La mastectomia preventiva controlaterale, ovvero la rimozione del seno sano dopo che l’altro seno è stato colpito da un tumore, è una pratica che risulta triplicata, dall’inizio del nuovo secolo. Ma la sua efficacia, in realtà, non è sempre provata. Una donna già operata per un tumore al seno corre un rischio minimo (tra il due e l’otto per cento) che la stessa malattia colpisca la ghiandola controlaterale. Diverso invece è il discorso della chirurgia profilattica nelle donne portatrici di una mutazione dei geni Brca (1 e 2).
TASSI TRIPLICATI IN DIECI ANNI NEGLI STATI UNITI
Si torna dunque a parlare di chirurgia a scopo preventivo e lo spunto, questa volta, giunge da una ricerca pubblicata sulla rivista Annals of Surgery. Gli specialisti del Brigham and Women’s Hospital di Boston hanno seguito per più di otto anni (tra il 1998 e il 2007) poco meno di cinquecentomila donne già colpite da un tumore al seno. La malattia s’era presentata a diversi stadi e di conseguenza anche i trattamenti a cui le pazienti erano state sottoposte risultavano differenti: quadrantectomia, cioè l’asportazione del tumore che risparmia la mammella, mastectomia unilaterale e mastectomia profilattica controlaterale. A stupire i ricercatori è stato l’incremento di quest’ultima quota: se nel 2002 ammontava al 3,9 per cento, dieci anni dopo risultava triplicata (12,7 per cento). A fronte di questa scelta, nessun miglioramento in termini di sopravvivenza è stato osservato rispetto alle donne operate in maniera conservativa: ovvero con un trattamento chirurgico - quadrantectomia o mastectomia - riguardante soltanto il seno malato.







