Oncologia

La sfida di Diego: «Dopo la leucemia aiuto i ragazzi a godersi la vita»

pubblicato il 06-02-2019

Diego Ghizzardi, 19 anni, nel 2014 si è ammalato di leucemia linfoblastica acuta. «La malattia mi ha reso una persona migliore. Ai miei coetanei dico: guai a sprecare la vita»

La sfida di Diego: «Dopo la leucemia aiuto i ragazzi a godersi la vita»

Fa effetto sentire pronunciare queste parole, da un ragazzo di 19 anni. «Se oggi mi piaccio come persona, lo devo anche alla leucemia». Diego Ghizzardi (in foto) ha da poco superato la maggiore età, ma ha una marcia in più rispetto a buona parte dei suoi coetanei. Intanto perché ha già un lavoro: tecnico di laboratorio, «riparo Tac e risonanze magnetiche», dice quasi con l'esperienza di un veterano. E poi perché la malattia - una leucemia linfoblastica acuta scoperta a 15 anni - lo ha portato ad accelerare il percorso di crescita. «Il cancro mi ha fatto maturare, ora sono molto sicuro di me e mi godo tutte le esperienze della vita: a partire da quelle più semplici, che quando sei in ospedale iniziano a mancarti come l'aria», racconta il ragazzo di San Giuliano Milanese, alla vigilia della giornata mondiale dedicata ai tumori infantili.

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2014: UN'ESTATE SENZA LIETO FINE

L'età di Diego gli è d'aiuto per avere chiari i ricordi relativi al primo incontro con la malattia. «Settembre del 2014, la scuola era appena iniziata: frequentavo il secondo superiore. Avevo una febbre anomala: mai troppo alta, ma persistente. Non riuscivo in nessun modo a superarla. Poi iniziarono a gonfiarsi i linfonodi. Non avevamo alcuna esperienza con i tumori, in famiglia. Ma questo segno bastò per farci andare dal pediatra, che mi prescrisse subito gli esami del sangue. Una volta ricevuto l'esito, il quadro fu chiaro: era una leucemia linfoblastica acuta, con un iniziale interessamento della linea mieloide». La conferma della diagnosi giunse a Pavia. «Diego aveva una malattia tumorale del sangue a rapida progressione - ricorda Marco Zecca, direttore del reparto di oncoematologia pediatrica del policlinico San Matteo e Presidente dell'Associazione Italiana Ematologia Oncologia Pediatrica (Aieop) -. La leucemia linfoblastica acuta è causata da una moltiplicazione incontrollata e da un progressivo accumulo di linfociti, un sottotipo di globuli bianchi, nel midollo osseo e nel sangue. In alcuni casi queste cellule possono invadere pure i linfonodi, la milza, il fegato e il sistema nervoso centrale». 


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LA MALATTIA COME OCCASIONE DI CRESCITA

Con la diagnosi in mano, Diego iniziò un percorso durato due anni: tra molteplici cicli di chemioterapia e sedute di radioterapia. Il tutto fino a settembre del 2016. «Il primo ricovero durò quasi due mesi, un'eternità. Momenti difficili? Certo, non è semplice passare dal condurre una vita normale all'essere malato, con tante restrizioni. Ma ho sempre voluto sapere cosa facessero i medici e come la malattia si stesse evolvendo. Sul piano umano, in quella fase è iniziata la mia metamorfosi. Non poter andare in pizzeria o incontrare gli amici mi ha fatto capire quanto siano importanti le cose che nella vita tendiamo a considerare scontate». I ricordi, nonostante i giorni che iniziavano con la stanchezza e il dolore e così finivano, sono comunque dolci, nella sua mente. «In un reparto di oncoematologia pediatrica sbocciano dei rapporti unici. Molti compagni di avventura, purtroppo, non ci sono più. Ma continuo a sentire sempre i loro genitori. I miei amici? Sono cambiati quasi tutti, tra prima e dopo la malattia. La porta, a casa mia, è sempre stata aperta. Ma nei momenti più delicati, quasi tutti hanno avuto paura a confrontarsi con il Diego malato». 

CHI E' DIEGO, OGGI?

Una volta completati gli studi, con il diploma da perito elettrotecnico, Diego ha trovato subito lavoro. «Sono fortunato, lo so», dice quasi a voler evitare qualsiasi forma di contrappasso, per quanto accadutogli. Al suo fianco ci sono i genitori e l'unica sorella, «le persone più importanti della mia vita: non le ho mai viste cedere, durante la malattia». Il tempo libero è scandito dalla palestra, dalle partite di calcetto con gli amici e dai chilometri macinati in strada: con la macchina e con la moto. «Amo guidare, ma sempre con prudenza». La malattia, d'altra parte, ha portato Diego a rivalutare le priorità della vita. «Oggi sono autonomo e sicuro di me stesso. Lo sballo? È continuare a vivere, per me». Progetti futuri? «Per i prossimi anni mi preoccuperò soltanto di stare bene. Ma sono un ragazzo di 19 anni come tutti, che vuole realizzarsi come uomo. Desidero essere amato per quello che sono, crescere ancora. E, perché no, avere una famiglia tutta mia».

 

UN MESSAGGIO AI SUOI COETANEI

«Il cancro mi ha reso una persona migliore, non ho paura di dirlo». Ecco perché, forte della sua esperienza, Diego sente di poter dare un consiglio a tutti gli adulti impegnati a educare i più giovani. «Suggerirei di far entrare tutti i ragazzi degli ultimi anni delle scuole superiori nei reparti di oncoematologia pediatrica. Lì dentro si capisce che la vita non può essere buttata». A chi invece sta affrontando oggi la malattia, invece, «dico di non mollate mai, anche quando si sta male. Sono delle fasi necessarie per superare il cancro, partendo da ciò che dicono i medici. Guai a disattendere le loro indicazioni».  

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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