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Sarcoma di Ewing: la terapia segue il ritmo del nostro corpo

pubblicato il 18-02-2019

L’obiettivo di Ramona Palombo è valutare quale sia la migliore finestra temporale in cui somministrare le terapie per questo sarcoma pediatrico, per massimizzarne l’efficacia

Sarcoma di Ewing: la terapia segue il ritmo del nostro corpo

Il sarcoma di Ewing è un tumore pediatrico che interessa le ossa e alcuni tessuti molli. Il primo trattamento prevede l’uso di chemioterapia, seguita da chirurgia e radioterapia. La chemioterapia ha lo scopo di ridurre le dimensioni del tumore e sradicare o prevenire le metastasi, ma la sua somministrazione, soprattutto ad alte dosi, comporta numerosi effetti collaterali. Recentemente è stato osservato come la risposta ai farmaci, inclusi quelli anti-tumorali, sia notevolmente influenzata dai nostri ritmi biologici: il nostro organismo segue infatti il cosiddetto ritmo circadiano, una sorta di «orologio interno» che regola molte nostre funzioni nell’arco delle 24 ore. Grazie al progetto Gold for Kids, Ramona Palombo sta valutando un nuovo schema di somministrazione che tenga conto dei ritmi circadiani, per rendere la chemioterapia più efficace contro il sarcoma di Ewing e allo stesso tempo meno dannosa per il resto dell’organismo.

 

Ramona, ci daresti qualche dettaglio in più sul sarcoma di Ewing e sul tuo progetto?

«La caratteristica del sarcoma di Ewing è la presenza di specifiche alterazioni genetiche dette traslocazioni, che consistono nello spostamento di pezzi di Dna da un punto all’altro del genoma - afferma la ricercatrice, che porta avanti il suo progetto all'Irccs Fondazione Santa Lucia di Roma -. In questo caso, le traslocazioni portano alla fusione di due geni, EWS e FLI1. La proteina derivante causa diversi problemi in alcuni processi cellulari, tra cui l’attivazione anomala di una rete di proteine (PI3K/AKT/mTOR, ndr) che stimolano le cellule a crescere. Nel nostro laboratorio abbiamo ottenuto alcuni risultati preliminari che mostrano come questo fenomeno nel sarcoma di Ewing influenzi la proliferazione delle cellule malate e ne alteri il ritmo circadiano. Nel mio progetto quindi punterò a far luce sui meccanismi molecolari che provocano questa alterazione, con l’obiettivo finale di individuare la finestra temporale più idonea alla somministrazione della terapia, cercando di massimizzarne l’efficacia, riducendo gli effetti collaterali e cercando di contrastare eventuali meccanismi di chemioresistenza». 

 

Ricordi il momento in cui hai deciso di intraprendere la strada della ricerca?

«Completati gli studi delle scuole superiori, ho ricevuto un’offerta di lavoro presso uno studio di consulenza amministrativa, fiscale e tributaria, che avevo già frequentato grazie ad un progetto scuola-lavoro. Pensando al mio futuro, ho però ritenuto di fare una scelta di cuore e non di testa: quel lavoro mi piaceva molto, ma non era quello che avevo sempre sognato, così rinunciai all’offerta e mi iscrissi a biotecnologie. Soprattutto durante i primi anni di università ho avuto spesso l’impressione di aver fatto un grosso sbaglio: avrei guadagnato di più e avrei raggiunto una stabilità economica molto prima. Ma oggi penso sempre di più che sia stata la scelta giusta: nulla mi emoziona di più di un esperimento riuscito, della possibilità di aiutare molte più persone di quanto avrei immaginato».

 

Cosa ti piace di più della ricerca?

«La possibilità di essere curiosa, di farmi domande e poter cercare delle risposte. Bisogna essere eternamente bambini, privi di preconcetti, per poter essere pronti ad accettare qualsiasi risultato e riformulare le ipotesi di partenza, pieni di energia per non arrendersi mai. E mi piace l’idea di essere utile. Nel mio caso la mia ricerca è di base, più lontana dalla clinica, ma so che è il primo passo da cui partire: grazie alle informazioni che si ricavano da questi studi si potranno effettuare diagnosi più accurate e valutare piani terapeutici più idonei».

 

In definitiva: cos’è che dà significato alle tue giornate lavorative e ti spinge a non mollare?

