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Pediatria

Come Caino e Abele: il bullismo tra fratelli

La persecuzione sistematica nell’adolescenza può avvenire anche in famiglia e non va confuso con i normali litigi. Gli studi mostrano che i guasti mentali di chi è angariato in casa o fuori persistono nella mezza età

Il bullo che perseguita può essere anche il fratello. O la sorella (un bullo su 6 è femmina, dicono le statistiche). E il fenomeno non va confuso, come spesso fanno genitori e parenti, con i “normali” litigi tra fratelli. Nel bullismo, per poterlo definire tale, l’aggressione fisica o psicologica,  quando non ambedue, deve essere «continuativa e ripetuta», dice uno dei maggiori esperti italiani del problema, Luca Bernardo dell’Ospedale Fatebenefratelli di Milano. Non è facile da distinguere a volte, anche se distinguere è importante: perché il bullismo tra fratelli è deleterio quanto quello subito dai compagni. Lo dice una ricerca americana che ha intervistato 3.600 ragazzini o i loro genitori/insegnanti. Corinna Jenkins Tucker, la ricercatrice del Dipartimento di Studi sulla famiglia dell’Università del New Hampshire che ha guidato lo studio, avverte: «I genitori, i pediatri, l’opinione pubblica non dovrebbero trascurare come normali, di nessun conto o addirittura benefiche le aggressioni tra fratelli, ma  imparare a ritenerle potenzialmente  dannose per  la salute psichica/mentale dei ragazzi».

IN CROCE A CASA E FUORI

Dice la ricerca Usa che se il bullismo in casa si somma al bullismo dei compagni fuori, il danno si rivela doppio. Aggiunge Bernardo: «Spesso il fratello bullo fa “bullizzare” l’altro anche dai compagni e certo che il danno si aggrava: la vittima non ha più alcun posto sicuro, la casa è temibile come il fuori e lui (o lei) ha sempre il carnefice davanti. Attenzione, poi: il bullo può anche essere il più piccolo dei fratelli, che martirizza i più grandi».

Ma di che danno stiamo parlando? Al quesito risponde, stavolta, una ricerca inglese, e la risposta non è tranquillizzante. Se un ragazzino o ragazzina è stato “segnato” dai tormenti ripetitivi inflittigli da altri ragazzi, le conseguenze d’ordine mentale-psicologico persisteranno almeno fino alla mezza età. “Almeno” nel senso che l’indagine è stata condotta fino all’età di 45-50 anni su circa 8.000 persone  nate in una certa settimana del 1958, “pescate” nei dati che vengono raccolti dal “Centro nazionale britannico sullo sviluppo del bambino”. E sono stati individuati, questi 8.000,  in quanto risultava che avessero subito del bullismo tra i 7 e 11 anni di età.

Rivisti oggi dai medici a 45-50 anni, sono risultati affetti da depressione, ansia, idee suicidarie, alcolismo a livelli maggiori rispetto a quanti non hanno subito da piccoli “persecuzioni” dai coetanei.

Inoltre, i ricercatori dell’Istituto di psichiatria del King’s College di Londra hanno trovato più difficile che queste persone vivessero con un partner stabile e in una vita sociale appagante, non avessero difficoltà economiche e, a corollario di tutto, hanno riscontrato che si portavano dentro una percezione di qualità della vita non buona.

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