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Predire in vitro la risposta ai farmaci nel tumore al seno

pubblicato il 30-10-2017
aggiornato il 21-12-2017

Giuseppina Roscigno studia in vitro le caratteristiche degli organoidi, strutture cellulare in 3D che simulano il comportamento del tumore e la risposta ai farmaci

Predire in vitro la risposta ai farmaci nel tumore al seno

Si chiude anche quest’anno il mese dedicato alla lotta contro il tumore al seno e alla sua prevenzione. La malattia è caratterizzata da un’elevata variabilità nella risposta alla terapia e spesso l’insorgenza di resistenze rende necessario cambiare l’approccio terapeutico, causando un rallentamento nei tempi di guarigione. Poter disporre di modelli realistici del comportamento del tumore e della sua risposta ai farmaci significherebbe compiere un grande passo avanti nell’offerta terapeutica alle pazienti: su questo lavora Giuseppina Roscigno, in forze all’Università Federico II di Napoli e sostenuta grazie al progetto Pink is Good di Fondazione Umberto Veronesi.


Giuseppina, in cosa consiste nei dettagli la tua ricerca?

«Il mio obiettivo è sviluppare un modello in vitro in grado di simulare la risposta ai farmaci di un tumore, prima di somministrala ai pazienti. A oggi, non ci sono dei validi sistemi modello in vitro, perché non tengono conto della complessità ed eterogeneità tumorale. Le colture cellulari bidimensionali rappresentano un modello sperimentale semplice ed ampiamente utilizzato nella ricerca. Tuttavia, presentano limitazioni, come l’impossibilità di ricostruire la corretta organizzazione tridimensionale e la complessità del microambiente tumorale presente nel tessuto di una donna».


Che approccio utilizzi invece nei tuoi studi?

«Nel mio laboratorio utilizziamo gli organoidi: un modello di colture cellulari tridimensionali (3D) che consente di superare alcuni limiti presenti nei modelli 2D, avvicinandosi maggiormente alla situazione fisiologica che si riscontra in vivo, ma contemporaneamente sfruttando i vantaggi delle culture in vitro. Otteniamo gli organoidi da biopsie di tumore alla mammella e li trattiamo con le stesse terapie farmacologiche del tumore primario. Confrontiamo poi le proprietà maligne, l’evoluzione e la mortalità dell’organoide in vitro con il tumore primario».


Quali prospettive apre il progetto per le applicazioni in clinica?

Poter disporre di un nuovo strumento in vitro, di semplice gestione, capace di predire la risposta ai farmaci in maniera più rapida e di fornire informazioni utili ai fini terapeutici aprirà la strada a una terapia personalizzata per il cancro alla mammella. Occorre specificare però che ad oggi, si tratta ancora di ipotesi sperimentali e sono necessari approfondimenti per comprendere se gli organoidi possono essere utilizzati con efficacia a questo fine».
 

Perché hai scelto di intraprendere la strada della ricerca?

«La passione per la ricerca è nata pian piano durante gli studi. Ho deciso di specializzarmi nella ricerca oncologica perché ho perso persone care a causa del cancro».
 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«Rappresenta il desiderio di conoscenze che caratterizza la mente umana. Mi piace l'euforia che si prova dopo un risultato positivo ma anche il saper accettare i fallimenti come tappe importanti per cambiare prospettiva e mettersi di nuovo in gioco».


E cosa invece eviteresti volentieri?

«La precarietà lavorativa. Fare ricerca ti motiva umanamente, ma purtroppo bisogna anche avere una tranquillità economica».


Se ti dico scienza e ricerca, cosa ti viene in mente?

«Conoscenza, progresso e possibilità di alleviare le sofferenze di chi soffre».

 

Quali sono per te i filoni di ricerca biomedica più promettenti per il futuro?  

«Sicuramente lo sviluppo di nuovi modelli in vitro per predire l’avanzamento delle malattie e per quanto riguarda i tumori,  lo sviluppo di vaccini terapeutici e le strategie basate sul sistema immunitario».

 

Quando è stata l’ultima volta che ti sei commossa?

«Qualche tempo fa, parlando per caso con una giovane donna malata di cancro madre di una bimba di una anno. Mi ha chiesto, con grande entusiasmo, se potesse essere anche lei inclusa negli studi condotti dal mio laboratorio. Parlandomi con il sorriso sulle labbra, mi ha fortemente incitato ad andare avanti nella mia ricerca».

 

Con chi ti piacerebbe andare a cena una sera e cosa gli chiederesti?

«Piero Angela, e gli direi grazie per averci fatto sognare da piccoli raccontandoci la scienza».


 

Chiara Segré
Chiara Segré

Chiara Segré è biologa e dottore di ricerca in oncologia molecolare, con un master in giornalismo e comunicazione della scienza. Ha lavorato otto anni nella ricerca sul cancro e dal 2010 si occupa di divulgazione scientifica. Attualmente è Responsabile della Supervisione Scientifica della Fondazione Umberto Veronesi, oltre che scrittrice di libri per bambini e ragazzi.


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