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Alimentazione

Semaglutide, l'antidiabetico è utile anche per la cura dell'obesità

pubblicato il 15-02-2021

Il farmaco (semaglutide), impiegato per abbassare la glicemia, favorisce la perdita di peso agendo sui centri della fame e della sazietà

Semaglutide, l'antidiabetico è utile anche per la cura dell'obesità

Per i ricercatori, è un «game changer». Tradotto: un punto di svolta. Cresce la speranza di poter curare l’obesità attraverso un farmaco. Merito di un antidiabetico «tuttofare», semaglutide, in grado di determinare una riduzione fino al 20 per cento del peso corporeo di partenza. Un risultato finora mai raggiunto dalle altre molecole utilizzate nella lotta ai chili di troppo e osservato soltanto in pazienti sottoposti a un intervento di chirurgia bariatrica, a cui oggi si ricorre anche per risolvere le complicanze indotte dall'obesità. Da qui la speranza degli studiosi, che hanno testato il farmaco in quasi duemila persone obese. I risultati della sperimentazione sono stati pubblicati sul New England Journal of Medicine.

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L'ANTIDIABETICO EFFICACE NELLA CURA DELL'OBESITÀ

Allo studio hanno preso parte, per la precisione, 1.961 adulti in sovrappeso o obesi provenienti da 16 diversi Paesi sparsi in tutti i continenti. Condizione necessaria era che il loro indice di massa corporea (BMI) fosse uguale o superiore a 30 (i dati medi finali riferiscono un peso di 105 chili e un BMI di 38) e che nessuno fosse già ammalato di diabete. Un aspetto essenziale sia per evitare di intervenire su pazienti che presentavano già una delle conseguenze dell’obesità e sia per utilizzare semaglutide al di fuori di quelle che sono le attuali indicazioni terapeutiche (è utilizzato per aumentare la produzione di insulina). Partendo da questi presupposti, i ricercatori hanno suddiviso i pazienti in due gruppi. Obbiettivo: verificare l’efficacia di un’iniezione settimanale di semaglutide (abbinata a un intervento sullo stile di vita) rispetto al placebo nella perdita di peso. La sperimentazione è andata avanti per 16 mesi, al termine dei quali i medici hanno osservato una perdita (media) di oltre 15 chili e di 5.5 punti di BMI nei pazienti trattati farmacologicamente. Dati significativi, rispetto agli stessi rilevati nel gruppo di controllo (-2.6 chili e -0.92 di BMI).


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PESO GIÙ DEL 20 PER CENTO PER 1 PAZIENTE SU 3

Nel complesso, oltre 1 paziente su 3 (35 per cento) in trattamento con semaglutide ha visto calare il proprio peso almeno di un quinto (20 per cento). Un traguardo mai raggiunto dagli altri farmaci autorizzati per il trattamento dell’obesità. «Finora, con la terapia farmacologica, non siamo mai riusciti a determinare un dimagrimento superiore al 10 per cento del peso di partenza», spiega Luca Busetto, professore associato di medicina interna all’Università di Padova e presidente eletto della Società Italiana dell’Obesità. Un risultato senza precedenti, accompagnato dalla riduzione di diversi fattori di rischio: dalla misura della circonferenza addominale ai livelli di zuccheri e grassi nel sangue, oltre che della pressione sanguigna. Complessivamente, i pazienti hanno riportato un miglioramento della qualità della vita proporzionale alla riduzione del peso corporeo. Oltre a stimolare la produzione di insulina da parte del pancreas, così da accelerare il metabolismo dei carboidrati dopo i pasti, semaglutide agirebbe sui centri ipotalamici della fame e della sazietà. Con il risultato di aiutare le persone a mangiare meno e a ridurre l'apporto calorico.


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VERSO UN'ALTERNATIVA ALLA CHIRURGIA BARIATRICA?

Come precisato da Rachel Batterham, a capo del centro per la ricerca e il trattamento dell’obesità dell’University College di Londra e tra gli autori dello studio, «per la prima volta le persone obese possono raggiungere un risultato finora possibile ricorrendo alla chirurgia bariatrica». Questa non può però essere considerata la soluzione per tutti. Per i rischi che in alcuni casi portano a sconsigliarla e perché comunque l’Italia non riesce a far fronte alla richiesta. I numeri lo dicono chiaramente. Nel nostro Paese vengono effettuati ogni anno quasi 25mila interventi per trattare chirurgicamente l’obesità. Ma le persone affetta da una grave obesità corrispondono all’1 per cento della popolazione: ovvero (almeno) 60mila persone. Ben venga, dunque, l’arrivo di nuovi farmaci efficaci nella riduzione del peso corporeo. «Anche perché, nelle persone alle prese con questo problema, la sola correzione dello stile di vita assicura al massimo la perdita del cinque per cento del peso corporeo», aggiunge Busetto. Senza trascurare i rischi legati all’«effetto rebound», che nella maggior parte dei casi porta a vanificare lo sforzo compiuto e a recuperare i chili persi. Decisivi in chiave preventiva, la correzione delle abitudini alimentari e l’incremento dell’attività fisica non bastano a fronte di condizioni di obesità gravi. Chiarisce lo specialista: «L’obesità è una malattia multifattoriale e, come tale, non dipende soltanto da ciò che una persona mangia. A ciò occorre aggiungere la tendenza a recidivare. Quando una persona perde peso, si attivano dei meccanismi compensatori che la portando a riavvicinarsi al peso di partenza».

L'OBESITÀ RIMANE UNA MALATTIA CRONICA

Visto l’esito della fase 3 della sperimentazione, considerando che altri studi su semaglutide sono alle battute finali, il farmaco potrebbe presto entrare a far parte dell’arsenale terapeutico con cui curare l’obesità. In prima battuta, semaglutide potrebbe essere utile in prima battuta per i pazienti con un BMI compreso tra 30 e 40. Per le condizioni di obesità più gravi, invece, l’approccio più efficace continuerebbe a essere quello chirurgico. «Il calo di peso più significativo si osserva di solito nei primi sei mesi, ma in realtà già dopo 60 giorni ci si rende conto se la terapia con semaglutide funziona o meno - conclude Busetto -. L'obesità è una malattia cronica, alla pari dell'ipertensione e del diabete. Ragion per cui il trattamento è destinato a durare per tutta la vita, con eventualmente delle fasi in cui potrebbe essere possibile ridurre il dosaggio della molecola». 

 

Fabio Di Todaro
Fabio Di Todaro

Giornalista professionista, lavora come redattore per la Fondazione Umberto Veronesi dal 2013. Laureato all’Università Statale di Milano in scienze biologiche, con indirizzo biologia della nutrizione, è in possesso di un master in giornalismo a stampa, radiotelevisivo e multimediale (Università Cattolica). Messe alle spalle alcune esperienze radiotelevisive, attualmente collabora anche con diverse testate nazionali ed è membro dell'Unione Giornalisti Italiani Scientifici (Ugis).


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