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Oncologia

Tumori gastrointestinali: Covid-19 fa crollare le diagnosi

pubblicato il 17-03-2021

Almeno diecimila le diagnosi di tumori del colon, dello stomaco e del pancreas «perse» nel 2020. Il calo degli esami per Covid-19 rischia di far aumentare i decessi

Tumori gastrointestinali: Covid-19 fa crollare le diagnosi

Di certo, per il momento, c’è il calo delle diagnosi. La misura esatta e quello che potrà essere l’impatto, in termini di sopravvivenza, diverranno più chiari nei prossimi anni. In Italia, tra l’1 gennaio e il 31 ottobre 2020, sono stati scoperti meno casi di tumore del colon-retto, dello stomaco e del pancreas rispetto allo stesso periodo relativo ai tre anni precedenti (2017-2018-2019). Un dato, quello messo nero su bianco in uno studio pubblicato sulla rivista Digestive and Liver Disease, che potrebbe essere letto anche positivamente, se il periodo preso in esame non coincidesse con l’arrivo della pandemia di Covid-19 in Italia. In questo caso, infatti, gli esperti non pensano di essere di fronte a un calo dei casi assoluti di malattia. Bensì, a una flessione significativa delle diagnosi di cancro. Un sospetto che è quasi una certezza, considerando lo stop all’attività diagnostica registrato nel corso della prima ondata: quando 1 reparto di gastroenterologia su 10 è stato riconvertito per assistere i malati di Covid-19 e gli interventi sono stati limitati quasi ovunque alle urgenze. Da qui il timore di una recrudescenza nel numero dei decessi, nei prossimi anni.

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L’effetto di Covid-19 sugli altri malati non è più soltanto un’ipotesi. Ma inizia a leggersi nei numeri. L’istantanea riguardante i tre «big-killer» - tra i tumori che colpiscono l’apparato gastrointestinale - è stata scattata attraverso un’indagine voluta dalla Federazione Italiana Società Malattie dell’Apparato Digerente (Fismad). Per valutare l’impatto che la pandemia ha avuto sulle diagnosi oncologiche, gli specialisti hanno chiesto ai colleghi dei centri specializzati nella diagnosi e nella cura dei tumori di colon, pancreas e stomaco di indicare il numero di nuovi casi di malattia registrati (con la conferma dell’esame istologico) nei primi dieci mesi del 2020. Un periodo sufficiente a dare una prima stima del ritardo diagnostico dettato dalla prima ondata. Dando una misura alle percentuali riportate nello studio, la pandemia avrebbe fatto «sfuggire» quasi ottomila diagnosi di cancro a carico dell'apparato digerente tra gennaio e ottobre. Una stima al ribasso, per diverse ragioni: l’impossibilità di misurare le possibili conseguenze indotte dalla ripresa dei contagi registrata tra ottobre e novembre, le risposte fornite da un numero parziale di centri italiani (meno di un terzo: 49, rispetto agli oltre 170 censiti dal ministero della Salute) e la scelta di non includere nell'analisi i tumori dell'esofago, del fegato e delle vie biliari. «Quando i numeri saranno ufficiali, avremo superato le diecimila diagnosi perse», alza le spalle Elisabetta Buscarini, direttore dell'unità operativa complessa di gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell'ospedale Maggiore di Crema e presidente della Fismad.

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MENO CASI DI TUMORE DEL COLON SCOPERTI A CAUSA DELLA PANDEMIA

A risentire maggiormente, visto i numeri più elevati, sono state le diagnosi di tumore dell'intestino. Complessivamente, il calo è stato dell’11.9 per cento (all'incirca cinquemila nuovi casi di malattia). Ma con notevoli differenze lungo la Penisola. In particolare, la maggior percentuale di mancate diagnosi di cancro colorettale è stata rilevata nel Centro (-16.5 per cento) e nel Nord Italia (-13.7 per cento), con il Sud (normalmente in ritardo negli screening, rispetto al resto del Paese) distanziato (-4.1 per cento). Dati che riflettono l’andamento della pandemia - con le Regioni settentrionali più colpite da Covid-19 durante la prima ondata - e le conseguenze dell’interruzione dei programmi di screening in tutta Italia. Con quasi un milione di esami in meno, secondo i dati forniti dall’Osservatorio Nazionale e riportati sul Magazine in autunno, la sospensione e i ritardi nello screening (ricerca del sangue occulto nelle feci ed eventuale colonscopia) hanno portato a intercettare 1.200 diagnosi di cancro e 6.700 di adenoma avanzato in meno in tutto il Paese (rispetto al periodo gennaio-ottobre 2019). In media, gli esami hanno accumulato un ritardo medio di quasi cinque mesi. Ma in Lombardia (7.1 mesi) e in Calabria (8.4 mesi) il tempo trascorso tra le date previste e quelle in cui le indagini sono state riprogrammate è quasi raddoppiato. «Senza un’inversione di tendenza, le conseguenze della pandemia potrebbero compromettere l'effetto protettivo dello screening colorettale e invertire le tendenze riguardanti il calo della mortalità», preconizza Buscarini. 

