Come uscire da una terapia con antidepressivi senza rischi di ricadute? Il tema è delicato anche perché la depressione è una malattia ricorrente e tende a ripresentarsi. Una ricerca è stata condotta dall’Università di Verona e pubblicata su The Lancet Psychiatry con revisione e metanalisi di 76 studi che hanno coinvolto 17.000, età media 45 anni, più donne (68 per cento) che uomini (il link alla pubblicazione è in calce all'articolo).
COSA FARE DOPO LA FINE DEI SINTOMI
Il professor Giovanni Ostuzzi, che ha guidato l’indagine, ha chiarito: «La depressione, in mancanza di una terapia, ritorna in tre persone su quattro. Le linee-guida cliniche raccomandano per questo disturbo e per i disturbi d’ansia di continuare a prendere antidepressivi per un certo periodo dopo la remissione: dai 6 ai 9 mesi alla fine di un primo episodio o per due anni se il paziente ha avuto più ricadute oppure ha specifici fattori di rischio per una recidiva».
Negli studi rivisitati i farmaci impiegati erano per lo più gli Ssri ((Inibitori Selettivi della Ricaptazione della Serotonina) o gli Snri (Inibitori della Ricaptazione di Serotonina e Noradrenalina), assunti per un periodo di 10-11 mesi. I metodi per abbandonare gli antidepressivi messi a confronto sono stati cinque:
- stop improvviso di un antidepressivo (sostituito da una pillola placebo)
- riduzione rapida del dosaggio (4 settimane o meno)
- riduzione lenta (oltre 4 settimane)
- restrizione della dose (50 per cento o meno della dose minima efficace)
- continuare la terapia antidepressiva.
RISULTATI A FAVORE DI UNA RIDUZIONE GRADUALE
Tra tutti questi sistemi il più efficace si è dimostrato la riduzione lenta della terapia abbinata a un supporto di psicoterapia, prevenendo così una ricaduta ogni cinque persone. Ugualmente efficace, ovviamente, la decisione di continuare la cura con dosaggi immutati una volta raggiunta la scomparsa dei sintomi. I metodi meno validi si sono dimostrati lo stop improvviso e la riduzione rapida del dosaggio.
Rispetto ai disturbi di ansia gli autori osservano che i risultati non appaiono così netti e che sono necessari altri studi per arrivare a una conclusione chiara.
IL SUPPORTO PSICOLOGICO
La co-autrice della ricerca, dottoressa Debora Zaccoletti dell’Università di Verona, ha osservato: «I nostri risultati suggeriscono che quando gli antidepressivi riescono a prevenire una ricaduta, non devono necessariamente essere presi a lungo da tutti i pazienti. Un’alternativa valida come il supporto psicologico, incluse la terapia cognitivo-comportamentale e la mindfulness, appare uno strumento promettente – anche sul breve periodo».
APPROCCI DIVERSIFICATI
Con il dottor Giovanni Migliarese, primario di Psichiatra all’Ospedale di Vigevano (Pavia), commentiamo la difficoltà, che sembra apparire dalla ricerca veronese, nell’uscire da una terapia con antidepressivi. Il sistema più semplice risulta scalare i dosaggi ma con il sostegno di una psicoterapia. La riduzione lenta serve non solo a evitare una recidiva, ma anche a prevenire disturbi da sospensione del farmaco. L'utilità di una riduzione graduale con uno scalare lento è proprio di tutti gli psicofarmaci? «No, non tutti. Molte malattie psichiche gravi hanno un andamento continuativo e vanno trattate in modo continuativo - risponde Migliarese. – Per altri casi no. Per gli attacchi di panico, per esempio, si cura l’episodio, così per un primo periodo depressivo senza familiarità oppure per episodi con sintomi ansiosi legati a eventi specifici. Resta l’indicazione di un abbassamento graduale dei dosaggi per evitare sintomi sgradevoli anche sul piano fisico».
IL PREGIUDIZIO “PER TUTTA LA VITA”
Riportiamo un caso non infrequente di chi rifiuta di andare da uno psichiatra perché “se cominci con quelle medicine lì, poi devi prenderle per tutta la vita”. Il dottor Migliarese sorride: «In effetti se la risposta alla cura è buona, non è consigliabile interromperla. Ma non succede così anche per altre malattie? Se si ha la pressione alta il cardiologo non sospende la terapia, così non lo fa chi si occupa di diabete. In caso di una polmonite sì, come il paziente sta bene via tutti i farmaci». E molto dipende dal tipo di farmaci. «Per esempio, con la fluoxetina, anche con una sospensione rapida non si hanno problemi mentre per altri antidepressivi come la venlafaxina e la paroxetina ci possono essere effetti da sospensione. Non si può generalizzare», conclude il dottor Giovanni Migliarese.


