28-04-2015

La storia di Gabriella Doneda: rimanere incinta dopo il cancro

Nel 2012 un tumore al seno triplo negativo, nel 2015 la nascita di due gemelli. Ma rimanere incinte dopo il cancro rimane un evento ancora poco frequente

Mi chiamo Gabriella, ho 45 anni e ho avuto un tumore al seno. La malattia è entrata nella mia famiglia nel 2007, colpendo mia sorella Barbara all’età di 37 anni. Un tumore preso purtroppo troppo tardi, per questo mia sorella non ce l'ha fatta.


Quattro anni dopo, anche io ho scoperto di avere un tumore al seno triplo negativo, proprio grazie ai controlli che avevo iniziato a fare a seguito della malattia di mia sorella. I medici erano stupiti di vedere una ragazza giovane fare la mammografia, perché all’epoca avevo 35 anni. A 37 anni ho scoperto di avere un nodulo al seno, che poi si è rivelato maligno. Da lì è iniziato il percorso terapeutico: prima la quadrantectomia poi la chemioterapia.


Ma il tumore per me non è stato solo dolore. È stata anche l’opportunità di una grande sfida, perché nel maggio 2014 leggo un post di Fondazione Umberto Veronesi su Facebook dove si stavano cercando 10 donne che avevano avuto un tumore al seno per allenarle a correre la maratona di New York per il progetto Pink is good, dedicato ai tumori femminili. Fondazione stava reclutando un gruppo di donne pronte a mettersi in gioco e ad allenarsi costantemente perché ormai è risaputo che l’attività fisica è una preziosa arma di prevenzione nei confronti di numerose malattie (non soltanto oncologiche). Senza pensarci un attimo, mi sono iscritta. Grazie alla corsa e a questo meraviglioso gruppo di donne che hanno vissuto il mio stesso percorso, ho capito che dopo la malattia si può tornare ad avere una vita quasi normale.

Non ringrazierò mai abbastanza Fondazione Umberto Veronesi per avermi incluso nel suo progetto come Pink Ambassador, per avermi permesso di rappresentare la forza delle donne in una sfida che non è lunga solo i 42 chilometri della maratona, ma è molto di più. È la sfida per ritrovare un equilibrio dopo la malattia, per scacciare la paura. Perché io, quando corro, non mi sento più una donna malata, ma una come tutte le altre.

Nella mia vita ho sempre avuto fiducia nella ricerca scientifica e nelle conquiste della scienza. Questa mia grande fiducia ha fatto sì che durante il mio percorso di malattia incontrassi un medico che mi ha proposto la crioconservazione degli ovociti, per darmi una possibilità di maternità dopo le cure che a brevissimo avrei dovuto affrontare. Conservare tre ovociti è stato il mio appiglio, la mia speranza durante le chemioterapie.

Dopo aver corso la maratona di New York con le mie compagne Pink Ambassador ho deciso di procedere con l’impianto di tre embrioni: a luglio del 2015 sono nati Bianca e Lorenzo, il mio inno alla vita e il mio grazie ancora una volta alla ricerca scientifica che mi ha permesso di diventare mamma.

 

Il tumore mi ha tolto tanto: mia sorella e la capacità di progettare il futuro. Ma grazie alla ricerca d’avanguardia sono nati Bianca e Lorenzo, che mi hanno riaperto questa finestra sul domani. Perché i bambini ti chiedono di progettare e crescere insieme a loro. Bianca e Lorenzo hanno trasformato una storia di dolore in un faro di speranza per me e per tutte le donne a cui racconto che non tutto è perduto, nemmeno con una diagnosi di tumore in giovane età e che non si deve perdere la speranza di realizzare il proprio sogno.

 

Il mio grande sogno per i miei figli è un futuro di speranza, un futuro sereno, senza il dolore della malattia e della perdita di qualcuno che ami. Sogno per Bianca, per Lorenzo e per mia nipote Alice, figlia di Barbara, un futuro libero dalle malattie.


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