«Ti racconto un aneddoto. Ero volontaria in una giornata di raccolta fondi per la ricerca, e una signora evidentemente provata dalla chemioterapia si avvicina e ci lascia un piccolo contributo. Per la signora è stato molto più che una donazione: lei stava cercando speranza, per lei e per i suoi cari. Noto che c’è grande ammirazione per noi ricercatori: abbiamo preso in consegna la speranza di tutti coloro che credono in noi, e che pensano che possiamo fare qualcosa per loro. Vale la pena provarci, di non arrenderci alle prime difficoltà. E chissà se un giorno ripagherò le speranze di qualcuno».

 

Percepisci fiducia, quindi, intorno alla figura del ricercatore?

«Noto una grande sete di notizie in ambito scientifico, ma poca cura nella scelta delle fonti. Penso che ci sia poca buona informazione. Secondo me basterebbe dare a tutti la possibilità di capire i progressi scientifici che stiamo avendo, e investire di più sulla divulgazione scientifica attraverso i vari mezzi di comunicazione».

 

Su quali altri punti secondo te può migliorare la scienza e la comunità scientifica?

«Chi fa scienza, oggi lo fa per dedizione. Pochi di noi hanno buoni contratti lavorativi, maternità, malattia o ferie. Non siamo tutelati, eppure lavoriamo come tutti gli altri. Come ricercatrice mi sento poco rappresentata e valorizzata, soprattutto in ambito politico».

 

Hai qualche hobby o passione al di fuori dell’ambito scientifico?

«A dire il vero non sto mai ferma: faccio teatro e danza e pratico uno sport da combattimento. Mi piace provare cose nuove e quindi faccio corsi di ogni genere, adoro viaggiare e ho una passione per la fotografia. Spesso faccio volontariato per la raccolta fondi per la ricerca, e partecipo in maniera attiva ad eventi di divulgazione scientifica. Mi piace molto anche leggere e scrivere racconti».

 

Qual è la tua lettura preferita?

«Leggo di tutto, ma un libro che più mi ha colpito è “Alice nel paese delle meraviglie”. Da bambina guardavo il cartone: a tratti mi inquietava e a tratti mi incuriosiva, e il libro riscuote in me le stesse emozioni. Mi sento molto somigliante alla piccola Alice, persa in un mondo di fantasia e spesso privo di senso, e che però si immerge in quel mondo, prova ogni cosa, e anche se deve superare mille ostacoli e pericoli, trova nuovi amici e non si spaventa. Alla fine ogni cosa può essere meravigliosa se vista con la giusta prospettiva».

 

C’è qualche ricordo che ti è particolarmente caro di quando eri bambina?

«Una cosa che ricorderò sempre sono gli abbracci di mio nonno quando arrivavo a casa. Appeno entravo, lui era sempre pronto ad accogliermi con un caloroso abbraccio. Anche all’uscita da scuola mi salutava con un bacio, e saliti in macchina mi chiedeva cosa avessi fatto in quella giornata: e anche se nel mio piccolo avevo poco da raccontare, per lui era molto importante».

 

C’è qualche personaggio famoso con cui ti piacerebbe fare una chiacchierata?

«Mi piacerebbe poter chiacchierare con un premio Nobel. Finora ho avuto modo di ascoltarne dal vivo due: oltre a fornirmi preziose informazioni sul loro lavoro, entrambi mi hanno fatto capire che la semplicità, l’umiltà e la dedizione pagano sempre in questo lavoro. Vorrei chiedere loro soprattutto come ci si sente ad aver dato un grosso contributo al mondo scientifico, come ci si sente davanti ad una scoperta importante. Se dovessi scegliere, mi sarebbe piaciuto incontrare Rita Levi-Montalcini. Le figure femminili nella scienza non hanno avuto mai un grosso risalto, e spesso sono state offuscate dalle controparti maschili, ma lei è riuscita ad affermarsi e passare alla storia come una grande scienziata».


Agnese Collino
Agnese Collino

Biologa molecolare. Nata a Udine nel 1984. Laureata in Biologia Molecolare e Cellulare all'Università di Bologna, PhD in Oncologia Molecolare alla Scuola Europea di Medicina Molecolare (SEMM) di Milano, Master in Giornalismo e Comunicazione Istituzionale della Scienza all'Università di Ferrara. Ha lavorato nove anni nella ricerca sul cancro e dal 2013 si occupa di divulgazione scientifica


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