La dieta mediterranea piace sempre di più, ma proprio nei Paesi che ne custodiscono la tradizione viene seguita sempre meno. Considerata uno dei modelli alimentari più salutari al mondo, è associata a una riduzione del rischio di diverse malattie croniche non trasmissibili, da quelle metaboliche ad alcuni tumori.
Eppure, proprio nei Paesi in cui si è sviluppata, Italia compresa, l'adesione a questo modello alimentare è in calo, mentre sovrappeso, obesità e malattie metaboliche continuano a rappresentare importanti problemi di salute pubblica. Al contrario, questo modello alimentare suscita sempre più interesse al di fuori del bacino del Mediterraneo. È il «paradosso della dieta mediterranea», descritto recentemente in una revisione della letteratura scientifica dal professor Domenico Praticò, fondatore dell'Alzheimer's Center della Temple University di Philadelphia. Nel suo lavoro, Praticò sottolinea la necessità di strategie coordinate di sanità pubblica per invertire questa tendenza e prevenire le possibili conseguenze a lungo termine sulla salute pubblica e sull'economia.
DIETA MEDITERRANEA, COME CALA L'ADESIONE NEI PAESI D'ORIGINE
Con radici che risalgono a oltre 2.000 anni fa, la dieta mediterranea ha ottenuto il primo riconoscimento scientifico più di 60 anni fa, grazie al Seven Countries Study di Ancel Keys. Lo studio confrontò alimentazione e stili di vita in diverse popolazioni, seguendo gruppi di uomini di mezza età e rilevando una mortalità per tutte le cause e per malattia coronarica più bassa in alcune popolazioni mediterranee, come quelle italiane e greche, rispetto a quelle degli Stati Uniti e del Nord Europa. Negli ultimi vent'anni, le evidenze sui benefici della dieta mediterranea si sono ulteriormente consolidate, dalla salute cardiometabolica alla prevenzione oncologica, fino alla salute cerebrale.
Eppure, proprio nei Paesi che ne hanno tramandato la tradizione, la sua adozione sembra diminuire. Un paradosso che abbiamo approfondito con Domenico Praticò: «Diversi studi epidemiologici e di popolazione, anche italiani, hanno analizzato le abitudini alimentari di studenti universitari, adulti e altri gruppi, rilevando una scarsa aderenza alla dieta mediterranea. Si tratta spesso di indagini basate su questionari, che fotografano la situazione in un determinato momento e si affidano alle risposte dei partecipanti: risultati da interpretare con cautela, ma indicativi di una tendenza. In alcuni campioni, soltanto il 20% segue un regime alimentare riconducibile a questo modello».
Avevamo già raccontato di questa tendenza in un articolo pubblicato sul magazine di Fondazione Veronesi un paio di anni fa, riportando i risultati di un'indagine condotta su quasi 4.000 persone: l'83,8% degli intervistati mostrava un'aderenza moderata alla dieta mediterranea, l'11,3% una bassa aderenza e soltanto il 5% un'aderenza ottimale. Il fenomeno, tuttavia, riguarda anche altri Paesi mediterranei, come Grecia e Spagna, e si inserisce in un contesto in cui sovrappeso, obesità e diabete di tipo 2 rappresentano importanti sfide per la salute pubblica.
In Italia, secondo i dati ISTAT relativi al 2025, il 46,4% degli adulti è in eccesso di peso. «È una "pandemia silenziosa", le cui conseguenze si manifestano nel lungo periodo e rischiano di pesare sempre più sui sistemi sanitari e sulla società. Senza iniziative concrete, queste condizioni croniche potrebbero avere un impatto significativo sulla salute pubblica e comportare costi socioeconomici crescenti».
TEMPO, COSTI E STILI DI VITA: LE RAGIONI DEL CAMBIAMENTO
I fattori che determinano questo calo di aderenza alla dieta mediterranea sono molteplici. Tra questi, ci sono gli aspetti socioeconomici e i cambiamenti nello stile di vita che hanno interessato le società moderne negli ultimi trent'anni. «Spesso manca il tempo per cucinare e si preferiscono piatti pronti da riscaldare al microonde, più semplici e veloci. C'è poi il fattore economico: frutta e verdura fresche possono sembrare più costose rispetto agli alimenti confezionati, spesso più calorici e sazianti, ma potenzialmente dannosi per la salute se consumati abitualmente».
Secondo Praticò, uno dei falsi miti da sfatare è che la dieta mediterranea sia costosa. Storicamente, infatti, non era un'alimentazione riservata ai più ricchi, ma un modello basato sui prodotti disponibili localmente. Per seguirla non servono ingredienti costosi né ricette elaborate: bastano anche semplici scelte quotidiane.
«Ci sono alcuni principi fondamentali da tenere a mente. Il primo è limitare il consumo di carne rossa e privilegiare le fonti proteiche vegetali, come i legumi, senza pensare che sia necessario acquistare prodotti esotici o particolarmente costosi. Il secondo è preferire i grassi di origine vegetale, in particolare l'olio extravergine d'oliva. Il terzo riguarda gli spuntini: al posto di merendine e snack dolci, si può scegliere frutta secca, come noci e mandorle. È, inoltre, importante consumare pesce quando possibile e limitare gli alimenti ultraprocessati e le bevande zuccherate: sono le abitudini alimentari nel loro complesso a fare la differenza».
