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Neuroscienze

Sclerosi multipla: il ruolo del virus Epstein-Barr

Un nuovo studio chiarisce quali componenti del virus attivano la risposta immunitaria nelle persone con sclerosi multipla. La scoperta apre nuove prospettive per lo sviluppo di vaccini e farmaci antivirali

Che l’infezione da virus Epstein-Barr aumenti le probabilità di sviluppare la sclerosi multipla è ormai noto da tempo. Più difficile è capire attraverso quali meccanismi un virus così diffuso possa contribuire alla malattia solo in una piccola parte delle persone infettate.

Un nuovo studio pubblicato su Science Translational Medicine aggiunge ora un importante tassello alla comprensione di questo rapporto. I ricercatori hanno scoperto che, nelle persone con sclerosi multipla, alcuni linfociti T reagiscono in modo particolarmente intenso contro componenti prodotte da Epstein-Barr quando il virus si riattiva e comincia a generare nuove particelle virali.

La scoperta non chiarisce ancora tutti i passaggi che portano dall’infezione alla malattia, ma aiuta a comprendere meglio il possibile collegamento tra Epstein-Barr, risposta immunitaria e infiammazione del sistema nervoso.

IDENTIKIT DELLA SCLEROSI MULTIPLA

La sclerosi multipla è una malattia cronica che colpisce il sistema nervoso centrale. Si sviluppa quando il sistema immunitario attacca per errore la mielina, la sostanza che riveste e protegge le fibre nervose e permette la corretta trasmissione degli impulsi.

Il danneggiamento della mielina può rallentare o interrompere la comunicazione tra il cervello e il resto dell’organismo. I sintomi variano molto da persona a persona e possono comprendere disturbi della vista, debolezza muscolare, formicolii, difficoltà nel camminare, problemi di equilibrio e stanchezza intensa.

La malattia viene diagnosticata soprattutto tra i 20 e i 40 anni e colpisce più frequentemente le donne. Anche il decorso può essere molto diverso. Nella maggior parte dei casi, almeno nelle fasi iniziali, si alternano episodi di comparsa o peggioramento dei sintomi a periodi di relativa stabilità.

IL LEGAME TRA EPSTEIN-BARR E SCLEROSI MULTIPLA

Il virus Epstein-Barr appartiene alla famiglia degli herpesvirus ed è noto soprattutto perché può causare la mononucleosi. È estremamente diffuso: quasi tutti gli adulti entrano in contatto con il virus nel corso della vita.

Dopo l’infezione, Epstein-Barr non viene eliminato completamente dall’organismo. Rimane in una condizione di latenza soprattutto all’interno dei linfociti B, cellule che fanno parte del sistema immunitario, e può riattivarsi periodicamente.

Da diversi anni alcuni studi epidemiologici hanno suggerito il possibile legame tra l'infezione e lo sviluppo della malattia. Attenzione però al messaggio: l’infezione non basta da sola a provocare la sclerosi multipla. La grande maggioranza delle persone infettate non svilupperà mai la malattia. Perché ciò avvenga devono probabilmente entrare in gioco anche la predisposizione genetica, altri fattori ambientali e particolari caratteristiche della risposta immunitaria.

La prova più solida del legame tra il virus e la malattia è arrivata nel 2022, come raccontato in questo nostro approfondimento. Analizzando nel tempo i campioni di sangue e la storia clinica di circa 10 milioni di giovani adulti in servizio nelle forze armate statunitensi, i ricercatori avevano osservato che il rischio di sviluppare la sclerosi multipla aumentava di circa 32 volte dopo l’infezione da Epstein-Barr.

Un aumento che non era stato riscontrato dopo l’infezione da altri virus. Inoltre, alcuni segnali di danno alle fibre nervose comparivano soltanto dopo il contatto con Epstein-Barr.

Lo studio aveva quindi indicato il virus come uno dei principali fattori coinvolti nello sviluppo della sclerosi multipla, senza però chiarire in che modo potesse contribuire all’attacco contro il sistema nervoso.

UNA RISPOSTA IMMUNITARIA PIÙ INTENSA

Il nuovo studio ha cercato di rispondere proprio a questa domanda. Gli scienziati hanno analizzato la reazione dei linfociti T, cellule che riconoscono e contrastano ciò che viene considerato estraneo o pericoloso per l’organismo, nei confronti di diverse componenti di Epstein-Barr.

