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Ginecologia

Tumore al seno e maternità, un binomio possibile

pubblicato il 22-04-2015
aggiornato il 05-10-2017

Le conferme arrivano da due studi, uno italiano e l’altro americano. Un pre-trattamento ormonale protegge le ovaie dagli effetti tossici della chemioterapia

Tumore al seno e maternità, un binomio possibile

Sono circa 48mila le nuove diagnosi di tumore al seno in Italia ogni anno, di queste duemila in donne con meno di 40 di età. Molte con una speranza: avere un figlio dopo la malattia. Probabilità oggi sempre più concreta, grazie alla somministrazione di un particolare trattamento ormonale precedente alla chemioterapia, in grado di preservare la fertilità. Proposta dal San Martino-Istituto Tumori di Genova, questa strategia terapeutica è stata qualificata dall’Asco, l’Associazione Americana di Oncologia, come una fra le più significative novità dell’anno nella cura dei tumori. 

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LA NOVITA’

La sperimentazione è italiana: condotta presso l’Unità Sviluppo Terapie Innovative dell’IST di Genova, è iniziata nel 2003 con il reclutamento di 281 donne con tumore del seno, giovani, in età fertile, candidate a chemioterapia, e quindi a rischio di sviluppare una menopausa precoce indotta dalla chemioterapia, poi monitorate fino al 2008. «Circa il cinque per cento di tutti i casi di tumore della mammella si sviluppa in donne al di sotto di 40 anni - spiega Lucia Del Mastro, direttore dell’Unità di senologia della struttura genovese e coordinatrice della sperimentazione -. Una volta guarite, a queste donne deve essere garantita la possibilità di una maternità che invece in circa il 50% dei casi la chemioterapia mette a rischio». Una sfida, quella di un figlio, da vincere per l’Istituto genovese che ha studiato una possibile soluzione.

 
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IL RUOLO DEGLI ORMONI IPOTALAMICI

E così quelle 281 donne sono state divise in due gruppi: le une sottoposte al trattamento standard con chemioterapia da sola e le altre a una terapia a base di analoghi dell’LHRH, degli ormoni prodotti dal cervello, somministrata prima e durante la chemioterapia. L’obiettivo era quello di valutare se questa via terapeutica fosse in grado di proteggere le ovaie dagli effetti tossici della chemio. I risultati dello studio, pubblicati nel 2011 sul Journal of the American Medical Association parlavano chiaro e dimostravano che solo l’otto per cento delle donne trattate con LHRH analoghi e chemioterapia andavano incontro a menopausa precoce rispetto a oltre il venti per cento delle donne trattate con chemioterapia da sola.

 
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SECONDO PASSO

I risultati incoraggianti hanno invitato a proseguire la ricerca e valutare se quel trattamento ormonale si traduceva anche in una maggiore probabilità di gravidanza. «Il nostro studio - aggiunge la Del Mastro - attesta che la possibilità di concepire è raddoppiata in donne trattate con questi farmaci pro-fertilità, rispetto a quelle in cura per il tumore al seno solo con la chemioterapia». I dati italiani sono in linea con quanto emerso da una ricerca americana, pubblicata sul New England Journal of Medicine. I risultati di questi due studi verosimilmente porteranno a cambiare le linee guida Asco con l’inserimento degli LHRH analoghi tra le strategie per preservare la fertilità e, di conseguenza, questo trattamento diventerà una pratica standard per le donne giovani colpite da malattia.

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A CHE PUNTO SIAMO CON IL FARMACO

In via di sviluppo. Perché il farmaco è disponibile, ma non ancora rimborsato dal Servizio Sanitario Nazionale per l’indicazione della preservazione della funzione ovarica.  Le richieste per la rimborsabilità di questi farmaci sono state inoltrate alle autorità di competenza, che però non hanno ancora concesso l’autorizzazione per questa indicazione salva-fertilità. In sostanza significa che, al momento, la terapia è ancora a carico delle pazienti.

 


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