Nessun allarme è stato registrato, finora. Ma, parola di esperti, «è tendenza internazionale l'incremento dei casi di pertosse nei lattanti, in un età in cui non é stato ancora possibile raggiungere la protezione da parte del vaccino». Considerando che la vaccinazione è caldeggiata dal 1996 e la piena immunità viene raggiunta entro l’anno di vita - con la somministrazione del vaccino esavalente entro tre mesi e di due richiami -, infettivologi e pediatri fanno dunque riferimento alle prime settimane di vita del neonato. Ma cosa sta favorendo (più negli Stati Uniti e in Australia che in Europa) un lento ritorno della malattia infettiva?
DIFESE A TEMPO
La pertosse è causata da un batterio (bordetella pertussis) e ha come unico serbatoio l’uomo. Nei più piccoli si manifesta senza febbre, con una tosse secca con tanti colpi, che spesso impediscono al bambino di respirare. Gli anticorpi ereditati dalla mamma e la vaccinazione dovrebbero ridurre al minimo i rischi per i neonati. E invece, contrariamente ad altre malattie infettive, lo scudo materno non sembra essere sufficiente nei primi mesi di vita e la difesa naturale (a seguito dell’infezione) e quella assicurata dal vaccino non durano per sempre: come accade per esempio con il morbillo. Per queste ragioni anche gli adulti, negli anni, possono incrociare nuovamente, e a più riprese, la pertosse. Al punto da favorire la trasmissione dell’agente infettante, che può così spostarsi nella fascia di età ancora indifesa. «Il rischio maggiore rimane per i bambini non vaccinati o con una vaccinazione incompleta, quando vengono a contatto con adulti infetti e non trattati - afferma Antonio Cassone, ordinario di microbiologia clinica all’Università di Perugia -. Oggi si calcola che almeno un quinto degli episodi di tosse prolungata per più di sue settimane negli adulti sia da attribuire a un’infezione da bordetella pertussis, che nei bambini così piccoli può essere anche letale».






