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Neuroscienze

Covid-19: in Italia 1 vittima su 6 aveva una demenza

pubblicato il 10-12-2020

A causa (soprattutto) del ritardo nella diagnosi, il coronavirus ha decimato gli anziani con un deficit cognitivo. «Proteggiamoli subito con il vaccino»

Covid-19: in Italia 1 vittima su 6 aveva una demenza

Oltre l’80 per cento dei decessi per Covid-19 è avvenuto nelle persone con più di 70 anni. E, quasi in 1 caso su 6, le vittime erano affette da una demenza. Studiando le caratteristiche delle persone che hanno perso la vita a causa delle complicanze dell’infezione da Sars-CoV-2, emerge come la malattia abbia avuto un impatto senza precedenti sulle persone alle prese con un declino cognitivo. I numeri documentano come la malattia provocata dal nuovo coronavirus, in maniera silenziosa, abbia decimato gli anziani tanto più le loro condizioni erano precarie: anche a livello mentale, nelle Rsa come nelle abitazioni. «Chiediamo che i pazienti già affetti dalla malattia di Alzheimer o da un’altra forma di demenza senile siano in cima alla lista degli anziani da vaccinare», è la richiesta di Paola Barbarino, al vertice dell’Alzheimer’s Disease International (ADI).

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L'IMPATTO DEL COVID-19 SUI PAZIENTI CON UNA DEMENZA

Che l'impatto di Covid-19 su questi pazienti fosse stato notevole, lo aveva già anticipato un report diffuso dall'ADI in occasione della giornata mondiale della malattia di Alzheimer. L'analisi - condotta in nove Paesi: Regno Unito, Spagna, Irlanda, Italia, Australia, Stati Uniti, India, Kenya e Brasile - aveva già svelato che in alcuni contesti 3 decessi su 4 avevano riguardato una persona affetta da demenza senile. Quanto al nostro Paese, nello specifico, a fare luce è uno studio condotto dall'Istituto Superiore di Sanità. Esaminando le cartelle cliniche di oltre 2.600 pazienti deceduti per Covid-19, i ricercatori hanno riscontrato che 415 di loro convivevano già da anni con una demenza. Ma il dato - considerando che le statistiche sui decessi nelle Rsa non sono state fornite da tutte le strutture e che alcuni di questi potrebbero essersi verificati in appartamento: senza essere inseriti nei numeri della pandemia - potrebbe essere peggiore. «Sulla base dei nostri risultati, circa 1 decesso su 6 correlato a Covid-19 si è verificato in persone con diagnosi di demenza - evidenzia Graziano Onder, responsabile del dipartimento malattie cardiovascolari, endocrino-metaboliche e dell’invecchiamento dell’Istituto superiore di sanità e coordinatore della ricerca -. Con ogni probabilità è stata proprio la malattia neurodegenerativa a influenzare la sintomatologia, il decorso e la gestione della malattia in queste persone. E questo indipendentemente dall'età, dal sesso e dalle altre problematiche di salute presenti».


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DIAGNOSI SPESSO IN RITARDO

La demenza, secondo gli esperti, avrebbe ostacolato la tempestiva individuazione dei primi segni e sintomi dell'infezione da Sars-CoV-2. Spiega Marco Canevelli, ricercatore dell'Istituto Superiore di Sanità e primo autore dell'indagine pubblicata sulla rivista Alzheimer’s & Dementia: Diagnosis, Assessment & Disease Monitoring: «La difficoltà nel segnalare i sintomi e la presenza manifestazioni atipiche e fuorvianti, quali la confusione e il delirium, hanno con ogni probabilità contribuito a una diagnosi e a una gestione tardiva di Covid-19. Non stupisce perciò che questi pazienti abbiano anche mostrato un peggioramento clinico accentuato e aggressivo. Come suggerito peraltro dai tempi più brevi tra l'insorgenza clinica, il ricovero ospedaliero e la morte». Studiando la sintomatologia con cui si è presentata la polmonite bilaterale, i ricercatori hanno notato che la febbre era presente con la stessa ricorrente: nelle persone con demenza e tra coloro che non ne soffrivano. Altri sintomi tipici - quali la dispnea e la tosse - sono stati invece rilevati meno di frequente tra la prima categoria di pazienti. «Forse proprio a causa dei disturbi cognitivi», è il parere degli esperti. 


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PROTEZIONE INDIVIDUALE PIÙ DIFFICILE  

Oltre al danno provocato dall’ingresso del virus nelle Rsa, gli anziani sono risultati più esposti alle conseguenze di Covid-19 in ragione di alcune caratteristiche della malattia con cui erano già chiamati a convivere. Le difficoltà cognitive hanno infatti reso più difficili da comprendere e adottare le misure indicate per la prevenzione del contagio. Ovvero: il distanziamento sociale, il lavaggio frequente delle mani e l’utilizzo delle mascherine. A ciò occorre aggiungere che l’età avanzata è uno dei principali fattori in grado di indirizzare la malattia verso l’epilogo più infausto. E che molti dei pazienti, al di là del deficit cognitivo, in molti casi presentavano anche altri fattori di rischio (ipertensione) o malattie (cardiovascolari, diabete, Bpco) ritenuti «svantaggiosi» per Covid-19. A ciò occorre aggiungere, come documentato da uno studio condotto a Brescia e pubblicato sul Journal of Nutrition, Health & Aging, che queste persone, in caso di infezione, manifestano con maggior frequenza il delirio. Un sintomo che spesso finisce per compromettere in maniera irrimediabile funzioni cognitive quali la memoria, il linguaggio e l’orientamento: nello spazio e nel tempo.  

MENO CURE PER I MALATI CON UNA DEMENZA

Dallo studio condotto dall'Istituto Superiore di Sanità è emerso anche che gli anziani con una demenza, se contagiati, hanno avuto minori possibilità di ricevere terapie di supporto e di accedere alle cure intensive. Non una scelta voluta, ma dettata dalla necessità: con i reparti pieni all'apice della prima ondata pandemica. Secondo Barbarino, però, «così sono stati compromessi i diritti umani fondamentali delle persone alle prese con una demenza». Inevitabile, di conseguenza, che la malattia abbia in molti casi avuto un decorso più rapido e aggressivo. «Il Covid-19 ha posto sotto una pressione incommensurabile i sistemi sanitari, ma non possiamo più permetterci che le persone con una demenza vengano poste in secondo piano». Da qui la richiesta - estesa anche al Governo italiano, sulla base di quanto già iniziato a fare dalla Gran Bretagna - di considerare i malati con una demenza tra coloro che per primi dovranno accedere alla campagna vaccinale.   

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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