Nel 2013 Riccardo Masetti era uno dei giovani ricercatori sostenuti da Fondazione Veronesi con una borsa di ricerca. Oggi è professore associato al Dipartimento di Medicina e Chirurgia dell’Università di Bologna e medico presso l’IRCCS Azienda Ospedaliero-Universitaria di Bologna. Con lui abbiamo ripercorso oltre vent’anni di lavoro sulle leucemie infantili, tra rivoluzioni terapeutiche, ricerca e speranze per il futuro.

Professore, lei ha iniziato a occuparsi di leucemie infantili da giovanissimo. Che cosa ha visto cambiare in questi oltre vent’anni di lavoro?
«Ho visto accadere moltissime cose. Il mio percorso è iniziato già alla fine dell’università: per la tesi di laurea, nel 2003, scelsi di lavorare sugli outcome dei primi pazienti pediatrici con leucemia. Da allora ho assistito a una vera rivoluzione.
È cambiato radicalmente il modo di fare ricerca e di curare la malattia in età pediatrica. Oggi i bambini vengono trattati con protocolli specifici per la loro età, costruiti sulla base di studi clinici pediatrici. Può sembrare scontato, ma non lo era affatto.
Molte innovazioni che hanno segnato la storia della medicina contemporanea sono nate proprio nell’oncologia pediatrica: il primo paziente trattato con terapia CAR-T era un bambino, così come il primo sottoposto a trapianto da sangue cordonale o a trapianto da genitore aploidentico. Ho visto cambiare completamente anche l’approccio farmacologico, con l’arrivo dell’immunoterapia.
Oggi continuiamo a guarire molti pazienti grazie alla chemioterapia, ma sempre più spesso anche grazie ad anticorpi monoclonali, terapie cellulari e farmaci “intelligenti”. Sono stati anni straordinari. Vedere bambini che un tempo non avevano più possibilità terapeutiche e che oggi possono accedere a cure sempre più efficaci è un’esperienza profondamente umana, ancora prima che professionale».
Come immagina l’oncologia pediatrica fra vent’anni?
«Penso che assisteremo a un’ulteriore accelerazione nell’utilizzo dell’immunoterapia e delle terapie cellulari, integrate già nelle prime fasi del trattamento. Negli ultimi quindici anni abbiamo sperimentato queste strategie soprattutto nelle forme più aggressive o resistenti: in futuro potremmo usarle fin dall’esordio della malattia.
Questo significherebbe non solo aumentare le possibilità di guarigione, ma anche migliorare la qualità di vita durante e dopo le cure. L’oncologia pediatrica era già una storia di successo vent’anni fa, ma il prezzo da pagare era spesso molto alto: terapie pesanti e conseguenze a lungo termine per i bambini guariti.
La sfida del futuro sarà mantenere altissima l’efficacia delle cure riducendo l’impatto su tossicità, fertilità, crescita e salute cardiovascolare. Quando un bambino si ammala a quattro anni, conclude le cure a sei e guarisce, ha davanti a sé un’intera vita da proteggere».
C’è stato un momento in cui ha pensato di mollare?
«Nel nostro lavoro esiste una quota di burnout che è quasi fisiologica. Sarebbe poco realistico pensare di non attraversare momenti di fatica emotiva. Le storie che si incontrano in corsia hanno un impatto umano e relazionale molto forte.
Detto questo, non ho mai pensato davvero di lasciare. Ho sempre trovato risorse che mi aiutassero ad andare avanti. Per me la ricerca è stata una motivazione fondamentale, qualcosa che mi ha impedito di arrendermi nei momenti più difficili.
Anche la ricerca può essere frustrante, naturalmente. Ma c’è una spinta potentissima che continua a sostenerci: la speranza. Ho avuto la fortuna di vedere con i miei occhi la ricerca trasformarsi in cura, vedere diventare trattabili malattie che fino a pochi anni fa non avevano risposte».
Professore, in occasione della cerimonia di premiazione dei vincitori delle borse di ricerca di Fondazione Veronesi 2026, ha pronunciato un discorso che credo valga la pena ricordare. Ha immaginato di rivolgersi a tre interlocutori diversi: un giovane ricercatore, un malato e un bambino. Che cosa direbbe oggi a ciascuno di loro sul valore della ricerca?
«Per molti anni ho dato per scontato che la ricerca fosse un valore in sé. Oggi credo sia importante tornare a chiederci perché lo sia.
La prima cosa che direi a un giovane ricercatore è che la ricerca è una delle più preziose opportunità di riconoscimento della propria identità. Non solo professionale. Rappresenta l’opportunità di conoscere le sue domande, ma anche quelle degli altri, e con loro entrare in relazione, grazie ad un legame quasi magico che ci spinge a condividere conoscenza, speranze, aspettative. In sintesi, un nobile strumento per identificare se stessi e gli altri. Questo in maniera assolutamente democratica: i più grandi ricercatori ci ricordano che la perseveranza, nel mondo della ricerca, è un grandissimo sostituto del talento.
La seconda cosa che direi, questa ad un malato e ad un cittadino, è che la ricerca è il fondamento per erogare una buona cura. Non esiste buona assistenza senza una buona ricerca. Ogni guarigione di oggi inattesa è in realtà il punto di arrivo di migliaia di notti insonni di ricercatori instancabili, di laboratori sempre aperti anche a Natale, di sostenitori che hanno creduto che la ricerca potesse curare davvero.
L’ultimo pensiero sulla ricerca, ho immaginato di rivolgerlo ad un bambino o un ragazzo che costituirà la società di domani: la ricerca è un potente strumento di cambiamento dell’ambiente sociale in cui viviamo. Camus, ne La peste scrive: “Quello che so, è che ognuno deve fare il possibile per non essere più un appestato, e che solo questo può farci sperare nella pace, solo questo può alleviare il dolore degli uomini e se non salvarli, almeno fare loro meno male possibile e magari forse un po’ di bene”. Penso che la ricerca sia un modo per fare il possibile, per credere in un cambiamento reale e tangibile e sperare in un futuro migliore».
Questa intervista è stata pubblicata, in versione sintetica, sulla rivista NEWS - Il giornale di chi crede nella ricerca (n. giugno 2026).