L’attenzione si è concentrata in particolare sui linfociti T CD4+, che coordinano molte attività del sistema immunitario e sono da tempo sospettati di avere un ruolo nell’infiammazione alla base della sclerosi multipla.

I risultati hanno mostrato che, nelle persone con sclerosi multipla non ancora sottoposte a terapia, la risposta dei linfociti T CD4+ contro Epstein-Barr era circa doppia rispetto a quella osservata nelle persone sane.

La stessa differenza non è emersa analizzando la risposta contro altri herpesvirus. Ciò suggerisce che non si tratti di un’attivazione generalizzata del sistema immunitario, ma di una reazione particolarmente intensa e selettiva contro Epstein-Barr.

NEL MIRINO LE PROTEINE PRODOTTE DAL VIRUS

I ricercatori hanno cercato anche di capire quali componenti di Epstein-Barr fossero maggiormente riconosciute dal sistema immunitario.

La risposta più intensa dei linfociti T CD4+ era diretta contro alcune proteine prodotte quando il virus si riattiva e costruisce nuove particelle virali. Si tratta, in particolare, di componenti della struttura esterna del virus.

Il dato è rilevante perché in passato l’attenzione si era concentrata soprattutto sulle proteine espresse durante la fase latente, quando Epstein-Barr rimane nascosto nelle cellule. Il nuovo studio suggerisce invece che anche le riattivazioni del virus possano contribuire ad alimentare una risposta immunitaria anomala.

Un’altra proteina molto studiata, chiamata EBNA1, sembrava invece attivare soprattutto i linfociti T CD8+, una diversa popolazione di cellule immunitarie.

IL RUOLO DEI LINFOCITI B

Ma la storia non finisce qui. Ci sono anche altre cellule del sistema immunitario a giocare un ruolo importante. I linfociti B potrebbero infatti rappresentare il collegamento tra l’infezione e l’attivazione dei linfociti T. Queste cellule ospitano Epstein-Barr e possono esporre sulla propria superficie alcune componenti virali, mostrandole ai linfociti T e dando così inizio alla risposta immunitaria.

A sostegno di questa ipotesi c’è quanto osservato nelle persone trattate con farmaci anti-CD20. Queste terapie, già utilizzate contro la sclerosi multipla, agiscono riducendo il numero di determinate cellule B.

Dopo l’inizio del trattamento, la risposta dei linfociti T contro Epstein-Barr diminuiva in modo significativo. Inoltre, i ricercatori non rilevavano più il rilascio del virus nella saliva, un fenomeno che può verificarsi quando EBV si riattiva.

Il risultato suggerisce che le cellule B siano una delle principali fonti degli antigeni virali capaci di stimolare i linfociti T. Non dimostra però che questa reazione sia direttamente responsabile della distruzione della mielina.

Saranno quindi necessari ulteriori studi per ricostruire tutti i passaggi che conducono dall’infezione da Epstein-Barr al danno del sistema nervoso.

LE PROSPETTIVE FUTURE

Comprendere meglio il ruolo del virus potrebbe portare allo sviluppo di strategie più mirate contro la sclerosi multipla.

Le terapie oggi disponibili sono in grado di controllare efficacemente la malattia in molti pazienti, ma alcune agiscono riducendo l’attività del sistema immunitario. Questo può aumentare il rischio di infezioni e altri effetti indesiderati.

Una possibile strada futura è rappresentata da farmaci antivirali diretti specificamente contro Epstein-Barr. Al momento non esistono però antivirali in grado di eliminare selettivamente il virus una volta che si è stabilito nell’organismo.

Un’altra possibilità riguarda lo sviluppo di vaccini contro Epstein-Barr. Prevenire l’infezione o modificarne il decorso potrebbe, almeno in teoria, ridurre anche il rischio di sviluppare la sclerosi multipla. Diversi vaccini sono in fase di studio, ma non è ancora stato dimostrato che possano prevenire la malattia neurologica.

Il nuovo lavoro non conduce quindi a una terapia immediata, ma permette di restringere il campo della ricerca. Identificare le cellule e le componenti virali coinvolte rappresenta un passaggio importante per progettare vaccini, antivirali e trattamenti più selettivi, capaci di intervenire sull’origine della risposta immunitaria senza indebolire l’intero sistema immunitario.

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