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I nostri ricercatori
Chiara Segré
pubblicato il 03-03-2014

Giorno e notte spio il tumore al colon: presto saprò come batterlo



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Dal Piemonte al Belgio per specializzarsi nell’immunologia del cancro al colon: Andrea Casazza, biologo e ricercatore, è uno dei tanti giovani italiani impegnati nella lotta al tumore

Giorno e notte spio il tumore al colon: presto saprò come batterlo

Andrea Casazza è torinese, classe 1975. Fin da ragazzo, si è sempre appassionato alle materie scientifiche: ha frequentato il liceo scientifico, proseguendo con la laurea in Scienze Biologiche e un dottorato in Scienze e Tecnologie Cellulari, entrambe conseguite all’Università degli Studi di Torino. Da tre anni Andrea vive a Leuven, in Belgio, dove lavora come senior Post-Doc al Vesalius Research Center nel laboratorio Molecular Oncology and Angiogenesis, diretto da un altro italiano, il Professor Massimiliano Mazzone. Prima di volare a Leuven, Andrea ha fatto esperienza in diversi centri di ricerca del Piemonte: l’Ospedale San Luigi di Orbassano, l’Università del Piemonte Orientale di Novara e l’Istituto per la Ricerca e la Cura del Cancro di Candiolo.

IMMUNOLOGIA E ONCOLOGIA 

La ricerca che Andrea conduce in Belgio è al confine tra immunologia e oncologia: un campo di studio recente ma molto promettente. Andrea studia come identificare la presenza del tumore del colon-retto, che colpisce oltre un milione di persone ogni anno, utilizzando come “spie” alcune cellule del sistema immunitario, i monociti. I monociti sono richiamati al sito di un tumore e lì “sfruttati” da quest’ultimo per la sua crescita, la formazione di vasi sanguigni e la migrazione delle cellule cancerogene. Dall’altro lato, però, i monociti sono anche la “fanteria” che il nostro organismo chiama a raccolta per combattere il tumore stesso. «Quello tra monociti e tumore è una relazione molto complessa e a tratti, ambivalente» spiega Andrea «Ma quello che è stato osservato è che in seguito alla reciproca interazione, i monociti entrati in contatto con cellule di tumore al colon modificano il loro “set” di geni spenti e accesi rispetto a monociti che non hanno mai visto un tumore». Ecco quindi che i monociti, se “interrogati” nel giusto modo dai ricercatori, possono essere utilizzati come “spie” che rivelano la presenza di un tumore al colon, anche in stadi precoci. «Le applicazioni pratiche di questa ricerca, una volta validate, saranno potenzialmente molto interessanti» continua Andrea «I monociti circolano naturalmente nel sangue e si possono estrarre facilmente con un prelievo, economico e non invasivo. Analizzando la loro “firma genetica” si potrà capire se è presente una massa tumorale a livello del colon, intervenendo tempestivamente con una adeguata terapia».

I SACRIFICI DELLA RICERCA

Per Andrea, capire come funzionano i meccanismi cellulari attraverso il suo lavoro è una grande soddisfazione; tuttavia essere uno scienziato non è una semplice professione, ma quasi una vocazione che richiede anche grandi sacrifici. L’organizzazione del lavoro di un ricercatore è “imposta” dagli esperimenti: è il ricercatore che adegua il suo tempo alle esigenze del lavoro, anche a costo di sacrificare ore di sonno. Non è insolito per uno scienziato lavorare in piena notte, e non sempre chi non è del mestiere se ne rende conto o ne comprende i motivi. A questo proposito, racconta Andrea: «Ero già qui in Belgio, e una notte mi sono recato in laboratorio verso le due per esigenze sperimentali. Il sorvegliante dell’Istituto però non era convinto della mia buona fede, e non voleva farmi entrare nemmeno dopo avergli mostrato le mie credenziali. Ci ho messo più di mezz’ora a convincerlo a farmi entrare, dopodiché è rimasto con me fino alla fine del turno accertandosi personalmente che fossi davvero andato a lavorare».


METTERSI IN GIOCO

Cosa ha spinto Andrea ad andare all’estero? «Sicuramente la voglia di mettermi in gioco in un ambiente internazionale». Non è stata una scelta priva di conseguenze; Andrea ha dovuto rinunciare alla sua passione, la musica - era bassista in due gruppi rock-blues - ma soprattutto è lontano dalla sua compagna, rimasta in Italia. Però Andrea è consapevole che un’esperienza all’estero è una tappa essenziale nella formazione professionale di uno scienziato: «Il problema della ricerca italiana non è la “fuga” dei cervelli, anzi, quella è un’occasione di crescita personale e scientifica. In Italia si predilige un’educazione scientifica verticale dove spesso si investe su un giovane cresciuto da sempre nello stesso istituto. Questo produce ricercatori specializzati ma fortemente condizionati dall’ambiente circostante. In Belgio invece la mentalità è quella di cambiare spesso laboratorio, agevolando una “contaminazione” scientifica che risulta in una maggiore creatività». Il vero problema è il reintegro dei cervelli “fuggiti”; spesso per un ricercatore non è facile rientrare in Istituti o Università italiane dopo essere stato diverso tempo all’estero, e le posizioni lavorative sono sempre precarie e incerte.


PAROLA D’ORDINE: CREDERCI

Andrea è in ogni caso convinto che la ricerca sia il lavoro della sua vita: «Fra 10 anni, mi piacerebbe essere diventato capo di un mio laboratorio, anche se vorrei sempre “sporcarmi le mani” al bancone». Andrea spera di riuscire a realizzare il suo sogno professionale in Italia: «La ricerca italiana non è diversa dalle altre, ha personalità scientifiche di livello mondiale. Non manca di lungimiranza, ambizione, solidità, ingegno e creatività. Esistono ottimi istituti di ricerca e persone che credono che non necessariamente avere più soldi voglia dire fare una scienza migliore. Quello che manca alla ricerca italiana è il coraggio di crederci». Continua Andrea: «Manca il coraggio degli investitori, lo stato in primis, e di una stretta collaborazione università-industria, manca il coraggio di ridurre la burocrazia nella scienza, di credere che un giovane trentenne possa fare altrettanto bene di uno scienziato più vecchio, manca il coraggio di smettere di sperare per cominciare a fare». E noi ci auguriamo che l’appello e l’energia di Andrea, come quella di tanti altri scienziati italiani, non rimanga inascoltato ancora a lungo.

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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