Lo screening per la prostata, se eseguito correttamente, può ridurre di un quinto la mortalità per tumore prostatico, e questo effetto perdura nel tempo. Questi i dati confermati da uno degli studi più ampi condotti in Europa su questo tema.
TESTATI 161.000 UOMINI DI 55-69 ANNI
In Europa è stato avviato nel 1993 il più ampio studio sullo screening per il cancro alla prostata (Erspc) che ha preso in esame 161.000 uomini di età 55-69 anni in 7 paesi (Finlandia, Paesi Bassi, Italia, Svezia, Svizzera, Belgio e Spagna), li ha suddivisi in due gruppi, uno dei quali è stato sottoposto a screening con all’esame del Psa (Antigene Prostatico Specifico) ogni 4 anni. L’altro gruppo non è stato sottoposto a screeneng. A distanza di 21 anni, confrontando i due gruppi, è emerso che con i programmi di screening si possono ridurre del 20 per cento le morti per tumore alla prostata.
LO SCREENING PROSTATICO
Il tumore alla prostata è il più comune tumore maschile in 112 paesi, con una prevalenza che si prevede raddoppiata nel 2040. Lo screening di popolazione è una strategia utilizzata per ridurre la mortalità di diverse malattie oncologiche, come il tumore del colon-retto, della mammella, della cervice uterina. La diagnosi precoce è spesso il rimedio migliore perché può dare l’avvio subito alle cure, quando la malattia è più facilmente curabile. Nel caso del tumore della prostata l’efficacia dello screening è argomento di discussione nella comunità scientifica da anni.
UNA RIDUZIONE DELLE MALATTIE AVANZATE
Leggendo i dati con la dottoressa Cristina Marenghi, ricercatrice all’Istituto Nazionale dei Tumori di Milano all’interno del “Programma Prostata”, si scopre un altro dato molto importante. «Lo studio mostra soprattutto una riduzione della malattia avanzata», spiega. L’esame periodico del PSA porta a individuare il tumore in una fase meno grave, quando ancora non ci sono metastasi o non si deve intervenire con trattamenti che durano molti anni.
IL RISCHIO DELLE SOVRADIAGNOSI
«Lo screening tuttavia presenta alcune problematiche, motivo per cui è stato messo in discussione nel tempo», avverte la dottoressa Marenghi. «Il fatto è che il Psa è specifico della prostata, ma non è specifico del tumore alla prostata – spiega - Accade così che un innalzamento del suo livello può essere generato da condizioni benigne. Quindi, quando viene usato nella popolazione maschile generale porta a fare biopsie a tanti uomini che in realtà non hanno il tumore e a fare diagnosi di tumori non clinicamente significativi, che non richiedono un trattamento. Si parla in questi casi di sovradiagnosi e di sovratrattamento».
CI SONO TUMORI DA NON TRATTARE
Continua la ricercatrice dell’Istituto Tumori: «Si sta cercando un rimedio a questa situazione attraverso due strategie. Puntare a individuare solo le diagnosi aggressive, i tumori che mettono in pericolo la vita, e monitorare in sorveglianza attiva i “tumori clinicamente insignificanti” anziché trattarli inutilmente (le cure possono avere effetti collaterali che influenzano la qualità della vita)».
La comunità europea sta indirizzandosi a cercare modelli di screening più personalizzati, utilizzando diversi Psa a seconda dell’età, impiegando per esempio la risonanza magnetica prima della biopsia. L’obiettivo è arrivare il prima possibile al tumore aggressivo ed evitare di trattare casi che non rappresenterebbero un pericolo per il paziente.
L’APPROCCIO MULTIDISCIPLINARE
Sull’attacco concentrico con cui tentare di disarmare il più diffuso tumore maschile è organizzato all’Istituto dei Tumori di Milano il “Programma prostata”. E’ una struttura trasversale che si occupa del cancro alla prostata nei vari stadi e mettendo insieme i diversi specialisti: urologi, radiologi, radioterapisti, oncologi medici, personale dedito alla ricerca, personale che aiuta nella gestione del paziente e nel collegamento tra i diversi specialisti.
È il modello delle cosiddette “prostate unit”, che propongono una visione multidisciplinare sin dalla prima visita: il paziente incontra contemporaneamente vari specialisti, tra cui lo psicologo. Se ci sono più opzioni di cura, se ne discute insieme. Con questo metodo sono facilitate le cure integrate.


