Quando mi è stata comunicata la diagnosi di tumore al seno, le parole del medico mi hanno strappato il respiro. Per molto tempo ho faticato a ritrovarlo eppure, durante tutto il mio percorso di cura, mi sono mostrata tranquilla, soprattutto per le persone che avevo accanto.
Quando poi le cose hanno cominciato ad andare meglio, quando la vita ha provato a rientrare nella normalità, ho pagato il conto di questo mio atteggiamento protettivo e schivo. È stato allora che ho sentito addosso tutto il peso di ciò che avevo vissuto. Solo dopo ho iniziato davvero a razionalizzare e ora, finalmente, riesco a parlarne.
LA DIAGNOSI
La diagnosi è arrivata alla fine del 2024. Mi ero accorta di avere un nodulo durante l’autopalpazione sotto la doccia, un gesto che ho sempre fatto. In quel momento ho realizzato anche un’altra cosa. Avevo saltato il controllo che avrei dovuto fare nei mesi precedenti. Così ho chiamato subito e ho fissato una visita. Dopotutto la prevenzione è un atto d’amore verso se stessi, non una scocciatura.
Ho sempre fatto ecografie, ma quella volta ho visto un’espressione diversa sul volto del medico. Nello stesso giorno mi hanno fatto anche la mammografia e, poco dopo, mi hanno indirizzata alla biopsia. Nonostante tutto, continuavo a sentirmi ottimista ed ero abbastanza convinta che non si trattasse di un tumore. Poi sono arrivate quelle parole che mi hanno tolto il fiato: carcinoma lobulare infiltrante al seno.
UNA CALMA APPARENTE
Quando sono andata a ritirare il referto non ero sola, con me c’era mia madre. Credo che in quel momento sia nata in me, quasi automaticamente, la necessità di non mostrarmi troppo colpita e agitata con i miei cari. È un atteggiamento che ho mantenuto per tutto il percorso di cura. Solo dopo, quando le cose si sono stabilizzate, mi sono resa conto che quella forza ostentata mi si era ritorta contro. Avevo messo tutto in stand by, ma certe cose non spariscono, restano lì, scavano, e lasciano tracce.
IL PERCORSO DI CURA
Per il mio caso specifico, i medici hanno deciso di fissare subito la mastectomia, che ho eseguito circa un mese dopo. L’intervento ha portato con sé anche l’esito istologico, grazie al quale si è potuto stabilire quale terapia avrei dovuto affrontare. Sono stata candidata alla terapia ormonale, senza necessità di chemioterapia.
Paradossalmente, non fare la chemioterapia ha avuto un risvolto complicato. Nell’immaginario collettivo, l’assenza di capelli è ciò che identifica il malato oncologico. Se manca quel pezzo del puzzle, sembra subito che la situazione non sia così grave o faticosa. Quando avevo dolori alle ossa o l’umore instabile, sentivo quindi il bisogno di giustificare il mio malessere, come se ciò che stavo vivendo non fosse sufficiente.
UN CORPO SCONOSCIUTO
All’inizio pensavo solo a fare quello di cui c’era bisogno, e basta. Non c’era spazio per riflessioni estetiche, che mi sembravano persino fuori luogo. Accettare la rimozione del seno è stata una preoccupazione arrivata solo in un secondo momento.
Oggi ho un espansore e sono in attesa della ricostruzione. Per ora l’asimmetria è evidente, e la cicatrice profonda. Mi sento colpita su più fronti. È come se mi avessero tolto alcune sfumature che rendono una donna di 38 anni quella che è, non solo dal punto di vista estetico. Anche la terapia ormonale mi ha catapultata in una condizione fisica, quella della menopausa precoce, che non sento mia, che non corrisponde alla mia età.
L’ACCETTAZIONE
Con il tempo ho iniziato a conoscere il mio corpo di nuovo, a entrarci lentamente in sintonia. Ci si fa quasi l’abitudine, ma resta la sensazione di vivere in una casa che non coincide più del tutto con la mia personalità e le mie abitudini.
Guardarsi allo specchio, a volte, è un esame con me stessa. Non solo del corpo, ma di tutto il percorso. In quel riflesso rivedo il frutto delle scelte fatte, delle rinunce, delle persone tenute vicine o lontane.
IL POTERE DELLA SCRITTURA
Ho affrontato la malattia in modo molto riservato, parlandone con pochissime persone. Col tempo ho sentito il peso di quel silenzio e di quella solitudine. Oggi sto valutando un percorso di psicoterapia per rimettere in ordine e rielaborare ancora meglio tutto ciò che mi è accaduto. Credo che parlare sia indispensabile, a prescindere dal tipo di percorso, altrimenti si rischia di arrivare alla fine delle cure senza riuscire davvero a goderne i risultati, come è successo a me, almeno in parte.
Nel mio caso, però, anche ciò che non ho detto apertamente ha trovato una forma per uscire, grazie alla scrittura. Avevo bisogno di raccontare e, non riuscendo a farlo con amici o parenti, ho affidato alle pagine i miei pensieri. Scrivevo testi liberi e poesie. Rileggerli oggi mi dà sollievo. Vedo l’evoluzione del mio percorso e delle mie emozioni, il passaggio dalle prime pagine segnate da angoscia, dolore e solitudine a parole più leggere, più ottimiste, a volte persino ironiche.
UNA NUOVA GIULIANA
Ora mi sento diversa. Forse più complessa, ma più fedele a me stessa. Sono diventata più selettiva, meno attratta dal rumore delle relazioni inutili, privilegiando la calma delle relazioni autentiche. Chi mi sta accanto deve imparare a conoscermi di nuovo. Non tutte le giornate sono uguali. È come portarsi dietro uno zaino. A volte il suo peso si fa sentire più di altre.
Nei prossimi mesi affronterò la ricostruzione. Sarà, forse, un modo per chiudere questa parentesi. Non senza timore, ma con la consapevolezza che il respiro, anche se a volte manca, si può sempre ritrovare.


