Gli eventi climatici estremi metteranno a dura prova le infrastrutture in Africa, mentre resistenze ai trattamenti e finanziamenti ridotti complicano prevenzione e accesso alle cure.
Il cambiamento climatico non ridisegna soltanto la geografia delle temperature: potrebbe ridisegnare anche quella della malaria. Secondo un recente studio pubblicato su Nature, entro il 2050 l’Africa potrebbe registrare 123 milioni di casi aggiuntivi e oltre 1.200.000 decessi, con un netto incremento rispetto agli attuali livelli di mortalità.
A pesare maggiormente sarebbero gli eventi meteorologici estremi – alluvioni, ondate di calore, piogge intense – che da soli potrebbero essere responsabili del 79% dei casi aggiuntivi e del 93% dei decessi in più. Non si tratterebbe tanto di un’espansione verso nuove aree del continente, quanto di un’intensificazione della trasmissione nelle zone già endemiche, con effetti particolarmente marcati dove i sistemi sanitari sono più fragili.
Numeri che rafforzano l’urgenza di strategie di controllo integrate e di sistemi di risposta alle emergenze capaci di proteggere i progressi compiuti finora verso l’eradicazione.
Sebbene lo studio si concentri sull’Africa – dove si registra oltre il 90% dei casi e dei decessi globali – il tema riguarda indirettamente anche i Paesi europei. La malaria in Italia è stata eradicata da decenni e il rischio di una reintroduzione stabile è considerato molto basso. Tuttavia, in un mondo interconnesso, i casi di importazione restano possibili, soprattutto in assenza di adeguate misure di profilassi nei viaggiatori. È questo il contesto in cui va letto anche il recente ricovero in terapia intensiva a Padova di una bambina rientrata da un viaggio in Africa dopo aver contratto l’infezione: un episodio isolato che ricorda l’importanza di prevenzione, sorveglianza e informazione corretta, non un segnale di ritorno della trasmissione locale.
MALARIA, IL PUNTO DEGLI ULTIMI 25 ANNI
«A fotografare lo stato attuale è il World Malaria Report 2025 dell’Organizzazione Mondiale della Sanità (OMS), che conferma un quadro in chiaroscuro» ci spiega la Prof.ssa Alessandra della Torre, Docente di Parassitologia e coordinatrice del gruppo di ricerca in Entomologia Medica del Dipartimento di Sanità Pubblica e Malattie Infettive dell’Università Sapienza di Roma.
«Tra il 2000 e il 2015 l’aumento dei finanziamenti e l’introduzione di strumenti efficaci, dalle terapie combinate alle zanzariere impregnate di insetticida, avevano portato a una riduzione significativa dei decessi in Africa, da 864.000 a 578.000. Ma dal 2015 i progressi si sono progressivamente arrestati. Negli ultimi anni, l’incidenza è tornata a crescere e la mortalità, dopo un picco tra il 2020 e il 2021, si è stabilizzata su livelli ancora preoccupanti.
È in questo contesto che si inseriscono le nuove proiezioni sull’impatto del cambiamento climatico in Africa: non tanto un’espansione verso aree finora indenni, quanto un’intensificazione della trasmissione nelle regioni già colpite. Gli effetti, inoltre, non saranno uniformi. Alcune aree del Sahel, sempre più aride e calde, potrebbero vedere una riduzione dei casi, a causa della desertificazione che diminuisce la disponibilità di acqua stagnante, necessaria per il ciclo larvale delle zanzare che trasmettono il parassita della malaria; al contrario, aree associate ai principali sistemi fluviali prone ad alluvioni, le regioni costiere soggette a cicloni dell'Africa sudorientale e le regioni dell’Africa centrale, più esposte a eventi meteorologici estremi, rischiano di registrare gli aumenti più marcati».
CAMBIAMENTO CLIMATICO E CRISI DEI SISTEMI SANITARI
Il legame tra clima e malaria è ampiamente riconosciuto e numerose ricerche hanno chiarito i diversi meccanismi causali, cercando di proiettarne gli impatti futuri. Tuttavia, molti lavori si sono concentrati esclusivamente sugli effetti dell’innalzamento delle temperature.
