Cresce in Italia la consapevolezza che alcuni tumori possano essere prevenuti anche grazie alla vaccinazione. È il caso dei tumori HPV-correlati, per i quali esiste da anni un vaccino efficace. Eppure, tra conoscenze incomplete, coperture ancora insufficienti e difficoltà di accesso, l’obiettivo dell’eliminazione resta lontano.
A fotografare il rapporto degli italiani con il Papillomavirus umano è l'indagine "Tumori HPV-correlati e prevenzione. Come cambia in Italia l'approccio negli adulti e genitori di adolescenti" realizzata dall’Istituto Piepoli per MSD Italia. Secondo i dati raccolti, il 68% dei genitori e delle donne ritiene che i tumori si possano prevenire; tra gli uomini la quota è del 62%. Quando si chiede quali siano le strategie più efficaci, le vaccinazioni oggi disponibili vengono indicate dal 37% dei genitori, dal 40% delle donne e dal 40% degli uomini, con valori in crescita rispetto alle precedenti rilevazioni.
CHE COS’È L’HPV E QUALI TUMORI PUÒ CAUSARE
Il Papillomavirus umano (HPV) è un virus molto comune che si trasmette prevalentemente per via sessuale e nella maggior parte dei casi l’infezione si risolve spontaneamente. In una quota di persone, però, può persistere nell’organismo. Quando questo accade, soprattutto in presenza di ceppi ad alto rischio oncogeno, possono svilupparsi nel tempo condilomi, lesioni precancerose e tumori.
Il tumore più noto associato all’HPV è quello della cervice uterina. Ma il virus non riguarda solo la salute femminile. Può essere coinvolto anche nello sviluppo di tumori della vulva, della vagina, dell’ano, del pene e di alcuni tumori del distretto testa-collo, in particolare dell’orofaringe.
La vaccinazione, insieme agli screening, ha cambiato lo scenario. L’eliminazione dei tumori HPV-correlati come problema di salute pubblica è un obiettivo realistico, ma richiede alte coperture vaccinali, adesione agli screening e percorsi di prevenzione accessibili.
«La vaccinazione contro l’HPV è una vaccinazione anti-cancro a tutti gli effetti, perché previene tumori gravi e diffusi come quello della cervice uterina, oltre a tumori che colpiscono anche gli uomini. Anche in Italia questo obiettivo è raggiungibile, ma è necessario aumentare le coperture vaccinali, ridurre le disuguaglianze territoriali, rafforzare una comunicazione corretta e basata sulle evidenze», spiega la professoressa Rossana Berardi, ordinaria di Oncologia dell’Università Politecnica delle Marche e direttrice della Clinica Oncologica dell’Azienda Ospedaliero-Universitaria delle Marche.
COSA SANNO GLI ITALIANI DELL’HPV
La conoscenza dell’HPV è complessivamente buona, ma non omogenea. Tra le donne tra i 25 e i 55 anni l’87% dichiara di sapere che cosa sia o di aver sentito parlare del Papillomavirus. Tra i genitori il dato è pari all’83%. Il quadro cambia tra gli uomini: nella fascia 18-35 anni solo il 63% dichiara di conoscere o avere sentito parlare dell’HPV.
Il divario è ancora più evidente se si guarda alla qualità dell’informazione. Nel pubblico maschile persistono diversi equivoci: il 47% pensa che l’HPV riguardi principalmente le donne e il 30% lo associa erroneamente all’AIDS.
Questa lettura è sbagliata. L’HPV riguarda donne e uomini. E anche la prevenzione deve parlare a entrambi. Tra gli uomini, il 39% si considera non informato, ma la maggioranza dichiara di voler ricevere più informazioni. Il problema, dunque, non sembra essere il disinteresse, ma la mancanza di messaggi chiari, continui e rivolti anche al pubblico maschile.
CHI HA AVUTO CONSEGUENZE CAPISCE IL VALORE DEL VACCINO
Uno dei dati più significativi dell’indagine riguarda le persone che hanno già avuto conseguenze legate all’HPV. Tra le donne che hanno vissuto una complicanza o un problema collegato al virus, il 69% dichiara che, tornando indietro, si vaccinerebbe o si sarebbe vaccinata prima. Tra gli uomini che hanno sperimentato conseguenze da HPV, la quota è del 64%.
È un dato che racconta il valore mancato della prevenzione. Molte persone comprendono pienamente l’importanza del vaccino quando il problema è già comparso: dopo un test positivo, una lesione, una colposcopia, un trattamento o una diagnosi.
Ma la prevenzione dovrebbe arrivare prima. La vaccinazione anti-HPV ha senso proprio perché può intervenire prima dell’infezione persistente, prima delle lesioni precancerose e prima del tumore.
COPERTURE VACCINALI ANCORA INSUFFICIENTI
Il punto critico resta la copertura vaccinale. Secondo i dati aggiornati al 31 dicembre 2024 -come raccontato in questo nostro approfondimento- la vaccinazione anti-HPV mostra segnali di miglioramento ma resta ben al di sotto degli obiettivi fissati dai programmi di prevenzione.
