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Neuroscienze

Food noise: così si misura il pensiero costante per il cibo

Il food noise è l’insieme dei pensieri insistenti e difficili da controllare legati al cibo. Nato dalle testimonianze dei pazienti, oggi questo fenomeno comincia a essere misurato dalla ricerca

Fino a poco tempo fa era soltanto un racconto, ripetuto con parole simili da migliaia di persone: da quando prendo il farmaco, in testa c’è silenzio. Ora i ricercatori stanno provando a quantificarlo. I primi dati di uno studio che, attraverso un questionario, misura il food noise sono stati presentati al 33° Congresso europeo sull’obesità, a Istanbul, dal gruppo del Pennington Biomedical Research Center di Baton Rouge.

COS’È IL FOOD NOISE

Il food noise è stato definito come un insieme di pensieri intrusivi sul cibo che non hanno a che fare con la fame. Vengono attivati da uno stimolo – l’insegna di un fast food, il profumo di una panetteria, la notifica di un’app di consegne – e non ti lasciano più. E sono correlati a comportamenti alimentari disfunzionali.

Il termine ha cominciato a circolare nelle testimonianze dei pazienti e sui social dalla commercializzazione dei farmaci agonisti del recettore del GLP-1, nati per il diabete di tipo 2 e diventati poi tra i farmaci più efficaci contro l’obesità. Queste terapie imitano un ormone che l’intestino produce dopo i pasti, il glucagon-like peptide-1, e generano un senso di sazietà. Oltre a questo, però, i pazienti sperimentavano anche un cambiamento nello stato mentale. Dicevano che si era spento qualcosa: una vocina costante, un sottofondo che aveva caratterizzato per anni le loro giornate.

LO STUDIO

Nello studio i ricercatori hanno cercato di misurare l’intensità di questo rumore in 417 partecipanti adulti iscritti a un programma digitale di gestione del peso, nessuno dei quali assumeva farmaci dimagranti all’inizio. Il 93% dei partecipanti era costituito da donne, l’età media era di 59 anni, l’indice di massa corporea medio di 34, valore che corrisponde a un’obesità di primo grado. Novantadue hanno cominciato una terapia con un agonista del recettore GLP-1 accanto al percorso comportamentale, gli altri 325 hanno proseguito solo con quest’ultimo. Contrariamente a quanto accade in uno studio randomizzato, a scegliere il farmaco sono stati i partecipanti, non i ricercatori.

Il rumore è stato quantificato all’inizio dello studio e dopo un mese di trattamento con il Food Noise Questionnaire, uno strumento validato nel 2025: cinque affermazioni da valutare da “del tutto in disaccordo” (punteggio 0) a “del tutto d’accordo” (punteggio 4), per un punteggio massimo totale di 20.

Le affermazioni erano le seguenti:

  • Mi ritrovo a pensare costantemente al cibo durante tutto il giorno.
  • I miei pensieri sul cibo sembrano incontrollabili.
  • Passo troppo tempo a pensare al cibo.
  • I miei pensieri sul cibo hanno effetti negativi su di me e/o sulla mia vita.
  • I miei pensieri sul cibo mi distraggono da ciò che devo fare.

Chi ha scelto di iniziare il farmaco partiva con un punteggio più alto, con una media di 13,1 punti, e, nel corso di un mese, è sceso a 8,7; gli altri sono passati da 10,7 a 9,7. Un primo dato, dunque, va nella direzione di quanto i pazienti raccontano da tre anni: accanto al percorso comportamentale, le terapie per l’obesità sembrano abbassare quella vocina nella testa che parla di cibo.

CHE COSA SUCCEDE NEL CERVELLO

Ma in che modo il farmaco riesce ad avere un effetto sui pensieri? Per scoprirlo, in un esperimento pubblicato su Diabetes nel 2014, quarantotto adulti con obesità sono entrati tre volte in una risonanza magnetica funzionale mentre guardavano fotografie di cibi ipercalorici. La prima volta avevano assunto un agonista del recettore GLP-1, la seconda, oltre al farmaco, avevano assunto una molecola che ne blocca il recettore, rendendo il farmaco inattivo, e la terza solo un placebo.

Alla vista della fotografia, il cervello reagisce in modo simile a quanto avviene di fronte al cibo vero. Gli agonisti del recettore GLP-1 sono in grado di ridurre quella reazione. Si attivavano meno l’insula, che elabora il gusto e le sensazioni provenienti dal corpo; l’amigdala, coinvolta nel valore emotivo attribuito a ciò che vediamo; il putamen, coinvolto nelle abitudini e nella ricompensa; la corteccia orbitofrontale, dove il cervello valuta quanto è desiderabile uno stimolo. E al buffet reale allestito dopo la scansione le stesse persone mangiavano meno. Quando invece il recettore era bloccato, il cervello tornava a comportarsi come con il placebo: la prova che a fare la differenza era il segnale del GLP-1, non soltanto la suggestione o il rallentamento dello svuotamento gastrico.

Uno studio successivo dello stesso gruppo ha mostrato la differenza tra volere e godere. Volere è la spinta che viene prima, il desiderio che monta quando il cibo non è ancora arrivato. Godere è il piacere di quando lo si ha in bocca. I ricercatori li hanno misurati uno alla volta e hanno mostrato che nelle persone con obesità il volere era in grado di attivare i circuiti cerebrali della ricompensa molto più dell’assaggio vero e proprio. Hanno poi dimostrato che i farmaci agonisti del recettore GLP-1 riescono a ridurre il desiderio e ad aumentare la risposta mentre si mangia.

I LIMITI DELLO STUDIO

I dati dello studio della Louisiana presentano diversi limiti: un breve periodo di osservazione, nessuna randomizzazione e un campione quasi tutto femminile. Il lavoro, inoltre, è stato presentato a un congresso e non è ancora pubblicato su una rivista, quindi non è stato sottoposto alla revisione di altri scienziati.

Ma fornisce diversi spunti: suggerisce che il food noise si può misurare e che anche il percorso comportamentale da solo riesce a ridurlo.

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