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Trapianti di rene a buon fine se l'organo è di una persona con l'HCV

pubblicato il 23-08-2018
aggiornato il 06-09-2018

Una ricerca americana dimostra la sicurezza dei trapianti effettuati con organi prelevati da persone infette dall'Hcv. A patto però di trattare fin da subito i riceventi con gli antivirali di ultima generazione

Trapianti di rene a buon fine se l'organo è di una persona con l'HCV

L'obiettivo di chi fa ricerca nel campo della chirurgia trapiantologica è sempre lo stesso: aumentare il numero di organi disponibili, passaggio necessario se si vuole ridurre le liste di attesa. I trapianti di rene sono i più frequenti: 2.244 quelli effettuati in Italia nel 2017, avendo come donatori persone decedute (1934) o ancora in vita (310). Ma anche quelli per cui ci sono più pazienti in attesa: 6.609 alla stessa data, pari al 73 per cento dei pazienti in attesa di un organo funzionante. Nei mesi scorsi s'è parlato della possibilità di prelevare uno dei due filtri del nostro corpo anche da persone decedute oltre gli 80 anni. Adesso, dagli Stati Uniti, giunge una nuova proposta: perché non considerare come potenziali donatori anche i pazienti deceduti con un'infezione in corso da epatite C? I risultati, secondo gli esperti, non sarebbero inferiori. A patto però di trattare fin da subito i riceventi con gli antivirali di nuova generazione.

IN COSA CONSISTE
UN TRAPIANTO DI ORGANI? 

ATTESA PIU' BREVE E COSTI INFERIORI

La proposta affonda le radici in una sperimentazione portata avanti da un gruppo di ricercatori dell'Università della Pennsylvania, i cui risultati sono stati pubblicati sulla rivista Annals of Internal Medicine. Obiettivo dello studio era quello di valutare la sicurezza e l'efficacia di un trapianto di rene effettuato in pazienti negativi per l'Hcv, utilizzando organi provenienti da donatori compatibili, nel cui sangue circolava però l'Rna del virus: segno di un'infezione in corso, non ancora risolta. Venti i pazienti trattati in questo modo: tutti di età compresa tra 40 e 65 anni, mai venuti in contatto con i virus dell'epatite B e C e dell'Hiv, con un fegato in buona salute e non affetti dal diabete. Il controllo, effettuato a sei (per dieci pazienti) e a dodici mesi (per i restanti dieci), non ha fatto emergere particolari criticità. Non solo i pazienti hanno riferito una buona qualità di vita dopo l'intervento, ma la frequenza del rigetto e la funzionalità renale non hanno risentito dell'infezione in atto. Segno che, per dirla con gli esperti, «il virus dell'epatite C non ha condizionato la qualità del trapianto». A questi aspetti, prioritari per la salute del paziente, occorre aggiungere anche il risparmio ottenuto da un intervento anticipato, che ha evitato a questi pazienti di portare avanti la dialisi: procedura salvavita per sopperire al deficit funzionale dell'organo. 

 

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NECESSARIA LA TERAPIA ANTIVIRALE

Oltre a ricevere un organo sano, le persone sottoposte al trapianto di rene sono state trattate fin da subito con i nuovi antivirali diretti contro l'epatite C. Questi farmaci si sono finora rivelati in grado di eliminare la presenza del virus dall'organismo anche in soli tre mesi di trattamento e sono stati somministrati sopratutto ai pazienti che presentavano una fibrosi epatica o una cirrosi avanzata. In questo caso sono stati invece impiegati a scopo profilattico: ovvero prima che il virus fosse «veicolato» nel corpo dei riceventi attraverso il rene donato. «Si tratta di una novità importante, che aggiunge un granello in più al rosario delle opportunità per i pazienti in lista di attesa - commenta Paolo Rigotti, direttore dell'unità operativa complessa di chirurgia dei trapianti di rene e pancreas dell'azienda ospedaliero-universitaria di Padova -. La positività all'Hcv, finora, ha quasi sempre rappresentato un criterio di esclusione per i potenziali donatori. Questo studio ci dice che in futuro potremo rivedere questo limite: almeno per il trapianto di rene, che non è considerato salvavita e che vede coinvolto un organo in cui normalmente il virus non tende a localizzarsi». I ricercatori statunitensi guardano anche oltre, però: lo scorso anno hanno avviato una ricerca analoga, mirata però a valutare la sicurezza e l'efficacia dei trapianti di cuore.


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AL TRAPIANTO DI RENE ARRIVANO 4 PAZIENTI SU 10

Parlando di epatite C e trapianti, occorre fare una precisazione. In Italia, già oggi, si prelevano organi da donatori che presentano gli anticorpi contro il virus: segno di un'infezione pregressa, ma ormai debellata. Questi (a eccezione del fegato) vengono messi a disposizione dei pazienti più gravi - per cui il ricorso al trapianto è considerato comunque prioritario rispetto al rischio di contrarre l'epatite C - o di coloro che risultano già infetti dal virus. La novità dello studio sta nel ricorso a reni prelevati da persone in cui invece l'infezione era in atto anche al momento del decesso: indipendentemente dalle cause per cui sia avvenuto. I ricercatori statunitensi stimano che il 25 per cento dei donatori di organi, al momento del decesso, sia sieropositivo all'Hcv: 800 i reni scartati per questa ragione soltanto nel 2016. Nel nostro Paese, secondo Rigotti, «la quota è inferiore: parliamo all'incirca di cinquanta donatori infetti ogni mille». Ma vale la pena di andare oltre le statistiche per ricordare che «cinquanta donatori possono dare il là a cento trapianti». All'operazione, necessaria quando il deficit riguarda entrambi i reni, ci arrivano quattro pazienti sui dieci che ne avrebbero bisogno. La carenza dei donatori potrebbe essere attenuata dal prelievo di organi da persone decedute con un'infezione in atto da epatite C. «Per arrivare ad avere questa opportunità nei nostri ospedali occorre però che sia esteso l'utilizzo degli antivirali - chiosa Rigotti -. Anche in ragione del loro costo elevato, oltre che degli effetti collaterali non trascurabili, al momento non è autorizzato l'impiego a scopo profilattico, come avvenuto nella ricerca». 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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