Nella comunità scientifica lo chiamano fumo di terza mano. Ma in questo caso l’usato è tutt’altro che sicuro. Le sostanze prodotte con la combustione e immesse nell’aria di uno spazio chiuso rientrerebbero nella categoria del fumo passivo: dotate di un effetto cancerogeno legato alla capacità di queste molecole di alterare il Dna. Chi fuma in casa espone i familiari al fumo di terza mano, in grado di depositarsi su tende, tappeti, mobili, suppellettili e indumenti.
NO AL FUMO INDOOR
Nei luoghi pubblici non si fuma da più di dieci anni. Nei cortili delle scuole da quasi un anno: e i primi risultati sono confortanti. Così i fumatori, per non estraniarsi o fumare da soli per strada, finiscono per fumare spesso tra le mura domestiche. E anche se lo fanno quando sono da soli, espongono comunque a un alto rischio i conviventi. Gli effetti del fumo “di terza mano”, infatti, sono ormai documentati. L’ultimo riscontro risale a qualche mese fa, quando uno studio pubblicato su Mutagenesis ha dimostrato, attraverso due saggi in vitro, come la nicotina sprigionata riesca, interagendo con l’ossido nitroso, a sintetizzare le nitrosamine, riconosciuti come cancerogeni indiretti dall’International Agency for Research on Cancer (IARC) e in grado di provocare alterazioni nel Dna cellulare. «Il fumo di terza mano è più concentrato e rimane sulle superfici per almeno 4-6 ore - commenta Roberto Boffi, pneumologo responsabile del Centro antifumo dell’Istituto nazionale dei tumori di Milano -. Il consiglio è di aprire le finestre e, quando si fuma sul balcone, aspettare qualche minuto prima di rientrare in casa».







