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Testamento biologico in Italia: che cosa ne pensa la gente

pubblicato il 12-09-2011
aggiornato il 25-07-2017

Il testamento biologico in Italia. Gli italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire?

Testamento biologico in Italia: che cosa ne pensa la gente

Gli italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire?

Ecco sull’argomento le pagine dedicate dal professor Umberto Veronesi nel suo recente libro Il diritto di non soffrire

Il testamento biologico, che certifica la volontà dell’inte­ressato, è lo strumento più adatto a far sì che nessuna volontà esterna possa prevalere su quella dell’individuo. Ispirandosi a questo principio nel 1997 la Convenzione di Oviedo sui diritti dell’uomo e la biomedicina, sancì all’articolo 9 che venissero tenu­ti in considerazione e rispettati «i desideri precedentemente espressi (ad esempio nel testamento biologico) a proposito di un intervento medico da parte di un pazien­te che, al momento dell’intervento, non è in grado di espri­mere la sua volontà».

Per quanto riguarda il nostro paese, il 18 dicembre 2003 il Comitato nazionale per la bioetica ap­provò un documento in cui si auspicava un intervento del legislatore volto a obbligare il medico a prendere in esame le dichiarazioni anticipate di volontà e a motivare ogni di­versa decisione in cartella clinica.

Uno dei punti salienti della legge sul testamento biologico approvata alla Camera, che per il varo definitivo dovrà tornare al Senato, stabilisce che le dichiarazioni anticipate di trattamento non sono vincolanti per i medici. In altre parole significa che il medico può accettare o rifiutarsi di  eseguire le volontà espresse dal paziente. Ecco sull’argomento le pagine dedicate dal professor Umberto Veronesi nel suo recente libro “Il diritto di non soffrire” (Editore Mondadori).

 

Il testamento biologico in Italia. Ma i cittadini italiani vogliono veramente affidare ai medici la decisione su come desiderano morire?

Tramite la Fondazione Veronesi, all’inizio del 2007 volli affidare la risposta a un sondaggio, che è stato effettuato su un cam­pione significativo di 4300 maggiorenni, e realizzato dall’ISPO, l’Istituto per gli studi sulla pubblica opinione.

Prima di parlare degli altri aspetti emersi dalla ricerca, mi sem­bra fondamentale rispondere alla domanda più importante, che il legislatore non può far finta di ignorare: a chi spetta la decisione?

Agli intervistati è stato sottoposto un quesi­to molto dettagliato: «Se una persona è affetta da una ma­lattia o lesione cerebrale irreversibile che le impedisce di esprimere le sue volontà e la costringe alla dipendenza da macchine, a chi dovrebbe spettare la decisione di non som­ministrare o eventualmente sospendere i trattamenti che la tengono artificialmente in vita?».

Ebbene, ecco le risposte: solo il 5% degli intervistati ha detto che la decisione spetta al medico che ha in cura il pa­ziente (in ospedale, in un reparto di rianimazione, a casa), mentre ben il 50% ha risposto che la decisione spetta al pa­ziente che ha espresso la propria volontà in merito quando ancora era in piena lucidità mentale.

Questa risposta è sta­ta data dalla metà di coloro che si erano posti il problema e dal 40% di coloro che non se l’erano mai posto. Questa ri­sposta mi sembra assolutamente illuminante e nettamen­te prevalente rispetto alle altre, che comunque riporto: il 20% ha risposto che la decisione spetta a un familiare (co­niuge/genitore/figli o altri parenti), il 20% che la decisione non spetta a nessuno perché «la vita è un dono e bisogna fare di tutto per tutelarla», un altro 5% affida la decisione «a una commissione etica di esperti», e un residuo 1% «a un giudice/magistrato».

Il tema del testamento biologico è tutt’altro che scono­sciuto: alla domanda se ne avessero almeno sentito parlare, il 30% degli intervistati ha risposto che sapeva bene di che cosa si trattava, mentre il 45% ne aveva solo sentito parlare, e un altro 25% non ne aveva mai sentito parlare. Com’era prevedibile, la risposta: «So bene di che cosa si tratta» è stata data soprattutto da giovani di 25-35 anni, la cui percen­tuale è aumentata in ragione del titolo di studio.

Un altro dato molto interessante è emerso dalle risposte al quesito: «Può accadere di trovarsi in una condizione ir­reversibile di malattia o lesione cerebrale da incidente che ci costringe a dipendere da macchine. Le è mai capitato di pensare al testamento biologico?».

Il 32% (soprattutto tra i maggiori di 64 anni) non ci ave­va mai pensato, mentre il 68% si era posto il problema; tra essi, il 45% aveva pensato al testamento biologico in se­guito alle vicende di Terri Schiavo e di Piergiorgio Welby, il 15% ci aveva ragionato sulla base di articoli letti su rivi­ste o quotidiani, e infine l’8% ha risposto di averci pensato in seguito a un’esperienza diretta, quando un parente, un amico o un conoscente si erano trovati in questa condizione.

In conclusione, il sondaggio commissionato dalla mia Fondazione ha rilevato l’emergere di una nuova e crescen­te consapevolezza su questi temi, alla quale non si può ri­spondere facendo il colossale passo indietro di mettere nelle mani dei medici – e lo dico da medico – decisioni che ap­partengono unicamente alla persona. ­


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