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Pink Ambassador

«La mia parentesi di vita chiamata tumore»

Claudia scopre di avere un tumore al seno a 48 anni, nel pieno dei suoi progetti di vita. Questa è la sua storia

Ho scoperto di avere un tumore al seno a 48 anni. È successo in un momento in cui avevo ancora una grande voglia di cambiare la mia vita. Stavo per accettare una nuova opportunità lavorativa che mi avrebbe portata dalla Svizzera alla Germania, una sfida importante, il riconoscimento di tanti anni di impegno professionale. Ero entusiasta, pronta a ripartire ancora una volta.

Per questo, quando ho ricevuto la diagnosi di tumore al seno, ho pensato con grande dispiacere e smarrimento che tutto inevitabilmente si sarebbe fermato. Oggi posso dire che non è stato così. La mia vita non è stata messa in pausa. Si è semplicemente impegnata su altre cose, su altri percorsi e mi ha permesso di rallentare, concedendomi il lusso di poter guardare meglio ciò che mi circondava, trovando il mio passo e andando avanti così, nonostante tutto. Questa è una delle lezioni più importanti che ho imparato grazie al percorso con la psiconcologa: la malattia non è stata uno stop, ma una parentesi della mia esistenza. Una parentesi dolorosa, certo, ma pur sempre vita.

LA DIAGNOSI ARRIVA GRAZIE ALLA PREVENZIONE

Tutto è iniziato con una mammografia e un’ecografia al seno prenotate come sempre avevo fatto negli ultimi 13 anni. Ho sempre creduto nella prevenzione. La mia formazione scientifica e la mia storia familiare mi avevano insegnato a non trascurare mai i controlli.

Ero serena, convinta che sarebbe andato tutto bene come sempre. Eppure quel 21 marzo 2024, durante una visita che immaginavo identica alle altre, l'ecografista ha trovato un nodulo che richiedeva ulteriori accertamenti. Ricordo ancora quella sensazione di gelo. Sentivo le lacrime scendere sul viso mentre cercavo di capire cosa stesse succedendo. La risonanza magnetica ha confermato la presenza del nodulo e lo stesso giorno mi sono sottoposta alla biopsia.

I giorni successivi, in attesa dell’esito, sono trascorsi lenti. Avevo una strana sensazione nel corpo. Era Pasqua e pensavo che avrei festeggiato brindando al mio nuovo lavoro, al mio nuovo incarico, alla Germania. Invece cercavo di mascherare la mia preoccupazione, provando a sorridere a tutti, ma dentro sentivo che qualcosa sarebbe successo. Erano in pochi a saperlo e trattenere il respiro era l’unica cosa da fare.

HO IMPARATO A PRENDERMI CURA DI ME

Quando è arrivato il referto, ero sola. Ho letto molte sigle e percentuali, ma una parola ha cancellato tutto il resto: carcinoma al seno. Si trattava di un tumore al seno Her2 triplo positivo.

Ricordo i conati di vomito, la paura, il senso di smarrimento. Mi sentivo tradita dal mio corpo. Ero una donna sportiva, non fumavo, mangiavo in modo equilibrato, mi controllavo costantemente. Non riuscivo a capire. Per molto tempo mi sono chiesta dove avessi sbagliato. Poi ho smesso.

Ho capito che dovevo concentrare le mie energie non sul perché, ma sul come affrontare quello che stava accadendo. Fondamentale è stata la frase di un dottore subito dopo la diagnosi: “Il 50% lo faremo noi medici, il restante 50% tocca a te". Da quel momento ho deciso che avrei fatto la mia parte. La prima cosa che ho imparato è stata prendermi cura di me.

Può sembrare semplice, ma non lo è. Per anni avevo dedicato molte energie agli altri. Con la malattia ho capito che la priorità dovevo essere io. Ho iniziato a mettere dei confini. Ho scelto con attenzione le persone da tenere vicino e ho allontanato chi mi trasmetteva ansie, paure e negatività, anche tra i miei cari. Non per egoismo, ma per sopravvivenza. Quando si affronta una malattia oncologica, l'energia diventa una risorsa preziosa. Non puoi spenderla per rassicurare gli altri, ma devi conservarla per te.

LA CHEMIOTERAPIA COME FONTE DI VITA

Allo IEO, dove sono stata operata, mi hanno spiegato il percorso: prima l'intervento chirurgico di quadrantectomia e poi le terapie, che ho svolto in gran parte all’Ospedale San Giuseppe di Milano. L'operazione è andata bene, ma subito dopo è arrivata la seconda doccia fredda. Avrei dovuto fare la chemioterapia. Ricordo ancora il momento in cui mi hanno comunicato il programma terapeutico. Le parole che mi sono rimaste impresse sono state poche: chemioterapia, perdita dei capelli, menopausa indotta dai farmaci. Sono uscita dall’ambulatorio e ho pianto.

Pensavo ai capelli che avrei perso. Pensavo al mio corpo che sarebbe cambiato. Pensavo alla donna che ero stata fino a quel momento. Eppure, anche in quella fase, ho cercato di cambiare prospettiva. Avevo bisogno di dare un significato diverso alla chemioterapia. Il primo giorno di trattamento coincideva con l'onomastico di mia nonna Carmela, da cui ho preso il mio secondo nome, una persona a cui ero profondamente legata. Ho scelto di interpretare quella coincidenza come un segno. Da quel momento non è stata più soltanto una cura colma di effetti collaterali. Era qualcosa che stava lavorando per me, “my liquid sunshine”, come ho deciso di chiamarla, dato che dentro ad essa vedevo la luce della vita che mi veniva restituita.