Un fattore da non trascurare è l'influenza dei modelli alimentari occidentali e della comunicazione commerciale. I più giovani possono percepire il cibo preparato in casa come qualcosa di superato, mentre i prodotti promossi dagli influencer e dai social media appaiono più attraenti e alla moda, aggiunge Praticò:
«È naturale essere attratti dalle novità, e non c'è nulla di sbagliato nel consumare occasionalmente alimenti diversi da quelli della tradizione italiana. Il problema nasce quando il fast food diventa una componente abituale dell'alimentazione quotidiana. Dietro questi modelli ci sono anche interessi economici rilevanti e strategie di marketing che sono in grado di influenzare le preferenze e le abitudini alimentari. Il calo dell'aderenza alla dieta mediterranea, quindi, non dipende soltanto dalle scelte individuali, ma anche dal contesto sociale, economico e culturale in cui queste scelte maturano. Per questo è importante rendere più accessibili le opzioni salutari e promuovere uno stile di vita che integri un'alimentazione equilibrata, il movimento quotidiano e le relazioni sociali».
La dieta mediterranea, infatti, non riguarda soltanto l'alimentazione: «Oggi siamo meno attivi nella quotidianità, non necessariamente perché pratichiamo meno sport, ma perché ci muoviamo meno anche nelle attività di tutti i giorni, con possibili conseguenze per la salute. Questo modello, quindi, non comprende solo ciò che mangiamo, ma un vero e proprio stile di vita».
SALUTE E AMBIENTE: IL NORD EUROPA INDICA UNA STRADA
Una tendenza interessante riguarda i Paesi del Nord Europa, dove cresce l'attenzione verso modelli alimentari che condividono alcuni principi della dieta mediterranea, come il maggiore consumo di alimenti vegetali. «Il paradosso è che nei Paesi in cui questo modello è nato lo si abbandona, mentre altrove si affermano scelte alimentari che ne condividono alcuni principi, senza coincidere necessariamente con la dieta mediterranea in senso stretto», osserva Praticò.
A favorire questo interesse potrebbe essere anche la sostenibilità ambientale. Le nuove generazioni, infatti, sono più sensibili alla tutela dell'ambiente e ai cambiamenti climatici: «Diversi studi indicano che la dieta mediterranea può avere un impatto ambientale relativamente contenuto, grazie soprattutto al maggiore spazio riservato agli alimenti vegetali e al consumo più limitato di carne. Può quindi essere promossa sia per i benefici sulla salute sia come scelta più sostenibile per il pianeta».
IL RUOLO DELL'EDUCAZIONE E DELLE POLITICHE ALIMENTARI
Accanto alla sostenibilità ambientale, anche le politiche alimentari e l'educazione possono contribuire a promuovere scelte più salutari. «Negli Stati Uniti, le Dietary Guidelines for Americans, le linee guida alimentari nazionali, sono elaborate congiuntamente dal Dipartimento dell'Agricoltura (USDA) e dal Dipartimento della Salute e dei Servizi Umani (HHS). Anche in Svezia, nel 2025, sono state pubblicate nuove raccomandazioni alimentari che, pur adattate al contesto locale, condividono alcuni principi della dieta mediterranea. Sarebbe importante investire maggiormente anche in Italia nell'informazione e nell'educazione alimentare fin dall'infanzia, coinvolgendo scuole, università e ristorazione collettiva. Non basta spiegare ai giovani che cosa significhi mangiare in modo equilibrato: bisogna anche offrire loro alimenti coerenti con queste indicazioni. Italia, Grecia e Spagna potrebbero trarre spunto dalle esperienze di altri Paesi per contrastare il progressivo abbandono di questo modello. Invertire la tendenza non sarà semplice, ma sostenibilità ed educazione possono contribuire a rafforzare la consapevolezza dei legami tra alimentazione, salute e ambiente», afferma Praticò.
UNA QUESTIONE DI SALUTE PUBBLICA
Il progressivo allontanamento dalla dieta mediterranea rappresenta una preoccupazione per la salute pubblica, soprattutto alla luce delle evidenze che associano questo modello alimentare a un minor rischio di diverse malattie croniche. Non è possibile attribuire direttamente all'abbandono della dieta mediterranea l'aumento delle patologie metaboliche, ma promuovere abitudini alimentari più salutari resta una delle strategie fondamentali di prevenzione.
In Italia, secondo i dati ISTAT, nel 2025 il diabete riguardava il 6,4% della popolazione, una quota cresciuta rispetto ai decenni precedenti. «Questa sfida richiede interventi su più fronti, che tengano conto dei fattori sociali, economici e culturali che influenzano le nostre scelte: dall'educazione alimentare agli ambienti in cui viviamo. È importante consumare regolarmente gli alimenti caratteristici della dieta mediterranea: seguirla solo una o due volte alla settimana non equivale a mantenerla nel tempo. È la costanza a fare la differenza».
Non è mai troppo presto, né troppo tardi, per migliorare le proprie abitudini alimentari. «Già circa 2.500 anni fa, Ippocrate sottolineava il legame tra cibo e salute. Un principio che abbiamo forse trascurato e che oggi dovremmo riscoprire», conclude Praticò.


