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tumore del colon-retto

“Un tumore al retto a 38 anni, eppure non mi sono mai sentita malata”

Grazie alla psicoterapia, Maura ha affrontato chemio, radio e un’operazione che le ha tolto 22 cm di intestino, trasformando la malattia in percorso di guarigione e cambiamento. Questa è la sua storia

Una piccola goccia di sangue rosso vivo, notata mentre andavo in bagno un anno fa, è stata l’inizio di un percorso che non avrei mai immaginato. Un adenocarcinoma del colon retto che ha cambiato tutto. A ottobre 2024 avevo 38 anni e stavo benissimo: nessun dolore, nessun disturbo intestinale, nessun calo di peso. Per questo quella gocciolina mi era sembrata solo un piccolo taglio. Quando ha continuato a ripresentarsi per mesi ho parlato con il medico, che mi ha prescritto il sangue occulto nelle feci, risultato ovviamente positivo. Pensavo comunque a un’emorroide o a un polipo. Non ho familiarità, non fumo, mangio bene, faccio sport e non bevo alcol, se non una birra ogni tanto il sabato sera.

A dicembre 2024 ho fatto una visita gastroenterologica: niente emorroidi né ragadi. Il medico ha proposto una colonscopia per rimuovere quello che sembrava un semplice polipetto sanguinante. Tutto sembrava tranquillo.

L’8 gennaio 2025, al rientro dalle vacanze di Natale, durante la colonscopia. Il medico ha visto subito una massa e, mostrandomi l’immagine, ha detto: «Questo è un tumore».
 «Benigno?»
 «No».

Da lì è iniziato un percorso durato dieci mesi, tra chemioterapia, radioterapia e due interventi chirurgici.

LO SHOCK INIZIALE E LE CURE

Dopo la diagnosi lo shock è stato così forte che, per proteggermi, ho vissuto una forte derealizzazione. Mi sembrava di guardare un film: sentivo le parole del medico, ma era come se non parlasse di me. Poi ho dovuto accettare che quella malattia riguardava proprio me e ho subito iniziato  un percorso di psicoterapia, perché ero stata travolta da un evento troppo grande e traumatico, ed avevo bisogno di capire come affrontare questa nuova e spaventosa realtà nella quale mi ero improvvisamente ritrovata: da un momento all’altro ero diventata una paziente oncologica.

Ho subito iniziato le cure presso l’Ospedale di Chieti. Venticinque sedute di radioterapia e un totale di quattro mesi di chemioterapia. Nel frattempo ho preso contatti con un medico dell’Ospedale Careggi di Firenze, il dottor Fabio Cianchi , che mi avrebbe successivamente operata e seguita nella parte chirurgica, con umanità ed empatia. Sono venuta a conoscenza della sua grande esperienza, anche con pazienti giovani, grazie a mia sorella, infermiera in un altro ospedale fiorentino, che è stata molto presente durante tutto il mio percorso.

UN’ESTATE FELICE, NONOSTANTE TUTTO

A metà giugno, terminata la chemioterapia, ho dovuto aspettare un paio di mesi prima di fare i controlli pre- operatori. Paradossalmente l’estate l’ho vissuta bene. Io e mio marito Marco abbiamo fatto molte vacanze al mare con i nostri bambini, Maja e Mathias, con tutte le accortezze del caso, soprattutto per l’esposizione al sole. A volte quasi mi “imponevo” di ricordarmi del tumore, mi sentivo bene fisicamente e emotivamente, anche grazie al percorso di psicoterapia fatto, che mi ha aiutata a rimanere centrata su me stessa e sui miei obiettivi di cura e di guarigione. Stavo bene e mi sono goduta ogni istante, pur sapendo che a fine agosto sarebbero arrivati i controlli e gli interventi. È stata, incredibilmente, un’estate bellissima.

A fine agosto sono tornata al Careggi per la nuova stadiazione: TAC, risonanza magnetica e rettoscopia. La massa era praticamente scomparsa e si vedeva solo tessuto cicatriziale. Ero partita da un terzo stadio, con meno di quattro linfonodi coinvolti e nessuna metastasi, tutto circoscritto al colon-retto. Nonostante dagli esami pre-operatori non si vedesse più nulla, radioterapisti, oncologa e chirurgo mi hanno spiegato che, vista la mia giovane età, l’intervento era comunque necessario per escludere la presenza di cellule maligne residue. 

LA RESEZIONE DEL RETTO E L’ILEOSTOMIA  

Il 5 settembre 2025  ho affrontato l’intervento di resezione anteriore del retto. Sei ore in sala operatoria, 22 centimetri di intestino tolti ed alcuni linfonodi da analizzare. Mi sono svegliata con un’ileostomia temporanea sul lato destro dell’addome, come mi era stato anticipato.

L’ileostomia provvisoria è una deviazione temporanea dell’intestino verso una piccola apertura sull’addome, dove le feci vengono raccolte in una sacca esterna, permettendo alla parte operata di guarire. Una volta completata la guarigione viene chiusa con un secondo intervento e tutto torna a funzionare normalmente.

Psicologicamente mi ero preparata molto, parlando con ragazze giovani, operate come me. Ascoltarle mi è stato fondamentale, ed è anche per questo che voglio restituire una testimonianza positiva a chi mi legge.

IL RITORNO IN FAMIGLIA

Dopo l’intervento ho vissuto da mia sorella per il post-operatorio, evitando spese economiche che spesso gravano su percorsi così lunghi. Dopo due settimane sono tornata in Abruzzo dalla mia famiglia.

