno 2025 agli uomini che hanno un’età compresa tra 45 e 70 anni. Sono esclusi dal percorso di screening: gli assistiti della Regione Basilicata a cui è stato già diagnosticato un tumore alla prostata; gli assistiti della fascia di età 45-49 anni che non hanno episodi di familiarità; gli assistiti di età compresa tra i 50 e i 70 anni che nei 2 anni precedenti si sono sottoposti a biopsia prostatica, eco trans-rettale, RM prostata multiparametrica.

LE RACCOMANDAZIONI DEGLI UROLOGI IN EUROPA

Ma quali sono le raccomandazioni europee? «Le raccomandazioni dell’Associazione Europea di Urologia si basano su un nuovo protocollo del 2021 ed espresso dalla Commissione Europa a fine 2022 che prevede l’esecuzione dello screening attraverso il PSA per gli uomini di età compresa tra i 50 e i 70 anni. Se il valore del PSA è inferiore all’1, l’esame va ripetuto dopo 5 anni. Se compreso tra l’1 e il 3, dopo 2-4 anni. Il controllo del PSA va, invece, ridotto per gli over 70enni con comorbilità. Deve essere utilizzata, inoltre, la risonanza multi-parametrica come test di triage dopo un riscontro di PSA elevato. Si devono prevedere protocolli di sorveglianza attiva nel caso di tumori a basso rischio dopo risonanza magnetica e/o biopsia. In assenza di aggravamento, questa strategia consente di ritardare trattamenti radicali, riducendo le conseguenze negative, come disturbi della sfera sessuale, urinaria e intestinale. Le linee guida suggeriscono infine di sviluppare protocolli di follow up clinico per i soggetti con PSA elevato a basso rischio», ha spiegato Gorini. 

LA SORVEGLIANZA ATTIVA  

Evidenti sono i vantaggi della sorveglianza attiva, qualora sia possibile attivarla, come emerso dallo studio START, che dal 2015 ha analizzato le scelte terapeutiche e lo stato di salute di oltre 800 pazienti con diagnosi di tumore alla prostata di basso grado.  

«È stata data a questi pazienti la possibilità di scegliere tra trattamento tradizionale radicale come chirurgia o radioterapia; oppure optare per un programma di sorveglianza attiva basato su regolari controlli clinici di laboratorio e di tipo strumentale. Ciò che è emerso è che oltre l’80% dei pazienti ha scelto la sorveglianza attiva. È stata osservata nei due gruppi un’identica sopravvivenza a cinque anni di distanza dalla diagnosi, dimostrando così la buona performance della sorveglianza attiva», ha affermato ancora Gorini. 

LA QUALITÀ DI VITA 

Se l’esito dello studio START sui vantaggi della sorveglianza attiva è inequivocabile, preservare la qualità di vita, anche qualora ci si trovi di fronte a situazioni più difficili, costituisce sempre più un aspetto imprescindibile. «È quell’equilibrio complesso tra i sintomi legati alla malattia, l’efficacia del trattamento e la sua tossicità. Si tratta di una bilancia che deve tenere conto di costi e benefici perché ci deve porre la domanda del prezzo che il paziente paga in termini di tossicità delle cure. Il paziente vive meglio, oltre a vivere di più?», ha dichiarato Massimo Di Maio, presidente AIOM (Associazione Italiana di Oncologia Medica). 

Di Maio mette in evidenza un passaggio importante che sta delineando l’evoluzione del trattamento oncologico: dall’aggressività alla qualità di vita. «In passato si optava, infatti, per la massima aggressività funzionale alla massima efficacia. Oggi si punta sulla qualità di vita e sulla precisione delle scelte terapeutiche in un delicato equilibrio tra trattamenti, efficacia e rispetto della complessità fisica e psicologica del paziente», ha concluso Di Maio. 

UN ASPETTO DELICATO, LA DISFUNZIONE ERETTILE DOPO LA PROSTATECTOMIA

La qualità di vita ha indubbiamente a che vedere con la sessualità e la disfunzione erettile costituisce una delle complicanze funzionali più frequenti delle prostatectomia radicale, ossia l’intervento chirurgico per rimuovere completamente la prostata e le vescicole seminali. 

«I tassi di recupero del deficit erettile sono estremamente variabili: dal 20 all’80% e dipendono dall’età, dalla situazione preesistente alla diagnosi (problemi di erezione antecedenti), dalla presenza di comorbilità come diabete o patologie cardiovascolari e condizioni sfavorevoli come il fumo, dallo stadio e dalla localizzazione del tumore e dalle tecniche e dell’esperienza chirurgica. L’abilità chirurgica, in particolare, si traduce nei vantaggi della chirurgia robotica che garantisce visione tridimensionale ingrandita, maggiore precisione nella dissezione anatomica, maggiore accuratezza delle suture e riduzione del trauma sui fasci neurovascolari. L’approccio robotico alla prostata ha, non a caso laddove disponibile, superato nel 2008 gli interventi “open”», ha spiegato Maria Chiara Sighinolfi, urologa del Policlinico Gemelli di Roma. 

Ma è possibile stabilire a priori il ritorno alla funzione erettile? «Attraverso lo sviluppo di modelli pre e post operatori sviluppati su ampie statistiche e che si basano appunto su fattori come l’età, l’erezione preoperatoria, lo stadio del tumore e la “nerve sparing”, ossia una tecnica chirurgica avanzata che punta ad asportare la prostata risparmiando i fasci di nervi responsabili dell’erezione. La “nerve sparing” è indicata in assenza di infiltrazione tumorale dei fasci neurovascolari, nel caso di basso/medio rischio oncologico. Necessaria è la valutazione preparatoria attraverso biopsia e imaging. La decisione finale avviene in sala operatoria e si basa sulla sicurezza oncologica. Il paziente va poi guidato nel percorso riabilitativo, individuando la strategia migliore che passa attraverso diverse modalità, scelte ad personam, come farmaci inibitori della PDE-5 (Sildenafil, Tadalafil, Vardenafil, Avanafil), apparecchi meccanici (Vacuum Erection Devices), onde d’urto o approcci multimodali che comprendono anche la psicoterapia».

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