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Neuroscienze

«Neurocovid»: quando il coronavirus attacca il cervello

pubblicato il 16-09-2020

Il Coronavirus non dà solo crisi respiratorie, ma può colpire altri organi: tra cui il cervello. I sintomi neuropsichiatrici, se non valutati, possono trascinarsi anche per diversi anni

«Neurocovid»: quando il coronavirus attacca il cervello

Del Covid-19 sappiamo soprattutto che dà crisi respiratorie, fino a rendere necessaria a volte il ricovero in terapia intensiva. Meno noto - anche dai medici - il fatto che non solo i polmoni, ma altri possano essere gli organi bersaglio: il cuore, l’intestino, la prostata (15-20 per cento dei casi), il sistema nervoso centrale e quello periferico. «Ci sono tamponi che risultano negativi perché il virus ha attaccato un organo diverso dal respiratorio», spiega Stefano Pallanti, associato di psichiatria all’Università di Firenze e docente di psichiatria e scienze del comportamento alla Stanford University. «Dai primi studi fatti in Cina si è visto che i sintomi neuropsichiatrici sono molto frequenti e, nell’80 per cento dei casi, si associano anche sintomi psicosensoriali, come la perdita dell’olfatto e del gusto. Ma si sono verificati anche ictus, epilessie, episodi confusionali acuti». Da qui la definizione di «Neurocovid», da non confondere con lo stress psicosociale per i timori del contagio e il forzato isolamento.


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UNA LEZIONE DIMENTICATA DAL 1889

«Del resto, lo sapevamo già sin dal 1889, quando si appurò che i virus Orthomyxoviridae, famiglia cui appartengono il Covid e la Sars del 2003, dopo aver provocato epidemie respiratorie, avevano lasciato un seguito di encefaliti - rimarca l'esperto -. Ma, evidentemente, ce ne eravamo dimenticati. Analoga lezione era venuta dalla «Spagnola», un secolo fa: quell'influenza provocò un milione di encefaliti di tipo parkinsoniano (ricordate Robert De Niro in Risvegli?)». Pallanti ha coordinato una ricerca pubblicata sul Journal of Psychiatric Research, volta a chiarire quali possono essere i rischi della mancata considerazione di manifestazioni tardive della malattia Covid-19 conseguenti agli effetti diretti o indiretti del Coronavirus sul cervello.

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L’«EREDITA» SUL CERVELLO DELLA SARS

Prima di questa pandemia, c’era stata quella della Sars (2002-2004) e diversi studi hanno mostrato che, a quattro anni di distanza, il 40 per cento di chi aveva avuto manifestazioni gravi presentava ancora disturbi neuropsichiatrici. Usciti a fatica dalla fase acuta, i pazienti colpiti dall'«antenato» del Sars-CoV-2 per lungo tempo hanno mostrato disturbi di memoria, depressione e ossessioni. All’epoca, però, si pensava che questi sintomi fossero la conseguenza dello stress psicologico dell’epidemia. «Ora invece sappiamo che la tempesta infiammatoria provocata dal virus colpisce anche il cervello, a volte arrivandoci direttamente - riprende Pallanti -. Occorre pertanto che i sintomi psichiatrici e neurologici siano inseriti nelle linee guida dei pronto soccorso per riconoscerli nella fase acuta. E comunque considerati anche nelle fasi successive alla polmonite bilaterale interstiziale. Oggi sappiamo che l'apatia, la fatica mentale e fisica, la depressione e i pensieri ossessivi causati dall’infiammazione del cervello rispondono poco alla psicoterapia, cui spesso sono indirizzati questi malati, se non associata a cure finalizzate a correggere lo stato infiammatorio».


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UTILI ALCUNI ANTIDEPRESSIVI

Nuove valutazioni, ma anche nuovi farmaci? «Serve un nuovo approccio, che definiamo immuno-comportamentale - fa luce Pallanti -. Se il disturbo psicologico è connesso all’infiammazione e non soltanto allo stress degli eventi anche gli inibitori della ricaptazione della serotonina (Ssri) possono essere usati in base al loro diverso effetto antinfiammatorio. Idem dicasi per il bupropione. Ogni farmaco antidepressivo ha un effetto di modulazione della risposta infiammatoria diverso». Personalizzare la diagnosi e la cura. Se i pazienti, clinicamente simili, vanno distinti in base al diverso coinvolgimento infiammatorio, con esami ematici del profilo di attivazione dell’infiammazione, le cure ugualmente vanno indicate sulla base non solo dell’effetto sui tradizionali bersagli (la serotonina, la dopamina), ma anche sugli effetti degli stessi sulla risposta infiammatoria e immunitaria.


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REIMPOSTARE LA CURA POST-COVID

Alla Washington University è in corso da maggio uno studio secondo il quale la cura post-Covid va reimpostata, onde evitare il rischio di ripetere ciò che è successo con la Sars: con pazienti che avevano cronicizzato i disturbi psichiatrici insorti a seguito dell'epidemia. Insomma il Covid è molto più complesso rispetto a quanto chiarito finora e il cervello è un bersaglio più nascosto, ma non dei minori. Ecco svelato cos'è il «Neurocovid». 

 

Serena Zoli
Serena Zoli

Giornalista professionista, per 30 anni al Corriere della Sera, autrice del libro “E liberaci dal male oscuro - Che cos’è la depressione e come se ne esce”.


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