Ai bambini, di sei e nove anni, abbiamo detto che la mamma doveva togliere una piccola “pallina” dalla pancia e che al ritorno avrei avuto un cerotto. Hanno affrontato bene la situazione grazie a mio marito che, tra scuola e attività, ha riempito le loro giornate. Anche i nonni, da entrambe le parti, sono stati molto presenti.

Una volta rientrata a casa uscivo pochissimo. L’ileostomia, che ho tenuto per quasi due mesi, era ingombrante, rumorosa, difficile da gestire, e il disagio con il mio corpo era forte. In quel periodo mi sono dedicata soprattutto ai bambini, uscendo solo per lo stretto necessario. Anche se con un’ileostomia si puo’ condurre una vita quasi “normale”, il fatto che fosse temporanea mi ha portata a tollerarla, ma non ad accettarla pienamente.

VERSO LA NORMALITÀ

A fine ottobre sono tornata a Firenze per la ricanalizzazione, l’intervento che ha permesso di ripristinare una normale funzione intestinale. Il post-operatorio è stato impegnativo: per giorni ho avuto urgenze frequentissime, ma ero preparata. Dopo una decina di giorni di alimentazione a basso contenuto di fibre per non sovraccaricare l’intestino, ho ripreso a mangiare tutto, anche caffè e legumi. Continuo ad avere spesso bisogno del bagno, ma sono continente e posso uscire senza problemi. 

Adesso inizia il mio follow-up con TAC di controllo ogni sei mesi ed una colonscopia annuale. Fortunatamente non servono altri cicli di chemio dato che i risultati dell’esame istologico sono stati molto buoni ed i linfonodi analizzati sono risultati negativi.

“NON SONO MALATA, MI STO CURANDO”

Ci tengo ad affrontare il tema della psicoterapia, che ho iniziato subito dopo la diagnosi, perché mi ha aiutata a vedere tutto da un’altra prospettiva. Grazie a questo percorso non mi sono mai sentita davvero “malata”: ho sempre pensato che ci fosse una parte del mio corpo che aveva bisogno di cure, e che io stessi facendo tutto il possibile per guarirla. Avere un professionista accanto è fondamentale per mettere ordine nei pensieri, che si affollano in un periodo così devastante, quando ci si confronta con la paura della morte. Comprendere i meccanismi della mente, dare un nome a ciò che stava accadendo e accettarlo è stato faticoso, ma decisivo per affrontare ogni giorno.

Dopo la diagnosi, la mia radioterapista nell’Ospedale di Chieti, la dottoressa Monica Di Tommaso, che non ringrazierò mai abbastanza, percependo la mia ansia, mi ha detto: “Si risolve. Sarà un percorso lungo e faticoso, ma la cura c’è.” Io mi sono aggrappata a quella frase per dieci mesi: insieme alla psicoterapia, è stata la mia ancora. Le parole giuste dette dai medici fanno la differenza nel percorso di cura, perché influiscono sullo stato mentale del paziente e, di conseguenza, sul modo in cui affronta tutto. 

L’ASSENZA DI RABBIA

Durante tutto il percorso di cura non sono mai riuscita a provare rabbia, e ci ho anche provato, perché faceva parte della terapia, ma non sapevo verso chi indirizzarla. Non potevo rivolgerla alle cellule del mio corpo. Non mi sono nemmeno chiesta “perché proprio a me?”, che non avevo alcun fattore di rischio, ma “cosa posso imparare da tutto questo?”. 

Mi sento piena di gratitudine, felice e riconoscente alla medicina e alla ricerca. Sono grata di aver avuto accesso alle cure e di aver trovato medici eccellenti che hanno costruito un percorso adatto a me, che mi ha permesso di guarire. 

La mia storia vuole anche essere un piccolo messaggio di attenzione: lo screening del colon-retto, previsto a partire dai 50 anni, perché è da quell’età che la malattia è più frequente, si basa sul test per la ricerca del sangue occulto nelle feci. Solo in caso di positività a questo test è indicata la colonscopia come esame di approfondimento. Ciò detto, il mio consiglio personale è di non ignorare i piccoli segnali e di rivolgersi sempre al medico, anche da giovani: è stato proprio grazie a questo percorso di accertamenti mirati che la mia diagnosi è arrivata in tempo.

Nel mio caso, desidero ringraziare la mia oncologa, la dottoressa Martino, tutto il personale del Reparto di Radioterapia Oncologica dell’Ospedale di Chieti e il dottor Cianchi e la sua equipe dell’Ospedale Careggi. 

UNA NUOVA MAURA

Sarà banale, ma dopo la malattia mi sento un’altra persona. C’è un prima e un dopo la malattia, netto e drastico, e quindi una nuova Maura. Interiormente sono cambiata moltissimo, ho rivalutato la mia vita e le mie priorità. Mi sono resa conto che prima ero ansiosa, tesa, sempre proiettata nel futuro e bisognosa di controllo. Ora vivo nel presente, più rilassata e centrata. Un’esperienza simile ti insegna che non puoi controlli quasi nulla, se non il tuo atteggiamento e come decidi di affrontare ciò che ti capita.

Ora ho voglia di tornare alla mia routine quotidiana. Insegno inglese alla scuola primaria e appena mi sentirò fisicamente pronta e avrò meno disagi legati agli interventi che ho affrontato desidero tornare al lavoro. Dopo una diagnosi oncologica non si torna più alla vita di prima, semplicemente perché non si è più la persona di prima. La diagnosi ci costringe a riscrivere la nostra identità. Ma è possibile, dopo aver attraversato pienamente la sofferenza, ricostruire una nuova normalità, in cui si dà priorità a ciò che conta davvero e alla parte più autentica di noi stessi. 

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