Nella coorte femminile dei dodicenni, cioè le nate nel 2012, la copertura per ciclo completo si ferma al 51,2%. Tra le tredicenni raggiunge il 64,1%. Tra le quindicenni, coorte 2009, il dato nazionale arriva al 70,6%. Un valore in lieve miglioramento rispetto all’anno precedente, ma ancora lontano dal 90% indicato dallo Europe’s Beating Cancer Plan come traguardo da raggiungere entro il 2030.
Le differenze territoriali restano marcate. Alcune regioni del Nord superano l’80%, mentre nel Sud si registrano livelli molto più bassi. Il divario tra Lombardia, al 77,9%, e Sicilia, al 23,4%, rende bene la distanza tra territori che procedono a velocità molto diverse.
Tra i ragazzi le coperture sono ancora inferiori: 44,6% tra i dodicenni e 55,8% tra i tredicenni. È un dato particolarmente importante, perché conferma anche sul piano vaccinale quanto l’HPV sia stato a lungo comunicato soprattutto come problema femminile.
SCREENING: PROGRESSI LIMITATI
Anche sul fronte dello screening del tumore della cervice uterina i progressi sono limitati. I dati PASSI 2023-2024 indicano un’adesione complessiva del 77,7%, in lieve aumento rispetto agli anni precedenti. La quota di donne che partecipa ai programmi organizzati di screening raggiunge invece il 46,8%.
Anche in questo caso emergono differenze significative. Nel Nord e nel Centro l’adesione supera l’84%, mentre nel Sud scende al 69%, con un minimo del 59% in Calabria. Le disuguaglianze territoriali restano quindi uno dei principali ostacoli alla riduzione uniforme dei tumori HPV-correlati.
IL NODO DELLA CHIAMATA ATTIVA
Uno dei principali problemi della scarsa adesione è di tipo organizzativo. Dall’indagine Piepoli emerge che solo 2 genitori su 5 dichiarano di aver ricevuto un invito alla vaccinazione da parte del centro vaccinale per i propri figli. Il dato è pari al 38%, in calo rispetto al 50% del 2024.
La cosiddetta chiamata attiva è una delle leve più importanti per aumentare l’adesione. Non basta che il vaccino sia disponibile. Serve che le famiglie ricevano un invito chiaro, riconoscibile e tempestivo. Quando questo passaggio manca, il rischio è che la prevenzione resti teorica.
COME MIGLIORARE LE COPERTURE
Per migliorare le coperture servono dunque più azioni: la prima è rafforzare la vaccinazione negli adolescenti, che resta il pilastro della prevenzione primaria contro l’HPV; la seconda è recuperare chi non è stato vaccinato negli anni precedenti; la terza è ampliare l’accesso, riducendo differenze regionali, ostacoli pratici e occasioni perse.
«Per raggiungere l’obiettivo di eliminare i tumori HPV-correlati è necessario rafforzare tutte le leve della prevenzione. Da un lato dobbiamo garantire il raggiungimento dei target di copertura vaccinale negli adolescenti, che rappresentano il pilastro della prevenzione primaria. Dall’altro, è fondamentale sviluppare strategie efficaci di recupero dei giovani non vaccinati e ampliare l’accesso alla vaccinazione gratuita anche alla popolazione adulta femminile e maschile», spiega il professor Giancarlo Icardi, ordinario in Igiene, Medicina Preventiva e Sanità Pubblica all’Università di Genova e direttore dell’Unità Operativa Complessa di Igiene dell’Ospedale Policlinico San Martino IRCCS di Genova.
Accanto alla chiamata attiva, resta centrale il ruolo dei professionisti sanitari: pediatri, medici di famiglia, ginecologi, igienisti e servizi vaccinali. Sono loro a poter trasformare un’informazione generica in una scelta consapevole, adattata all’età, alla storia personale e al rischio individuale.
Conta anche la semplicità del percorso. Orari accessibili, prenotazioni facili, punti vaccinali più vicini e occasioni di counselling possono ridurre molte barriere pratiche. La disponibilità di nuovi luoghi di vaccinazione, comprese le farmacie, va letta in questa prospettiva: non come alternativa al sistema vaccinale, ma come possibile supporto dentro una strategia coordinata.
«I dati della ricerca mostrano una crescente consapevolezza sull’HPV e sull’importanza della prevenzione, ma anche la necessità di rafforzare la corretta informazione e l’accesso alla vaccinazione, soprattutto per i più giovani e per la popolazione adulta non ancora protetta», sottolinea Silvia Gregory, vicepresidente ACTO Italia-Alleanza contro il Tumore Ovarico.
L’obiettivo, nei prossimi anni, sarà quindi rendere più stabile e uniforme l’offerta vaccinale. Non solo informare di più, ma organizzare meglio: chiamata attiva, recupero dei non vaccinati, accesso più semplice e maggiore integrazione con gli screening.


