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Buon compleanno, Dolly. L’eredità della pecora clonata più celebre della storia

Venticinque anni fa nasceva la pecora Dolly. L’anniversario è l’occasione per ripercorrere con Carlo Alberto Redi una vicenda che ha segnato anche la medicina moderna

Venticinque anni fa, il 5 luglio 1996, al Roslin Institute dell’Università di Edimburgo, in Scozia, un gruppo di scienziati festeggiava con particolare soddisfazione la nascita di una pecora con il muso tutto bianco. Era visibilmente diversa dal muso scuro della madre, una Scottish Blackface, la razza ovina più comune nel Regno Unito. Un particolare che non passò inosservato, perché quella belante creaturina era il primo mammifero nato dalla clonazione a partire da una cellula adulta.

Il team di ricercatori, guidati dal professor Ian Wilmut (oggi “Sir”), aveva prelevato una cellula differenziata dalla ghiandola mammaria di una pecora Finn Dorset, col muso bianco, che aveva fatto fondere con una cellula uovo di una pecora donatrice, di razza Blackface. L’embrione così ottenuto era poi stato trasferito nell’utero di una madre surrogata, dal muso nero anch’essa. Il risultato fu la piccola Dolly, chiamata così in onore della cantante country Dolly Parton (nella foto i suoi resti impagliati ed esposti al National Museum of Scotland. Dolly morì per un'infezione comune fra le pecore all'età di sei anni; credits: Paul Hudson from United Kingdom, CC BY 2.0, via Wikimedia Commons). Per la prima volta si era dimostrato che da una cellula somatica differenziata di un mammifero si può ottenere un animale identico. La notizia della nascita fu resa pubblica solo l'anno seguente, in concomitanza con la pubblicazione dello studio. Si accendevano l’entusiasmo, l’immaginazione e le preoccupazioni di scienziati e opinione pubblica, aprendo un dibattito sui pro e i contro (veri o presunti) della clonazione.

DOLLY, UNA LUNGA STORIA

Carlo Alberto Redi è professore Ordinario di Zoologia presso l’Università di Pavia, accademico dei Lincei, presidente del Comitato Etico della Fondazione Umberto Veronesi. È un esperto di genomica funzionale e riprogrammazione genetica e gli chiediamo che cosa ha rappresentato la nascita di Dolly.

«La nascita di Dolly è il coronamento di ricerche che partono da molto lontano, dalle grandi domande nell’800 di August Weismann, biologo e botanico: che cosa sono le cellule che portano al soma di un organismo (al corpo con le sue caratteristiche) e che cosa sono invece le cellule che danno una continuità alla specie, l’”immortalità” nel tempo delle generazioni, ovvero la linea germinale. A quel tempo non si dispone delle tecniche necessarie a trovare le risposte. Però piano piano i biologi si mettono a lavorare con animali come gli invertebrati marini, che hanno uova molto grandi, che si vedono facilmente e sulle quali si può intervenire con strumenti rudimentali, pinze, aghi, capelli usati come lacci sottili. E dove accade tutto ciò? A Napoli, nella stazione zoologica Anton Dohrn. Qui si scopre che a partire dall’uovo fecondato ci sono delle cellule che non diventeranno mai differenziate come le cellule di pelle, ossa, muscoli, ma resteranno germinali, passando di generazione in generazione».

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