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Neuroscienze

Come parlare ai malati?

Una comunicazione negativa da parte dei medici mortifica, colpevolizza e sminuisce i pazienti. Effetti sul cervello paragonabili al dolore fisico. Ecco cosa non fare

Il linguaggio medico obsoleto e negativo rischia di sminuire e colpevolizzare i pazienti compromettendo la relazione terapeutica e l’esito stesso delle cure. Complici i numerosi telefilm ambientati tra le corsie degli ospedali, siamo ormai abituati a questo tipo di linguaggio che, anche se familiare, può mortificare i malati, disincentivandoli ad affrontare un difficile percorso di cura. Per capire come invertire la rotta, ci viene in aiuto uno studio pubblicato recentemente sul British Medical Journal che si è proposto di descrivere questo linguaggio, suggerendo come modificarlo per favorire una relazione terapeutica incentrata su comprensione e obiettivi condivisi tra medico e paziente. Vediamo quali sono gli errori principali e come evitarli.

PRIMO: IL PAZIENTE SMINUITO

Il rischio più grande di una comunicazione negativa da parte dei medici è quello di sminuire il paziente, mettendo in dubbio la sua affidabilità e credibilità. È vero che i segni sono qualcosa di evidente e oggettivo come ad esempio una caviglia gonfia o un rush cutaneo, mentre i sintomi sono riferiti dal paziente, ma le frasi utilizzate andrebbero scelte con cura. Scrivere nella cartella clinica “il paziente nega febbre, brividi e sudore notturno” o “il paziente lamenta dolore” suggeriscono la volontà di distorcere la verità o la presenza di un atteggiamento petulante, tradendo sfiducia da parte del medico. Inoltre, dalla scelta dei verbi, risulta evidente il distacco tra paziente e medico che, invece, “osserva”, “nota”, “afferma” anche quando si tratta della sua percezione, in assenza di segni evidenti.

SECONDO: IL PAZIENTE PASSIVO

I pazienti potrebbero sentirsi particolarmente frustrati e infastiditi a causa di espressioni che conferiscono loro passività, mentre ai medici potere e autorità, sensazione che si percepisce chiaramente con l’espressione “il medico manda il paziente a casa”. Inoltre, in malattie come il diabete sentiamo spesso dire che il medico “proibisce” il consumo di un determinato alimento o che il controllo della glicemia è “buono” o “cattivo”, facendo sentire il paziente giudicato, proprio come a scuola.

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