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Neuroscienze

Le demenze si possono prevenire agendo su 12 fattori di rischio

pubblicato il 31-07-2020

Alla lista dei 9 fattori di rischio già noti per le demenze, si aggiungono l'eccessivo consumo di alcolici, i traumi cerebrali e l'inquinamento atmosferico

Le demenze si possono prevenire agendo su 12 fattori di rischio

Le demenze - al di là delle sfaccettature che le differenziano - sono malattie al momento prive di terapie efficaci. Ragion per cui, non potendo tornare indietro, la prevenzione (più della diagnosi precoce) è l'arma più efficace di cui disponiamo per evitare (o rimandare) l'appuntamento con una malattia neurodegenerativa. Tenendo sotto controllo alcuni fattori di rischio (12), potrebbero essere evitate almeno 4 diagnosi su 10. È questo quanto ribadito dai 28 componenti della commissione della rivista The Lancet che fornisce le linee guida per la prevenzione e la cura delle demenze. Snocciolando numeri reali, considerando che le demenze colpiscono quasi 50 milioni di persone nel mondo e che si stima di poter arrivare a 150 milioni di malati entro il 2050, 40 milioni di nuove diagnosi potranno essere evitate da qui alla metà del secolo. Ecco come. 


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COME PREVENIRE LE DEMENZE?

La Commissione della rivista The Lancet ha confermato la necessità di intervenire su nove fattori di rischio già posti in risalto nel 2017. Nello specifico, secondo gli esperti, l'ipertensione, l'ipoacusia (non curata), il fumo di sigaretta, la sedentarietà, l'obesità (ancora più grave se già in presenza di diabete) e la scarsa istruzione erano già (e sono tuttora) delle condizioni in grado di spianare la strada all'insorgenza di una demenza (di cui l'Alzheimer è la forma più frequente). Quello che oggi si sa con certezza è che la prevenzione di queste condizioni deve iniziare il prima possibile, senza pensare che preoccupazioni di questo tipo debbano riguardare soltanto gli anziani. «La riserva cognitiva va coltivata fin dai primi anni di vita», avvertono gli autori: chiaro il riferimento al ruolo dell'istruzione, considerata un fattore determinante per la salute (non soltanto cerebrale). Ormai è chiaro che le strategie per non cadere nella rete delle malattie neurodegenerative devono essere messe in atto fin da subito. Detto ciò, correggere alcune abitudini anche nel corso dell'età adulta è comunque più efficace rispetto al non farlo proprio.

LE MALATTIE NEURODEGENERATIVE
POSSONO ESSERE PREVENUTE? 

ATTENZIONE ANCHE AD ALCOL, TRAUMI E INQUINAMENTO ATMOSFERICO

Il documento aggiornato contiene però tre novità rispetto alla precedente versione. Passando al setaccio le evidenze emerse dagli studi più recenti, la lista dei fattori di rischio da tenere sotto controllo per prevenire le demenze si è allungata (da 9 a 12). Secondo gli esperti, ci sono infatti altri elementi in grado di fare la differenza: il consumo di alcol (a partire dall'età adulta), il vivere in un ambiente caratterizzato da un marcato inquinamento atmosferico (soprattutto nella terza età) e l'aver subìto traumi cerebrali. Nel caso del consumo di bevande alcoliche, gli estensori del documento raccomandano di non superare il consumo di 21 unità alla settimana per non accrescere il rischio di sviluppare una malattia neurodegenerativa (ma in realtà con consumi di molto inferiori ci si pone al riparo anche da altre malattie). Capitolo inquinamento: il danno cerebrovascolare indotto dalle polveri sottili sarebbe analogo a quello determinato dal fumo (anche passivo). In questo caso, a correre i rischi maggiori sono gli abitanti dei Paesi più poveri che spesso, oltre a non respirare aria salubre, convivono con uno o più degli altri fattori di rischio citati (a partire dalla bassa istruzione). Quanto ai traumi cerebrali, infine, le insidie maggiori deriverebbero da quelli provocati dagli incidenti stradali (con tutti i mezzi), da alcune attività sportive (boxe e cadute da cavallo, in primis) e dalle lesioni da armi da fuoco.

 

ATTENZIONE AI CETI PIU' DEBOLI

Il messaggio che emerge da queste 34 pagine punta a raggiungere tanto il mondo delle istituzioni quanto i singoli cittadini. Gli esperti sono convinti che la prevenzione delle malattie neurodegenerative possa concretizzarsi come un'azione a più piani. «Le azioni rivolte alla popolazione dovrebbero tenere conto innanzitutto delle fasce più deboli», avvertono i ricercatori. Se in alcuni Paesi occidentali (Stati Uniti, Gran Bretagna, Francia) un lieve miglioramento degli stili di vita ha contribuito negli ultimi anni a frenare il trend di crescita delle nuove diagnosi, diametralmente opposta è la situazione negli Stati più poveri: dove peraltro si stima che si registranno i due terzi dei casi di malattia attesi da qui al 2050. Sebbene alle prese con altre questioni urgenti, oggigiorno gli esperti ritengono cruciale che le misure di contenimento delle malattie neurodegenerative vengano messe in atto soprattutto in queste realtà, dove il ritardo diagnostico e l'assenza di strutture specializzate contribuiscono a rendere (ancora) più gravoso l'onere di queste condizioni.


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COSA FARE SE SI E' GIA' MALATI?

Oltre a fissare dei punti fermi per la prevenzione delle malattie neurodegenerative, gli esperti si sono soffermati sui comportamenti da seguire se si ha accanto una persona già alle prese con una demenza. I caregiver dovrebbero ricercare un'assistenza personalizzata per i loro, in grado di garantire il soddisfacimento dei bisogni fisici e mentali. Nel documento viene ribadita la necessità di favorire il mantenimento di un buono stato di salute per questi pazienti, onde evitare la comparsa di altre condizioni che potrebbero aggravare il quadro clinico e richiedere il ricovero. Ben venga dunque una leggera attività fisica (20'-30' al giorno), così come qualsiasi stimolo neurologico mirato a evitare l'insorgere della depressione e di sintomi psichiatrici che possono comparire in associazione a una demenza.


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DEMENZE E COVID-19

Un paragrafo del rapporto, infine, è stato dedicato anche al rischio sanitario (più elevato rispetto al resto della popolazione) a cui sono esposte le persone con una demenza ai tempi del Covid-19. Rimarcando quelle che possono essere le difficoltà nel rispettare le misure di distanziamento sociale imposte dalla pandemia, per gli esperti non è possibile in questa fase procedere al ricovero di nuovi pazienti in strutture assistenziali in assenza dell'esame del tampone. Una volta inserite al loro interno, queste persone dovrebbero essere sottoposte regolarmente alla ricerca del Dna del Sars-CoV-2: al pari del personale che le assiste. Da evitare, sempre al fine di minimizzare il rischio di nuovi focolai, i trasferimenti di questi pazienti verso le abitazioni dei caregiver o in altre strutture analoghe.

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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