Nelle persone con sindrome di Lynch, in futuro la prevenzione del tumore del colon potrebbe passare dalla vaccinazione. E' questo, in estrema sintesi, il messaggio che emerge da uno studio pubblicato sulla pagine della rivista Nature Medicine. Il vaccino Nous-209 si è dimostrato utile nel generare una risposta immunitaria duratura contro le proteine anomale in tutti gli individui trattati. Un risultato che rappresenta un primo deciso passo verso la strategia della cancer interception, ovvero il blocco del meccanismo che porta le cellule a trasformarsi in tumorali.
LA SINDROME DI LYNCH
Sviluppare un tumore nel corso della propria vita dipende da molte variabili riassumibili in due grandi categorie: stili di vita e predisposizione genetica. In alcuni casi però è proprio quest'ultima a farla da padrone. Esistono infatti mutazioni che aumentano enormemente le probabilità di sviluppare una neoplasia. Gli individui affetti dalla sindrome di Lynch, ad esempio, sono particolarmente predisposti a sviluppare diversi tumori come quello al colon-retto. In queste persone sono presenti mutazioni in geni importanti per la riparazione del DNA (MLH1, MSH2, MSH6, PMS2, EPCAM). Risultato? Ad ogni divisione della cellula si accumulano errori che portano, nel tempo, a sviluppare la malattia.
SPEGNERE IL TUMORE SUL NASCERE
Ma questi "errori" non sono affatto silenti: il risultato finale è la produzione di proteine anomale che possono essere riconosciute dal sistema immunitario. Ed è qui che entra in gioco il vaccino. Gli autori dello studio -gli scienziati del MD Anderson Cancer Center di Houston e dell'azienda italiana Nouscom- hanno innanzitutto analizzato quali sono le proteine anomale maggiormente prodotte dalle persone con sindrome di Lynch. Dopodiché hanno realizzato un vaccino (Nous-209) in grado di innescare una risposta immunitaria contro ben 209 frammenti di proteine anomale. L'obiettivo di fondo è quello di preparare il sistema immunitario a riconoscerle quando eventualmente presenti sulle cellule in fase di trasformazione tumorale.
I RISULTATI
Lo studio pubblicato su Nature Medicine ha coinvolto 45 persone sane con sindrome di Lynch. Obiettivo primario dell'analisi era la valutazione della capacità del vaccino di produrre una risposta immunitaria forte e duratura contro i bersagli. Il vaccino ha indotto una risposta immunitaria nel 100% dei soggetti valutabili, con un'attivazione robusta sia delle cellule T CD8+ (quelle che uccidono direttamente le cellule malate) sia delle CD4+ (che orchestrano la risposta). Non solo, nell'85% dei partecipanti la risposta era ancora presente a un anno dalla vaccinazione.
COSA DIMOSTRA LO STUDIO?
Attenzione però alle facili interpretazioni. Lo studio non ha dimostrato la capacità di prevenire il tumore. Serviranno studi più ampi, con gruppi di controllo e osservazione prolungata nel tempo, per capire se quella risposta immunitaria così promettente si traduca in una reale protezione. La possibilità però di innescare una risposta immunitaria robusta e duratura era il primo passo necessario.
Per la prima volta si è dimostrato che è possibile vaccinare persone sane ad alto rischio genetico contro antigeni tumorali che ancora non esistono nei loro tessuti, ma che compariranno quasi certamente. E che un vaccino "pronto all'uso", non personalizzato su ogni singolo paziente, può funzionare quando il contesto molecolare è condiviso. Se i prossimi studi confermeranno che questa risposta immunitaria si traduce in meno tumori, la cancer interception potrebbe diventare realtà per migliaia di persone che oggi vivono nell'attesa di una diagnosi che sperano non arrivi mai.


