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Alimentazione

Il latte crudo fa bene ma è meglio bollirlo

Il consiglio arriva dopo una grande ricerca che dimostra il rischio di molte infezioni batteriche, soprattutto in bambini e anziani e donne in gravidanza

Come tutti i cibi crudi, sicuro al cento per cento non è: il latte non pastorizzato, molto diffuso fino al diciannovesimo secolo e tornato in auge negli ultimi anni, può essere una fonte frequente di tossinfezioni alimentari. L’ultimo allarme giunge dagli Stati Uniti, dove il consumo della bevanda cruda è più diffuso che alle nostre latitudini.

LA RICERCA

Numeri alla mano, secondo i ricercatori del Dipartimento della Salute dell’università del Minnesota, una persona su sei, dopo aver bevuto latte crudo, si ammalerebbe: colpita da infezioni batteriche o parassitarie.

Al termine di una ricerca condotta tra il 2001 e il 2010, i cui risultati saranno pubblicati a gennaio su Emerging Infectious Diseases, i microbiologi statunitensi - attraverso moderne metodiche di biologia molecolare - hanno riscontrato in laboratorio 530 casi di infezione. Ma poiché per molti di essi non è giunta la conferma di laboratorio, gli autori dello studio stimano una casistica dei contagi ben più corposa: «Oltre 20500 abitanti del Minnesota, poco meno del 20% dei consumatori di latte crudo». Gli agenti patogeni individuati più di frequente: campylobacter, escherichia coli, salmonelle, cryptosporidium (un parassita). I sintomi delle infezioni scaturite sono solitamente leggeri o moderati: diarrea, dolori addominali, febbre, mal di testa, nausea e vomito. Ma le gravi conseguenze non sono da escludere, se un’infezione da escherichia coli verocitotossico può provocare, soprattutto nei bambini, la sindrome emolitico-uremica, in grado di generare anche gravi forme di insufficienza renale.

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