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Tumore del colon-retto: un virus tra le possibili cause?

pubblicato il 12-03-2018
aggiornato il 10-09-2018

Il progetto di Elena Torreggiani punta a chiarire in che modo il Poliomavirus JC possa favorire l’insorgenza dei tumori colorettali e con quali meccanismi l’infezione si diffonda nella mucosa

Tumore del colon-retto: un virus tra le possibili cause?

Il cancro del colon-retto è il secondo tumore per incidenza e mortalità nel mondo: in Italia colpisce 53 mila persone all’anno, con un tasso medio di sopravvivenza a 5 anni dalla diagnosi intorno al 62-66%. Accanto alla mutazione di geni che normalmente tengono a freno l’eccessiva proliferazione delle cellule della mucosa intestinale, i tumori del colon-retto possono essere favoriti da fattori di rischio come un’alimentazione troppo ricca di carni rosse o uno squilibrio nella flora che ogni giorno contribuisce a mantenere lo stato di salute dell’intestino.

Diversi studi hanno recentemente suggerito che un’ulteriore fattore di rischio possa essere rappresentato dal Poliomavirus umano JC (JCPyV). Si tratta di un virus molto comune, che però in casi rari e nei soggetti con una debilitazione del sistema immunitario (come chi ha ricevuto un trapianto o chi ha contratto l’Aids) può causare gravi danni a carico del cervello. Ultimamente alcune ricerche suggeriscono che il virus JCPyV possa in alcuni casi favorire anche il tumore del colon-retto, anche se i meccanismi coinvolti devono essere ancora chiariti: proprio di questo si occupa Elena Torreggiani, che grazie a una borsa di Fondazione Umberto Veronesi lavora all’Università di Ferrara.

 

Elena, puoi svelarci qualche dettaglio in più del tuo progetto di ricerca?

«Il mio obiettivo è comprendere qual è l’eventuale ruolo di JCPyV nell’insorgenza del cancro del colon-retto, facendo luce sui processi molecolari che portano dall’infezione allo scatenarsi del tumore. Dati scientifici mostrano che alcuni virus umani sono in grado di indurre le cellule infettate a emettere, nel tessuto circostante, piccole “bolle” chiamate esosomi: queste rappresentano un efficiente sistema per veicolare Dna, proteine e altre molecole tra le diverse cellule, e possono quindi anche contribuire a diffondere il virus ed eludere il sistema immunitario. L’obiettivo del mio progetto è verificare l’eventuale coinvolgimento degli esosomi nel mediare l’infezione di JCPyV in questa patologia». 

 

In che modo i tuoi risultati potrebbero essere utili nella conoscenza e nel trattamento del tumore al colon-retto?

«I risultati potranno fare chiarezza riguardo il ruolo del virus, ed eventualmente consentiranno di proporre gli esosomi come biomarcatori o bersagli terapeutici per lo sviluppo di trattamenti innovativi contro questo tipo di tumore».

 

Elena, tu hai fatto ricerca anche negli Stati Uniti: cosa ti ha spinto ad andare? Cosa ti ha lasciato questa esperienza?

«Quando ho conseguito il dottorato, il laboratorio in cui avevo svolto la tesi non aveva più la possibilità di finanziarmi. Io avevo voglia di mettermi in gioco e di confrontarmi con una realtà lavorativamente e culturalmente diversa, per cui ho colto l’occasione e sono partita per trascorrere un anno presso la University of Connecticut Health Centre. È stata un’esperienza stupenda: mi ha permesso di crescere a livello professionale, di imparare nuove metodologie e approcci, ma soprattutto mi ha dato tanto a livello umano. Ho avuto la fortuna di conoscere persone provenienti da diverse parti del mondo, con un bagaglio di esperienze e cultura molto diverso dal mio. Persone che si sono rivelate non solo validi colleghi ma anche amici, e che in parte hanno saputo sopperire alla mancanza degli affetti familiari».

 

Ricordi il momento in cui hai capito che la tua strada era quella della ricerca?

«La mia passione per la scienza è nata sui banchi del liceo, grazie al professore di biologia che ha saputo destare il mio interesse verso questa disciplina. È proprio grazie a lui che all’università ho poi deciso di studiare biologia cellulare e molecolare, un ambito che nel tempo è diventato una vera passione».

 

Il momento più bello nella tua vita professionale.

«Sicuramente la discussione della tesi di laurea. Ricordo ancora la felicità e l’emozione per aver raggiunto quel traguardo, e la commozione e l’orgoglio negli occhi dei miei genitori». 

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Il fatto che sia un’attività dinamica e creativa, in cui nulla può essere dato per scontato. Alcune volte risultati che sembrano banali o difficili da conciliare con la nostra ipotesi iniziale possono rivelarsi scoperte importanti nell’ambito di studio che stiamo indagando».

 

E cosa invece eviteresti volentieri?

«Il precariato. Questa condizione di instabilità, se protratta per lunghi periodi senza poi alcuna prospettiva futura certa, genera una condizione di insicurezza non solo professionale ma anche esistenziale, che si riflette negativamente sul lavoro quotidiano».

 

Hai qualche hobby o passione fuori dal laboratorio?

«Nel tempo libero cerco soprattutto di stare con i miei familiari e amici. Mi piacciono comunque la pallavolo e il beach volley (a livello amatoriale), la musica e lo shopping».

 

Come ti vedi fra dieci anni?

«Mi vedo con una famiglia e, spero, con la possibilità di fare ancora ricerca».

 

Se un giorno un tuo figlio o figlia ti dicesse che vuole fare ricerca, come reagiresti?

«Gli/le direi che fare ricerca è uno dei mestieri più belli e creativi che ci siano, ma che si dovrà armare di tanta determinazione e pazienza. Suggerirei sicuramente di fare un’esperienza all’estero e di non abbattersi nei momenti di sconforto perché, purtroppo, ce ne saranno molti. Ma soprattutto, lo/la inviterei a ricordare sempre che fare il ricercatore vuole dire per prima cosa aiutare il prossimo, partecipare alla scoperta di qualcosa che può essere utile alle persone».

 

C’è una cosa che vorresti assolutamente fare nella tua vita?

«Mi piacerebbe tantissimo portare i miei genitori a vedere New York».

 

Hai un ricordo che ti è particolarmente caro di quando eri bambina?

«Ricordo con molto affetto quando, in occasione della fiera del mio paese, andavo a giocare a tombola con mia nonna paterna e una sua cara amica. Aspettavo quell’evento con grande entusiasmo: con mia nonna ridevamo e ci divertivamo davvero un sacco!».

 

C’è un personaggio famoso che ti piacerebbe conoscere?

«Beatrice Vio. Nonostante la sua giovane età è un’icona di grinta, coraggio e determinazione: mi piacerebbe chiederle dove trova tutta quella forza per affrontare le sfide quotidiane! E poi credo che parleremo del più e del meno facendoci tante risate: mi sembra davvero una ragazza alla mano e simpatica».


Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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