L’IMPATTO PIÙ SIGNIFICATIVO SULLE DIAGNOSI DI CANCRO DELLO STOMACO

«Le diagnosi tardive aprono la strada a un aumento dei tumori scoperti in fase avanzata: a quel punto le probabilità di intervenire in maniera curativa risultano ridotte», afferma Fabio Monica, direttore della struttura di gastroenterologia ed endoscopia digestiva dell'Azienda Sanitaria Universitaria Giuliano Isontina (Trieste) e presidente dell'Associazione dei Gastroenterologi Ospedalieri (Aigo). Conseguenze potenziali riguardanti anche il tumore dello stomaco, per cui è stata registrata la flessione più significativa (-15.9 per cento) nel tasso dei nuovi casi di malattia. Considerando che ogni anno 8.400 italiani scoprono di avere questa forma di cancro, per cui non esiste una metodica di screening di popolazione, è presumibile immaginare che (almeno) 1.200 di loro non sappiano di averla o l’abbiano scoperta con ritardo. Una situazione che rischia di avere un impatto sulla sopravvivenza, in miglioramento a partire dal 2015 (+15 per cento). Anche in questo caso, evidente è il gradiente registrato percorrendo lo Stivale da Nord a Sud. Si passa da quasi 1 diagnosi su 5 (-19.9 per cento) in meno nelle Regioni più colpite dalla prima ondata pandemica a una flessione del 9.4 per cento nel Mezzogiorno del Paese.


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Preoccupante è pure il trend registrato nelle diagnosi di tumore del pancreas. La malattia presenta margini di guarigione soltanto a fronte di una diagnosi tempestiva. Nel Nord del Paese, dove sono concentrati i centri con la maggiore esperienza nel trattamento di questa malattia, il numero dei nuovi casi rilevati è calato del 14 per cento. Un trend che preoccupa in modo particolare, considerando che «siamo di fronte all'unico tumore che negli ultimi tre decenni non ha fatto registrare una flessione del tasso dei decessi», per dirla con Carlo Lavecchia, ordinario di statistica medica ed epidemiologia all'Università di Milano. A fare da contraltare ai dati registrati al Nord e al Centro Italia (-4.7 per cento), l'incremento delle diagnosi nelle Regioni del Sud (+12.3 per cento). Un aumento inatteso, considerando peraltro che finora la quasi totalità dei cittadini meridionali è stata costretta a emigrare di fronte a una diagnosi di tumore del pancreas o (spesso) anche alla sola presenza di sintomi in grado di farla sospettare.


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NUMERI ANCORA PROVVISORI

I numeri, seppur parziali, fotografano un panorama poco rassicurante. E ad accrescere le preoccupazioni è l'impatto che potrebbero aver avuto gli aumenti dei contagi registrati negli ultimi due mesi del 2020 e tra febbraio e marzo 2021. A cui, più che il blocco dell'attività dei reparti, è seguita la paura dei cittadini di recarsi negli ospedali. «I conti andranno fatti alla fine - chiosa Buscarini -. Il timore è che, con la diffusione dei casi su tutto il territorio nazionale, la situazione possa essere peggiorata anche al Sud. Dobbiamo recuperare al più presto il terreno perduto, a partire dallo screening colorettale. Senza un equalizzatore sociale di questo tipo, rischiamo di accrescere il divario di salute tra i ceti abbienti, che possono accedere alle procedure diagnostiche a pagamento, e quelli che lo sono meno. I nostri reparti erano già in sofferenza prima della pandemia. E, a maggior ragione, lo sono adesso. Alla politica chiediamo più risorse: non possiamo permetterci di far tornare indietro di vent'anni la salute degli italiani».


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Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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