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Oncologia

Tumore al seno: e se la mammografia sbaglia?

pubblicato il 08-10-2019

La storia di Tiziana, che scopre un tumore al seno pochi mesi dopo aver fatto la mammografia. I pregi e i limiti dell’esame di screening, i consigli degli esperti

Tumore al seno: e se la mammografia sbaglia?

«La mammografia fatta a gennaio, la prima prevista dallo screening, aveva dato esito negativo. Adesso, invece, mi ritrovo convalescente. Il 18 settembre scorso ho subìto una quadrantectomia per asportare un tumore al seno sinistro. In soli sette mesi mi sono ritrovata con un carcinoma lobulare infiltrante di 2.6 per 1.8 centimetri. E dal 9 agosto, giorno in cui ho avuto la conferma della diagnosi, c’è una domanda che mi tormenta: il cancro era già dentro di me quella mattina dell’8 gennaio?». Tiziana Conte, 50 anni, parla senza rancore. È una donna ferita dalla malattia, ma non ce l’ha con gli specialisti della Asl di Taranto: città dov’è nata e risiede. Se ha scelto di raccontare la sua storia attraverso i social network, lo ha fatto con un unico scopo: «Far capire alle donne che la mammografia, da sola, a volte può non essere sufficiente a scovare un tumore al seno». Sulla sua pelle ha scoperto i limiti dell’esame che tutte le Regioni offrono, a cadenza biennale, alle donne di età compresa tra i 50 e i 69 anni.


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LO SCREENING MAMMOGRAFICO

La sua vicenda offre l’opportunità per parlare della prevenzione secondaria del tumore più frequente nel nostro Paese. In Italia è attivo un programma di screening gratuito - senza pagamento di alcun ticket - per le donne che rientrano nella fascia d’età indicata. La prassi è che ogni Asl invii loro una lettera ogni due anni per invitarle a sottoporsi alla mammografia. In alcune regioni l’offerta è più ampia: si parte dai 45 e si va avanti fino ai 74 anni (con cadenza annuale prima dei 50). Di cosa si tratta? Di una radiografia effettuata comprimendo tra due lastre un seno alla volta. L’esame, per alcune donne più fastidioso, richiede pochi secondi e permette di ottenere immagini in tre dimensioni, a fronte di una minima esposizione ai raggi X. A effettuare la mammografia, in questo caso, è un tecnico di radiologia. Ma a garantire la sicurezza dell’indagine è la lettura (separata) da parte di due radiologi senologi. Se non risulta nulla di sospetto, le donne ricevono una lettera di esito negativo. In caso di immagini dubbie, è la Asl a ricontattarle per ulteriori indagini: una seconda mammografia, un’ecografia o un piccolo prelievo di tessuto mammario. Ricevere questa telefonata non è indicativo di una probabile diagnosi oncologica, ma è utile a fugare ogni dubbio.


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TIZIANA E LA SCOPERTA DEL TUMORE AL SENO

Nel caso di Tiziana, la seconda chiamata non è arrivata (esito negativo). Ma lei, nel corso dei mesi, ha continuato a tenere d’occhio le condizioni dei suoi seni. La morte della mamma, avvenuta tre anni fa per una malattia oncologica la cui sede di origine è rimasta sconosciuta, l’ha portata a sviluppare una spiccata sensibilità sul tema. A partire da giugno, nemmeno 150 giorni dopo essersi sottoposta alla mammografia, ha visto il suo seno sinistro modificarsi. «Di fronte allo specchio, era come se vedessi un’ombra in corrispondenza del quadrante inferiore sinistro». Con il passare dei giorni, a Tiziana è venuto in mente il post di una donna inglese che, dopo aver scoperto di avere un tumore, aveva diffuso l’immagine del suo seno su internet. «Andando a ricercarla, ho visto molte analogie con il mio seno». Così, il giorno dopo, si è spogliata, ha inforcato gli occhiali e si è guardata a fondo di fronte allo specchio. Le sensazioni negative si sono consolidate, dopo aver interpellato anche alcune colleghe. «Avevo un buco sulla cute», ricorda la donna, che non ha atteso la fine delle vacanze per prenotare una mammografia in un ambulatorio privato (con la richiesta del medico di base è possibile sottoporsi a un controllo urgente ricorrendo al servizio sanitario nazionale). Lo specialista, insospettito dall’esito e a fronte di un segno molto sospetto (il «dimpling», ovvero la retrazione della cute), è andato più a fondo con un’ecografia. «Quando mi ha chiamato nella sua stanza per comunicarmi l’esito, avevo capito che non ci sarebbero state buone notizie. In quel momento mi è stato spiegato che spesso la mammografia, da sola, non è sufficiente a vedere un tumore». Affermazione vera soprattutto nelle donne che, pur essendo nella fascia d’età dello screening, hanno un seno denso e ricco di tessuto fibroso, in grado di «mascherare» la malattia.

