Dopo la rimozione di un adenoma del colon, tornare a fare una colonscopia dopo tre anni è davvero necessario? Un grande studio europeo pubblicato sul New England Journal of Medicine mette in discussione questa pratica -almeno in alcuni pazienti ad aumentato rischio- mostrando che attendere cinque anni non sembra aumentare l’incidenza di tumore colorettale nei primi cinque anni di follow-up.
PERCHÉ SI FANNO I CONTROLLI DOPO AVER TOLTO UN ADENOMA
Gli adenomi sono lesioni benigne del colon che, in una parte dei casi, possono evolvere nel tempo verso un tumore. Per questo identificarli e rimuoverli durante la colonscopia rappresenta uno dei cardini della prevenzione del tumore del colon.
Una volta eliminata la lesione, però, il percorso non finisce. In base al numero, alle dimensioni e alle caratteristiche degli adenomi, alcune persone vengono inserite in programmi di sorveglianza con nuove colonscopie a distanza di alcuni anni.
Per chi presenta adenomi considerati a rischio più elevato, il controllo dopo tre anni è da tempo una delle strategie più utilizzate. Ma quanto è realmente necessario anticipare così tanto l’esame?
TRE O CINQUE ANNI: COSA HA FATTO LO STUDIO
Per rispondere a questa domanda, i ricercatori dello studio EPoS II hanno coinvolto 10.799 persone di otto Paesi europei alle quali erano stati rimossi adenomi considerati ad alto rischio.
I partecipanti sono stati assegnati in modo casuale a due strategie: effettuare la prima colonscopia di sorveglianza dopo tre anni oppure aspettarne cinque. Nel gruppo sottoposto al controllo più precoce era prevista una colonscopia sia a tre sia a cinque anni.
Lo studio ha incluso persone con almeno un adenoma di dimensioni pari o superiori a 10 millimetri, oppure con displasia di alto grado, componente villosa o presenza di più adenomi.
L’obiettivo principale è capire se aspettare cinque anni sia non inferiore, cioè non comporti un aumento clinicamente rilevante del rischio di tumore rispetto al controllo anticipato.
ASPETTARE DUE ANNI IN PIÙ NON HA AUMENTATO I TUMORI
Dopo circa cinque anni di osservazione, l’incidenza cumulativa di carcinoma colorettale (ovvero quante persone sviluppano una certa malattia entro un determinato periodo di tempo) è risultata molto simile nei due gruppi: 0,77% tra chi aveva effettuato la prima sorveglianza dopo cinque anni e 0,82% tra chi aveva iniziato i controlli dopo tre anni.
In altre parole, aggiungere una colonscopia a tre anni non ha prodotto un vantaggio evidente nella prevenzione dei tumori colorettali nei primi cinque anni.
Anche la distribuzione degli stadi dei tumori diagnosticati è risultata sostanzialmente simile. Le morti per carcinoma colorettale sono state invece troppo poche per poter confrontare in modo affidabile le due strategie.
Il risultato è rilevante perché mette alla prova una convinzione piuttosto intuitiva: che controllare prima e più frequentemente significhi necessariamente prevenire di più.
NON SIGNIFICA CHE CINQUE ANNI VADANO BENE PER TUTTI
La conclusione, però, non deve essere semplificata troppo. Lo studio non riguarda tutte le persone alle quali sia stato rimosso un polipo e non stabilisce che dopo una polipectomia si possa sempre aspettare cinque anni.
Innanzitutto, EPoS II ha coinvolto una popolazione precisa, con adenomi completamente rimossi e inserita in un percorso di sorveglianza ben definito.
Inoltre, quelli pubblicati sono ancora risultati intermedi. L’obiettivo principale dello studio è verificare l’incidenza di carcinoma colorettale a dieci anni. Sarà quindi necessario verificare che la stessa equivalenza tra le due strategie si mantenga anche nel lungo periodo.
Infine, il rischio non dipende soltanto dal reperto iniziale. Cambia nel tempo e deve essere rivalutato in base a ciò che emerge dalle colonscopie successive.
I CONTROLLI CAMBIANO IN BASE A CIÒ CHE SI TROVA
«Tutto va contestualizzato nella pratica clinica e le linee guida vanno adattate al singolo caso e al risultato delle indagini effettuate», spiega Katia Bencardino, oncologa responsabile della Struttura Semplice dell’Oncologia Falck presso l'Ospedale Niguarda di Milano.
Il punto è proprio questo: l’intervallo tra una colonscopia e l’altra non è deciso una volta per tutte.
Se ai controlli successivi non vengono più trovati adenomi, la sorveglianza può essere progressivamente diradata e, in alcuni casi, il paziente può tornare nel normale programma di screening.
Al contrario, «se dovessero trovarsi adenomi o displasie, si potrebbe addirittura anticipare la colonscopia», sottolinea Bencardino.
Le attuali linee guida europee seguono già questa logica: distinguono tra pazienti a basso e ad alto rischio e modificano la frequenza dei controlli sulla base dei risultati delle colonscopie successive.
PIÙ CONTROLLI NON SIGNIFICA SEMPRE PIÙ PREVENZIONE
Il valore dello studio va quindi oltre la semplice domanda “tre o cinque anni?”.
La questione riguarda anche l’appropriatezza della prevenzione. La colonscopia è un esame molto utile, ma è invasivo, richiede preparazione, personale specializzato e risorse sanitarie.
Se una parte dei pazienti può essere controllata più tardi senza perdere protezione, evitare esami troppo ravvicinati significa ridurre procedure inutili e concentrare le risorse su chi ne ha davvero bisogno.
Il messaggio non è dunque che i controlli servano meno, ma che la prevenzione più efficace non coincide necessariamente con il maggior numero possibile di esami. La sfida è individuare il momento giusto per farli.