Ad esempio, studi precedenti hanno analizzato l’effetto della temperatura ambientale sulla durata di vita delle zanzare del genere Anopheles, sulla frequenza dei pasti di sangue e su altre caratteristiche del loro ciclo vitale, o su come il clima influenzi l’abbondanza delle zanzare adulte, agendo sugli habitat delle larve.
Il nuovo studio pubblicato su Nature ha il merito di concentrarsi, invece, anche sui danni infrastrutturali collegati al cambiamento climatico. Lo studio evidenzia che i disastri naturali aumentano il rischio sanitario danneggiando le infrastrutture mediche, le abitazioni e riducendo l'efficacia delle misure di controllo, come le zanzariere.
In particolare, la riduzione dell'accesso alle cure è identificata come componente principale dell'aumento dell'incidenza nei prossimi anni (37,8% del totale), seguita dai danni alle abitazioni (23,4%) e dalle interruzioni delle misure di controllo del vettore (14,9%):
«Tutti gli interventi che abbiamo a disposizione contro la malaria, dalla protezione con zanzariere impregnate con insetticidi alla diagnosi precoce, fino alle terapie efficaci, richiedono infrastrutture funzionanti e continuità di finanziamento, e possono essere facilmente messi in crisi tanto dai disastri climatici quanto dall’instabilità politica o economica» spiega della Torre.
RESISTENZE E FINANZIAMENTI, LE SFIDE DEL FUTURO
Il clima, infatti, non è l’unico fattore in gioco. Il Report dell’OMS elenca tra le minacce principali anche la crescente resistenza dei parassiti ai farmaci e delle zanzare agli insetticidi, oltre alla comparsa di mutazioni che rendono più difficile la diagnosi.
E, soprattutto, richiama l’attenzione su un nodo cruciale, i finanziamenti:
«Dopo anni di investimenti crescenti, negli ultimi tempi si sono registrati tagli significativi, in primis da parte degli Stati Uniti, con un effetto a catena anche su altri Paesi donatori. Il primo impatto è stato in parte assorbito grazie alle scorte disponibili, ma nel medio periodo la riduzione delle risorse rischia di compromettere l’accesso a diagnosi, cure e strumenti di prevenzione.
Una nota positiva arriva dai vaccini, disponibili solo da pochi anni: rappresentano un’innovazione importante, soprattutto per proteggere i bambini sotto i cinque anni, i più vulnerabili alle forme gravi. Tuttavia, offrono una protezione parziale e, come tutti gli altri strumenti, dipendono da sistemi sanitari solidi e da risorse adeguate per essere distribuiti su larga scala» afferma della Torre.
MALARIA E GLOBALIZZAZIONE: CAPIRE I RISCHI NEL NOSTRO PAESE
Il recente ricovero in terapia intensiva a Padova di una bambina di 12 anni residente a Chioggia, rientrata da un viaggio in Africa dopo aver contratto la malaria, ha riacceso l’attenzione sul tema anche nel nostro Paese. Si tratta di un caso di importazione, evento raro ma non imprevedibile in un contesto di viaggi internazionali sempre più frequenti:
«Nel nostro Paese, la malaria è stata eradicata da decenni e il rischio di una reintroduzione stabile è considerato molto basso. Le specie di Anopheles capaci di trasmetterla sono oggi limitate a specifiche aree rurali e nel nostro Paese non trovano più gli ambienti paludosi estesi che favorivano la trasmissione prima delle grandi bonifiche del Novecento.
Diverso è il discorso per altre malattie trasmesse da zanzare, come dengue o chikungunya, legate alla diffusione della zanzara tigre, specie urbana adattata ai contesti antropici. Non si deve dimenticare che le zanzare non sono tutte uguali e che ogni specie ha comportamenti e habitat specifici e può trasmettere patogeni diversi.
In Africa, come in Europa, la sfida resta la stessa: rafforzare sistemi sanitari, infrastrutture e cooperazione internazionale. Perché, se il cambiamento climatico può amplificare il rischio, la tenuta delle risposte dipende soprattutto dalle scelte politiche ed economiche» conclude della Torre.