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I «LIMITI» DELLA MAMMOGRAFIA

Tiziana, da quando ha scoperto di essersi ammalata, non smette di porsi una domanda: può un tumore di quelle dimensioni essersi sviluppato in sette mesi o la mammografia di screening non è riuscita a intercettarlo? Rispondere con certezza senza aver visionato l’immagine è impossibile. Ma Alberto Testori, chirurgo senologo e direttore associato della breast unit dell’Humanitas, un’idea ce l’ha. «Le forme lobulari rappresentano all’incirca il 30 per cento dei tumori al seno e all’inizio possono sfuggire all’imaging: indipendentemente dall’esperienza dell’operatore, che in un centro screening è solitamente elevata. Questo limite va ad aggiungersi a quello che riguarda la mammografia, la cui sensibilità non va oltre l’80 per cento. Perciò il consiglio che diamo alle donne è quello di partecipare allo screening, ma anche di farsi controllare il seno ogni 12-18 mesi. Una valutazione clinica può permettere di intercettare un tumore sfuggito all’indagine radiologica ed, eventualmente, anche all’ecografia».


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I CANCRI INTERVALLO

La storia descritta riporta l’attenzione sui cosiddetti «cancri intervallo», carcinomi che compaiono dopo uno screening risultato negativo e prima del successivo. «Di fronte a questi casi, si è spesso portati a pensare a un errore diagnostico: ma si tratta di eventi avversi che appartengono anche alla normale attività clinica», precisa Marco Zappa, direttore dell’Osservatorio Nazionale Screening. Quanto al seno, d’altra parte, «i tumori iniziano a essere visibili a partire dai 4 millimetri, se l’operatore è esperto e se la strumentazione è avanzata», aggiunge Testori. Nel caso di Tiziana, non è da escludere che il cancro fosse già presente nel suo seno sinistro a gennaio. Ma «vederlo» era con ogni probabilità impossibile: per la natura della malattia o per i limiti della mammografia.


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OLTRE LA MAMMOGRAFIA

L'esperienza di Tiziana è indicativa di quelli che sono i limiti dello screening mammografico. Detto ciò, «non dobbiamo voltare le spalle all'opportunità offerta dal Servizio Sanitario Nazionale», dichiara Enrico Cassano, direttore della divisione di radiologia senologica dell’Istituto Europeo di Oncologia. «Finora nessun altro esame si è rivelato più efficace della sola mammografia, grazie alla quale la mortalità del tumore al seno è calata del 30 per cento negli ultimi vent’anni». I limiti ci sono e risultano indicati nella lettera con cui le Asl «convocano» le donne. Per questo l’ecografia a supporto è talvolta necessaria, «ma deve essere un medico a richiederla». Specialista che le donne non incrociano però nei percorsi di screening, motivo per cui «è giusto invitarle innanzitutto a compiere l’autopalpazione e poi a confrontarsi regolarmente con un medico. Se non proprio il senologo, con il medico di base o con il ginecologo», aggiunge lo specialista. La prevenzione secondaria, a ogni modo, è indicata a partire dai 40 anni: autopalpazione (a cadenza mensile) e visita senologica con ecografia mammaria (annualmente). Tutto ciò salvo casi particolari, come per esempio la familiarità per il tumore al seno.

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11-07-2019
DIAGNOSI PRECOCE «SU MISURA»: LO STUDIO P.I.N.K.

Considerando le «falle» presenti nel sistema, la comunità scientifica ragiona da tempo sull’opportunità di definire un percorso di diagnosi precoce che vada oltre lo screening mammografico. Lo Studio P.I.N.K (Prevention, Imaging, Network and Knowledge), promosso dall’Istituto di Fisiologia Clinica del Consiglio Nazionale delle Ricerche (Cnr) e sostenuto da Fondazione Umberto Veronesi, punta ad migliorare la diagnosi di tumore al seno. Obbiettivo: aumentare i tassi di sopravvivenza ed evitare gli esami inutili. Nello studio si stanno confrontando le diverse tecniche per identificare l’approccio di prevenzione più efficace per ogni donna in base al suo profilo di rischio, tenendo conto di parametri clinici, della familiarità e dello stile di vita. A poco più di un anno dall’inizio dei lavori, quasi 14.000 donne hanno partecipato e quasi mille hanno già ricevuto una visita di controllo a un anno dalla prima. Delle 11.382 che hanno effettuato un percorso di imaging integrato (quasi tutte asintomatiche), 825 sono state invitate a nuovi approfondimenti. E, dei 95 risultati disponibili, 31 si sono rivelati positivi: con una capacità di rilevazione dell’8.4 per cento superiore rispetto alla sola mammografia. «Speriamo, nel giro di qualche anno, di poter mettere a disposizione dei colleghi e delle donne tutte le informazioni con cui personalizzare i percorsi di prevenzione secondaria, al di là di quello che è lo screening offerto dal servizio sanitario nazionale», chiosa Cassano, che è referente scientifico del progetto per Fondazione Umberto Veronesi.

 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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