LA PERDITA DEI CAPELLI

La perdita dei capelli è stata uno dei passaggi più difficili. Vederli cadere ogni giorno era doloroso. Così ho iniziato a tagliarli sempre più corti fino a decidere di rasarli completamente. Non è stato semplice, ma mi ha restituito una forma di controllo.

Il viso cambiava. Il corpo cambiava. A volte non mi riconoscevo più. È lì che capisci davvero di essere malata. Ma con il tempo ho imparato ad accettare anche quello. I capelli che cadevano, mi dicevo, erano il segno che la terapia stava facendo il suo lavoro.

FIDUCIA E IRONIA

Durante quei mesi mi sono affidata completamente ai medici. Ho scelto di non cercare informazioni su internet e di fidarmi di chi mi stava curando. Nonostante il mio lavoro sia vicino al mondo della ricerca e della scienza, ho deciso di fare soltanto la paziente. E sono stata fortunata. Ovunque sia andata ho trovato umanità, accoglienza, ascolto. Non mi sono mai sentita un numero ma una persona che stava attraversando una fase difficile della propria vita. Sono grata ai ricercatori, ai medici e alla prevenzione. So che se avessi rimandato quei controlli anche solo di qualche mese, probabilmente la mia storia sarebbe stata diversa. Accanto alla fiducia, però, c'è stata anche un'altra alleata: l'ironia.

Ho sempre cercato di affrontare ogni nuovo effetto collaterale con leggerezza. Mi prendevo in giro, scherzavo sulle nuove prescrizioni, ridevo quando potevo. L'ironia non cancellava il dolore, ma mi permetteva di non esserne schiacciata.

Ho continuato a leggere, a guardare serie televisive, a cucinare quando ne avevo le forze, a truccarmi e a uscire per una passeggiata anche nei giorni più faticosi. Soprattutto, ho continuato a ricordare a me stessa una cosa fondamentale: io non ero la mia malattia. Io ero sempre Claudia.

Persino durante le cure sono riuscita a portare avanti un master in International Patient Advocacy Management, iniziato pochi giorni prima della diagnosi. Nel 2025 ho discusso la tesi. Ero stanca, ma immensamente felice. Avevo bisogno di qualcosa che mi ricordasse che esisteva ancora una parte di me al di fuori del tumore.

UNA RIPRESA COMPLICATA

Con la fine delle chemioterapie, a cui sono seguite immunoterapia e radioterapia, ho ricominciato lentamente a muovermi. Ho ripreso a fare sport e sono tornata a ballare il tango, una passione che mi accompagna da molti anni. Ho imparato ad ascoltare il mio corpo come non avevo mai fatto prima, a rispettarne i limiti, a riconoscere quando aveva bisogno di riposo e quando invece era pronto a ripartire.

La fine delle cure è arrivata insieme ai miei cinquant'anni. Pensavo che quello sarebbe stato il traguardo finale. In realtà ho scoperto che la conclusione delle terapie non coincide con la fine del percorso. Quando le cure finiscono, tutti si aspettano che torni immediatamente quella di prima. Anche io lo pensavo, ma a me non è successo.

Il corpo è stanco. La mente deve ancora elaborare tutto quello che ha vissuto. Per mesi mi sono sentita come un puzzle sparso sul tavolo, fatto di pezzi che dovevano essere rimessi insieme. La psicoterapia mi ha aiutata e mi sta aiutando molto in questo lavoro.

Oggi so che non sono più la donna che ero due anni fa. Sono più consapevole delle mie fragilità e meno disposta a sprecare energie in ciò che non conta davvero. Sono più selettiva nelle relazioni, più attenta a ciò che mi fa stare bene, più capace di dire quando non sono a mio agio. Prima mi sentivo immortale, oggi so bene che non lo sono e, paradossalmente, questa consapevolezza mi aiuta a vivere meglio il presente. Sto imparando a rifiorire in quello che c'è. È diventato il mio motto.

Quando guardo le fotografie del periodo delle cure, comprese quelle senza capelli, provo tenerezza. Vedo una donna che ha avuto paura, che ha pianto, che ha vacillato, ma che non ha mai smesso di andare avanti e la ringrazio perché è grazie a lei se oggi sono qui.

IL LEGAME CON LE PINK AMBASSADOR

Per questo essere diventata Pink Ambassador ha per me un significato speciale. È una forma di restituzione. Nel mio percorso ho ricevuto amore, sostegno, competenza e umanità. Oggi sento il desiderio di restituire almeno una parte di tutto questo ad altre donne che stanno attraversando la stessa esperienza.

Credo profondamente nello sport, nella prevenzione, nella ricerca e nella scienza. Sono i valori che mi hanno accompagnata durante tutto il percorso e che continuano a guidarmi oggi. Se sono in remissione, lo devo alle cure, ai ricercatori, ai medici, agli infermieri, alla prevenzione e alle persone che mi sono state accanto. Ma lo devo anche a me stessa perché in questi due anni ho imparato che, anche quando la vita cambia improvvisamente direzione, si può continuare a vivere.

Grazie al mio vissuto, a ottobre correrò la mezza maratona di Lisbona insieme ad altre Pink Ambassador con più gratitudine e leggerezza, superando i miei limiti e con la voglia di andare avanti, tutte unite con lo scopo comune di raccogliere fondi per la ricerca scientifica sui tumori femminili.

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