Il cancro del colon-retto è uno dei tumori più diffusi nel mondo occidentale. Eppure, grazie agli screening e ai progressi della ricerca, i dati più recenti raccontano una storia incoraggiante: per la prima volta in Europa si registra un calo dei casi, e l'Italia fa meglio della media. Un'importante strategia di prevenzione è la rilevazione e la gestione dei polipi colorettali, lesioni benigne che possono nel tempo evolvere in cancro. Un recente lavoro di ricerca europeo mostra che l'analisi del DNA dei polipi colorettali migliora la comprensione dei rischi ereditari.
QUANDO IL TUMORE È "DI FAMIGLIA"
Un elevato numero di polipi del colon-retto è considerato un potenziale precursore del cancro: almeno 10 polipi nelle persone sotto i 60 anni e più di 20 in quelle sotto i 70. Questi individui possono sottoporsi a test genetici tramite analisi del DNA nel sangue. In circa un quarto dei casi, viene identificata una causa genetica. Questi pazienti e i portatori della mutazione tra i loro familiari hanno diritto a screening regolari per la diagnosi e il trattamento precoce del cancro del colon-retto. Tuttavia, nel restante tre quarti dei pazienti, non è possibile individuare alcuna causa genetica della malattia, anche in presenza di un forte sospetto di rischio ereditario, ad esempio perché presentano un elevato numero di polipi o parenti a cui è stato diagnosticato un cancro del colon-retto.
ANALIZZARE IL DNA DEI POLIPI COLORETTALI
Uno studio pubblicato sulla rivista Gastroenterology, condotto dal centro medico universitario Radboud e dall'ospedale universitario di Bonn, in collaborazione con ricercatori di Monaco e Barcellona, ha analizzato il DNA direttamente estratto dai polipi intestinali — non dal sangue — di 180 pazienti europei senza causa genetica identificata.
I risultati sono rilevanti. Tra chi presentava polipi adenomatosi (presenti in 80 individui), le mutazioni erano principalmente a carico del gene APC, e in almeno il 20% dei casi era presente un fenomeno chiamato mosaicismo mutazionale: la predisposizione genetica non è distribuita in tutto il corpo, ma è localizzata, per esempio, solo nelle cellule dell'intestino crasso. Questo spiega perché l'esame del sangue risulti negativo, pur in presenza di un rischio reale.
IL VALORE DEI RISULTATI
Si tratta di una scoperta con implicazioni pratiche importanti: se un genitore ha questa forma di predisposizione localizzata, i fratelli non sono a maggior rischio — ma i figli potrebbero esserlo. Per quanto riguarda i polipi serrati (presenti in circa 60 individui), quasi tutti mostravano una mutazione non ereditaria nel gene BRAF. L'analisi dettagliata suggerisce che questi polipi assomigliano geneticamente a una crescita eccessiva di tessuto intestinale normale: un dato che apre nuove domande sulla loro effettiva progressione verso il cancro.
Il messaggio clinico dello studio è chiaro: integrare l'analisi del DNA dei polipi nella diagnostica di routine europea permette di offrire risposte concrete a pazienti che oggi rimangono in una zona grigia.
«La caratterizzazione genomica delle lesioni colorettali presentata nell’articolo dimostra quanto sia cruciale analizzare in modo sistematico i meccanismi molecolari che guidano la trasformazione tumorale» spiega Silvia Careccia di Alleanza Contro il Cancro. L’identificazione di mutazioni chiave, come quelle che coinvolgono i geni APC o BRAF, aiuta a chiarire i diversi percorsi biologici che portano allo sviluppo del carcinoma del colon-retto e apre la strada a strategie di prevenzione più mirate. «Questo tipo di ricerca multidisciplinare riflette l’approccio promosso negli ultimi anni dalla rete oncologica degli IRCCS italiani, che mira a integrare competenze cliniche, genomiche e tecnologiche per accelerare l’innovazione in oncologia».
LA SITUAZIONE IN ITALIA
Sul fronte epidemiologico, le notizie dall'Italia sono positive. Secondo i dati di I numeri del cancro 2025 di AIOM e AIRTUM, il nostro Paese registra un calo del 2,6% dei nuovi casi di tumore del colon-retto — superiore alla media europea — e una riduzione del 13% dei decessi nell'ultimo decennio. La sopravvivenza a 5 anni si attesta al 64,2%, contro il 59,8% della media europea.
Questi risultati sono anche frutto dello screening. Nel 2024 quasi 8 milioni di persone tra i 50 e i 69 anni sono state invitate al test per la ricerca del sangue occulto fecale. L'adesione, tuttavia, rimane disomogenea: al Nord la copertura sfiora il 46%, al Centro si ferma al 32%, mentre al Sud e nelle Isole non supera il 18%.
IDENTIFICARE CHI È DAVVERO A RISCHIO
Da un approfondimento dedicato al tema pubblicato ne I numeri del cancro 2023, emerge un quadro preciso della sfida che l'Italia si trova ad affrontare. Si stima che 1 persona su 3 si ammalerà di cancro nel corso della sua vita. Secondo il Piano Oncologico Nazionale 2023-2027, tra il 12,5% e il 17,5% dei tumori insorge in persone portatrici di una variante genetica ereditaria. Anche usando stime più prudenziali — basate su uno studio pubblicato su Cell condotto su oltre 10.000 pazienti con 33 diversi tipi di tumore — almeno l'8% dei pazienti oncologici risulta portatore di una variante patogenetica, spesso senza saperlo. Per il tumore del colon-retto specificamente, la quota stimata è del 6%.
«In questo contesto, il progetto GerSom, di Alleanza Contro il Cancro (ACC), rappresenta un modello avanzato di medicina di precisione». Lo studio multicentrico che coinvolge 26 centri su tutto il territorio nazionale ha l'obiettivo di dimostrare la fattibilità di un percorso diagnostico integrato. «Nel progetto sono stati arruolati più di 300 pazienti con tumore del colon-retto con meno di 50 anni, analizzati attraverso un pannello esteso capace di indagare simultaneamente mutazioni tumorali e predisposizioni ereditarie» spiega ancora Careccia.
Il progetto analizza in parallelo i geni alterati nelle cellule neoplastiche, per definire prognosi e risposta alle terapie, e i Cancer Predisposing Genes nella linea germinale, per mappare il rischio genetico ereditario del paziente. A questo scopo, ACC ha sviluppato un pannello genico capace di analizzare 467 geni alterati nei tumori, di cui 172 geni di predisposizione, eseguibile in tempi brevi e a costi contenuti. Entro la fine del progetto verranno reclutati 4.000 pazienti: giovani con tumore al colon sotto i 50 anni o alla mammella sotto i 40, oltre a pazienti con carcinoma ovarico o tumore alla mammella triplo negativo — categorie in cui la probabilità di una predisposizione genetica sottostante è più elevata. «Questo approccio consente non solo di migliorare la gestione clinica del paziente, ma anche di estendere la prevenzione ai familiari a rischio, rafforzando ulteriormente il ruolo centrale degli screening.»

