La cura del tumore della vescica ha fatto registrare pochi progressi negli ultimi decenni. Se non operabile, la chemioterapia è la strategia più impiegata nei pazienti con una malattia in fase più avanzata e prevede la somministrazione di un farmaco a base di platino (cisplatino o carboplatino), con la possibile aggiunta di altre molecole (gemcitabina, vinblastina, doxorubicina). In questa maniera, però, soltanto 1 paziente su 10 fa registrare una remissione duratura del cancro. Si spiega così il sostanziale equilibrio nei tassi di sopravvivenza di quello che è il nono tumore più frequente (oltre 26mila le diagnosi contate in Italia nel 2019) e che colpisce soprattutto gli uomini (quarto per diffusione dopo le neoplasie della prostata, del polmone e del colon-retto). Da qui la necessità di mettere a punto nuove strategie di cura. Sull'onda di quanto osservato in altri ambiti dell'oncologia, il mondo della ricerca ha iniziato a guardare con interesse all'immunoterapia per trattare le malattie oncologiche uroteliali. Questi tumori, che colpiscono la superficie interna delle vie urinarie, possono essere rilevati anche nell'uretra, nell'uretere e nella pelvi renale.
CHEMIOTERAPIA E IMMUNOTERAPIA (INSIEME) FUNZIONANO MEGLIO
I primi risultati paiono incoraggianti. Le evidenze più solide emergono da uno studio di fase 3(IMVigor30), pubblicato sulla rivista The Lancet. I ricercatori hanno valutato la risposta di oltre 1.200 pazienti con un tumore uroteliale localmente avanzato o metastatico a tre diversi protocolli di cura: la chemioterapia(gemcitabina e cisplatino o carboplatino), l'immunoterapia(con atezolimab) e la combinazione dei due approcci. Per la prima volta - a fronte di una buona tollerabilità - è stato dimostrato che l'integrazione dei due approcci può rallentare la progressione della malattia fino a otto mesi. «Questi dati dimostrano che le speranze per i pazienti con un tumore della vescica crescono utilizzando l'immunoterapia fin dalla prima linea di trattamento - afferma Ugo De Giorgi, responsabile della struttura di oncologia genitourinaria dell'Irccs Istituto Scientifico Romagnolo per lo Studio e la Cura dei Tumori (IRST) di Meldola -. Un'opzione di questo tipo potrebbe diventare disponibile sia per i pazienti con una malattia già avanzata alla diagnosi sia per coloro che affronteranno una ricaduta a seguito dell'asportazione radicale del tumore». Scenario tutt'altro che raro, nel caso del tumore della vescica: con recidive possibili sia in loco sia a distanza (linfonodi, polmoni, fegato e ossa).
MEGLIO FARE PRIMA LA CHEMIOTERAPIA?
Lo studio IMVigor30 (atezolizumab più chemioterapia) non ha evidenziato, per il momento, un aumento della della sopravvivenza globale. Un aspetto che invece è emerso da un'altra ricerca analoga condotta con un altro immunoterapico (avelumab), presentata durante la sessione plenaria del meeting ASCO. Oltre all'utilizzo di un farmaco diverso, i ricercatori hanno deciso di impiegarlo come terapia di mantenimento, dopo la chemio. I pazienti sottoposti a questo schema hanno vissuto mediamente sette mesi in più (21) rispetto a coloro che invece avevano seguito una terapia standard (14). Come spiegare questo risultato? Secondo De Giorgi, «la sola chemioterapia, inizialmente, potrebbe permetterci di selezionare i pazienti che meglio risponderanno al mantenimento con l'immunoterapia». Un aspetto cruciale da chiarire, al pari di un altro. Come si verifica nel caso del melanoma e del tumore del polmone, a essere trattati con l'immunoterapia saranno soltanto coloro che esprimono sulle cellule tumorali le proteine PD-1 e PD-L1 (un freno alla risposta immunitaria contro la malattia)? In questi casi, il vantaggio terapeutico è molto più probabile. «Ma il nostro studio ha evidenziato che in realtà l'immunoterapia, in combinazione o come mantenimento dopo la chemioterapia, garantisce un'opportunità a tutti i pazienti con una neoplasia dell'urotelio», precisa lo specialista, coautore della ricerca pubblicata su The Lancet.
I risultati fin qui descritti si apprestano a modificare la gestione dei pazienti alle prese con un tumore della vescica. In questi casi, in Italia, finora l'immunoterapia è stata impiegata come trattamento di seconda linea. Un'opportunità garantita soltanto nell'ultimo anno agli oncologi e comunque esclusivamente al cospetto di pazienti già segnati dal fallimento della chemioterapia. L'auspicio è che l'Agenzia Italiana del Farmaco (AIFA), partendo da questi risultati, ne valuti l'utilizzo a partire dalla prima linea di trattamento. Nel frattempo, per i malati ci sarà la possibilità di ricevere il farmaco all'interno degli studi clinici. Alcuni di questi, in corso nei principali istituti oncologici italiani, puntano anche a verificare l'efficacia dell'immunoterapia nei pazienti con un tumore della vescica operabile.